Archivi per il mese di: marzo, 2014

MMConfesso di aver provato un brivido leggendo su Repubblica della ‘Miracle Machine‘, la fantomatica macchina per produrre il vino partendo da una bustina di polveri. Il fatto inquietante consisteva nell’enfasi con cui ne magnificavano i risultati i suoi inventori, due imprenditori (Kevin Boyer e Philips James) attivi da anni nell’industria del vino in Napa Valley.

D’accordo che sono americani (sì, un po’ di spocchia c’è, lo ammetto), ma se un minimo apprezzano i profumi, il gusto, le sensazioni che un buon vino regala, come possono anche lontanamente sponsorizzare un’aberrazione simile? C’era da preoccuparsi seriamente.

Ma era una bufala, anche se a fin di bene. In realtà Kevin e Philips si sono prestati al gioco per creare interesse. E c’è stato, eccome: nelle prime due settimane il video che hanno pubblicato sul sito della macchina miracolosa  è stato visto da oltre 200mila persone, 600 testate ne hanno parlato, 6000 persone hanno twittato la notizia. Che però è un’altra: la Miracle machine non esiste! Tutto è servito a spingere un’altra macchina miracolosa, una campagna di sensibilizzazione che trasforma – come dice il suo fondatore Doc Hendley – Wine into water, cioè, al contrario, il vino in acqua.

Donando un dollaro, cioè più o meno quanto sarebbe costata una bottiglia di vino della macchina, si contribuisce alla costruzione di pozzi filtranti, che garantiscono acqua potabile in aree del mondo dove questa manca (e ce ne sono troppe), con immediate conseguenze sulla mortalità infantile e sulla salute delle popolazioni in genere.

Detto questo, però vorrei comunque sottolineare che il problema della qualità a basso costo è reale e rappresenta una vera piaga per la nostra economia. Qui trovate le schede americane sul fenomeno dell’Italian Sounding ovvero, come far sembrare italiano quello che italiano non è .

Lodevole in questo senso, l’iniziativa del Consorzio del Parmigiano Reggiano, che ha varato una vera e propria Academy online per educare al gusto. Vero che se non si assaggia il risultato è per forza limitato, ma anche sapere cosa guardare, quali profumi dovremmo aspettarci, che caratteristiche visive garantiscono la qualità del prodotto è non solo utile, ma fondamentale per un acquisto consapevole (e per non farsi imbrogliare da commercianti zelanti). Qui le caratteristiche sintetiche di un parmigiano reggiano D.o.p.

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I produttori in prima lineaSabato 8 e domenica 9 marzo, la Città dell’Altra Economia ha ospitato la seconda edizione romana di Vini di Vignaioli, una fiera mercato dedicata al vino cosiddetto ‘naturale’. Cinquanta i produttori presenti a questa edizione, che è l’ultima di una lunga serie iniziata oltre dieci anni fa a Fornovo, in provincia di Parma, “Per scherzo” come ha dichiarato in questa intervista l’ideatrice Marie Christine Cogez-Marzani. Vini di Vignaioli è un’associazione che riunisce produttori (piccoli, 6-8 ettari di vigneti) impegnati a recuperare gusti e profumi dei vitigni autoctoni, vinificati secondo metodi che non prevede l’aggiunta di additivi estranei al territorio. Emilio Falcioni, uno dei coordinatori responsabili dell’edizione romana, ci spiega la posizione di questo comparto in crescita dell’enologia italiana, che lotta per una ritrovata cultura del terroir.

I piccoli produttori come Don Chisciotte contro i mulini a vento?
Il problema è riuscire a vincere il tentativo di omologazione del vino, esaltando le sue caratteristiche legate al territorio. Vini di Vignaioli si batte per il recupero della fermentazione spontanea, senza lieviti selezionati, e l’abbattimento del contenuto di solforosa di almeno il 60% rispetto a quanto previsto dal regolamento.

Vini di Vignaioli alla Città dell'altra economiaCombatte su quali terreni?
Legislativo innanzitutto. Il regolamento europeo sul vino biologico (il vino naturale è biologico, ndr) è strutturato per applicarsi in Sicilia così come nella Germania del nord. E’ ovvio che non può tenere conto in modo puntuale di tutti gli aspetti coinvolti. In realtà presenta delle maglie molto larghe, che consente ai produttori di fare un po’ quello che vogliono.Noi stiamo spingendo soprattutto sul fronte dell’etichettatura. L’attuale regolamento sul vino consente di ampliare le informazioni sull’etichetta, anche se ancora non è permesso scrivere ‘vino naturale’ o ‘vino non filtrato’, ma un po’ alla volta l’attenzione del pubblico sta aumentando. Ci sono chef e ristoratori importanti che si stanno interessando al vino naturale perché i loro clienti iniziano a chiederlo, e questo è un segnale importante. Il fatto stesso che da oltre 10 anni abbiamo visto crescere le richieste di adesione all’associazione e il pubblico alle manifestazioni è un’ulteriore conferma.

Cosa chiedete ai vostri associati?
Serietà, per prima cosa. Le nuove aziende devono presentare una serie di caratteristiche, autocertificate all’inizio, ma comunque confermate da almeno due aziende ‘anziane’ che fungono da garanti della qualità della produzione. Poi partecipazione: agli eventi i produttori devono essere presenti in prima persona, perché questo comparto vive sulle informazioni al cliente e le risposte alle domande. Qui non troverete mai dealer, distributori, o grandi marchi, perché il rapporto che abbiamo con le aziende associate è diretto.

Ma come contate di coinvolgere il grande pubblico?
Intanto abbiamo in programma altri incontri, prossimamente a Firenze e in una città del sud, forse Palermo, Stiamo lavorando per dei gemellaggi con altre realtà all’estero, e in contemporanea al prossimo Vinitaly saremo a Villa Favorita – VinNatur (5-6-7 aprile prossimi, ndr)

 

 

 

Farmed and wild salmon: a comparison

salmone di allevamento e selvaggio a confronto

Un titolo si è imposto con prepotenza tra le email di stamattina. Nonostante il sonno e il caffè appena sorseggiato il cervello si è subito allertato: anche il salmone è finito nella lista nera dei cibi sospetti.  Slowfood ha pubblicato un articolo dal titolo “10 buoni motivi per cui non mangiamo salmone“, ma per inorridire sono bastati i primi due-tre… Sotto accusa è il salmone di allevamento, considerato il fiore all’occhiello dell’itticoltura nordeuropea (soprattutto norvegese), che però non è così salubre come normalmente si pensa. L’articolo completo in italiano è qui; ma tanto per capire di cosa stiamo parlando: i mangimi con cui sono alimentati i salmoni di allevamento sono finalizzati al rapido aumento del peso corporeo, dato soprattutto da una maggior percentuale di grasso. Le fasce bianche nella carne sono proprio strati di grasso che non si formano nei salmoni alimentati naturalmente (a sinistra).

Le sfumature di rosa disponibiliSempre l’alimentazione naturale determina il colore rosso del salmone selvaggio, mentre il rosa di quello d’allevamento non è frutto di un cibo ‘un po’ meno naturale’, come si potrebbe supporre, ma di un colorante, il Salmo-fan, che si presenta corredato di ‘mazzetta Pantone‘ per scegliere la sfumatura più vendibile sul mercato. Sullo stato igienico degli allevamenti soprassiedo volentieri, come pure sulla pericolosità per altre specie marine che restano prigioniere delle reti, comprese le popolazioni di salmoni selvaggi che calano drasticamente se vengono a contatto con allevamenti (qui il report dell’EFSA, l’ente europeo per la sicurezza alimentare). Ma fa rabbrividire la notizia che le lobby dei produttori norvegesi hanno chiesto, ma soprattutto nell’aprile 2013 hanno ottenuto, dalla Commissione Europea la possibilità di aumentare nei mangimi  i livelli di endosulfano (un pesticida altamente tossico che l’Onu ha chiesto di bandire ovunque) di 10 volte rispetto a quelli attualmente consentiti. Per il salmone d’allevamento, attualmente, l’Unione Europea consente 41,6 picogrammi di diossine e PCB per grammo di grasso contro 1,3 del maiale, il 3 del pollo, il 5 delle uova, il 4 del manzo e così via. Molto chiara ed esaustiva, questa guida (in inglese) al salmone sano e buono. In italiano invece Slowfood mette a disposizione questa guida all’acquacoltura, da scaricare in formato pdf.

Pazienza. Il salmone da ora sarà un altro di quei sapori che mi permetterò nella loro forma più alta quando avrò voglia di qualcosa di veramente speciale. E ci aggiungo anche le scaglie di parmigiano rosso, tiè!