Mi piace scambiare chiacchiere con i vignaioli, parlano delle vigne come fossero parenti, chi può le chiama pure per nome. Mi piace ascoltare la rievocazione dei gesti di padri-nonni-trisavoli che la necessaria modernizzazione non soppianta ma nei casi migliori ottimizza, per venire incontro a un mercato sempre più esigente e competitivo.

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Degustazioni ‘orizzontali’, come la Puglia del vino, organizzata da GoWine presso l’hotel Savoy di Roma, sono occasioni preziose proprio per conoscere più da vicino realtà ben radicate nel territorio e imparare qualcosa in più. Ho imparato per esempio, che il bombino bianco vinificato in purezza,  ha un bel po’ di argomenti a suo favore. Più complesso e più interessante di quanto mi aspettassi è Il Catapanus di D’Alfonso Del Sordo, di San Severo (Foggia), vendemmia 2015, che al naso arriva minerale e intenso, con note di ananas non troppo maturo, di anice e di erbe di macchia in sottofondo. Il primo sorso è già lungo, per una sapidità accentuata ma piacevole, arriva caldo e abbastanza morbido, conferma i profumi e termina con un finale  ammandorlato che mi fa venire voglia di fare il secondo. I vigneti si trovano a poche decine di km dal bellissimo Gargano, a un’altezza di 120 metri slm, su suolo di calcare, sabbia e argilla, la selezione delle uve in pianta e la vendemmia tardiva garantiscono il giusto equilibrio  tra alcol e acidità. Freschezza, alcolicità media (13%), corredo aromatico presente ma non invadente rendono questo vino piacevole da solo o abbinato a piatti non troppo strutturati, veloci, estivi. Sì al pesce, ma anche a insalate complesse, uova o vinaigrette a base di maionese. In enoteca si trova a 8/10 euro, prezzopiù che onesto, è un vino che mi terrei in casa.

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Dammisole, moscato bianco 2014 secco di D’alfonso Del Sordo (Foggia)

Della stessa cantina segnalerei anche il moscato bianco Dammisole (Puglia I.G.P., vendemmia 2014) secco, vinificato in acciaio; piacevole anche il rosé di Montepulciano Posta Arignano, e soprattutto il Casteldrione Nero di Troia 2013 (Puglia I.G.P.), dai sentori vinosi e speziati con tostature discrete, e note di ribes, balsamiche al gusto: il primo sorso è più austero, un poco spigoloso ma è solo il primo. Calore e morbidezza arrivano già dal secondo, forse i tannini (fa 6 mesi in botti di rovere francese) possono evolvere ancora un po’, ma la beva è piacevolissima. Anche qui il rapporto qualità/prezzo – 10 euro circa in enoteca – mi sembra vincente. Vedo che D’Alfonso Del Sordo ha in catalogo anche un cru di uva di Troia, il Guado San Leo. A questo punto mi piacerebbe proprio assaggiarlo.

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Verdeca 100% 2015 di Felline (Manduria)

Altra gradita presenza, la Verdeca in purezza di Felline (Manduria), vino che fa parte del progetto Accademia dei Racemi, voluto proprio dall’azienda e volto a sviluppare e valorizzare i vitigni autoctoni della regione. Fresco, fruttato e piacevolmente agrumato al naso, non particolarmente complesso (l’annata in degustazione era comunque l’ultima) ma di piacevole beva, e discreta lunghezza gustativa; per quanto riguarda l’abbinamento, ci ha pensato il produttore e l’ha suggerito in etichetta: eppure, pensando al polpo arrosto, che è tipico della cucina regionale, temo che qualche nota amara possa avere il sopravvento. Il prezzo al pubblico è 8 euro circa. Anche Felline vanta dei cru, soprattutto di primitivo. Anzi, di Zinfandel, per via di un esperimento iniziato con un partner californiano, un vero e proprio scambio ampelo-culturale. Confesso l’incapacità di distinguerlo dal primitivo classico, ma in quanto parente strettissimo si è portato piuttosto bene. Vendemmia in due fasi (a metà agosto e a metà settembre) e successivo assemblaggio, e maturazione in rovere francese per 9 mesi; spezie, frutto scuro, note ematiche (le piante sono vecchie di 50 anni, su un terreno ricco di ferro) e un bel corpo che non soccombe all’abboccatura di tanti primitivi. Qui l’acidità c’è e  il vino si rivela asciutto e fresco.

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La Perla del Salento, di Antonio Pignatelli

Mi è piaciuta anche la  Perla del Salento (Malvasia bianca 100%) di Antonio Pignatelli, mi è sembrata ben equilibrata tra corredo aromatico, freschezza e : qui siamo a Campi Salentini, nel leccino (come si evince dal nome), in un’azienda che vinifica da quattro generazioni, non usa agenti chimici e ancora oggi vendemmia a mano. Il terreno è argilloso e soleggiato, la resa viene tenuta nei limiti ottimali dalla forma ad alberello, che a queste latitudini protegge e ripara. Altri sorsi molto piacevoli: il Rampone (100% Minutolo della Valle d’Itria) di I Pastini,  la Malvasia Nera Talò (Salento I.G.P.) della cantina San MarzanoLe Cruste, nero di Troia 100% che fa 12 mesi tra barrique e tonneaux più altri 18 in bottiglia, e il Cacc’e Mmitte di Lucera, entrambi di Alberto Longo. Peccato che non ci fosse il produttore, due chiacchiere con lui le avrei fatte volentieri…

 

 

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