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Riprendo gli appunti sulla 24° edizione del Concours Mondial de Bruxelles, la manifestazione che premia i vini di qualità nel mondo, per scoprire, dopo qualche settimana, quale dei vini che ho assaggiato è ancora vivido nella memoria. Mi ricordo quel pomeriggio di giugno, era troppo caldo, anche per Roma. Sulla Terrazza Civita, al quinto piano di Palazzo Generali a Piazza Venezia, i premiati erano soprattutto italiani, con qualche presenza estera, molta Spagna, Sud Africa, poca Francia, qualcosa dal Sud America e perfino Cina.  La vista? Unica, Roma è la più bella città del mondo, non c’è storia. L’eccellenza in una cornice come questa trova il suo habitat naturale.

Roma-Terrazza-Civita

Il Monumento a Vittorio Emanuele e via dei Fori Imperiali

L’Italia ha portato a casa ben 348 medaglie (Grande Oro, Oro e Argento) su 2642, contese tra 9000 referenze da tutte le zone vinicole del globo e una Rivelazione Internazionale 2017 (il siciliano Terre della Baronia 2014, blend di Nero d’Avola e Perricone dell’Azienda Agricola A. Milazzo, che ha anche altre carte interessanti da giocare). Non male, anche se il primato della Spagna (619 medaglie) un po’ mi sconcerta, almeno dalle bottiglie che ho potuto assaggiare, che ammiccavano abbastanza a una certa facilità di beva (ma la sede di questa edizione era a Valladolid…)

Di nostrano, invece, restano interessanti:

Bolle
Azienda Andreola Col del Forno Rive di Refrontolo, prosecco  Superiore Valdobbiadene Docg brut, dall’attacco minerale e piacevolmente fresco, i sentori di frutta bianca arrivano dopo e comunque lievemente acerbi. In cantina costa 7/8 euro. Sempre Andreola, il Selezione Millesimato Extra Dry,  dalle note più morbide, forse più tipiche, ma per il mio gusto meno coinvolgenti. In cantina, circa 5 euro.
Dell’azienda Le Colture il brut Fagher, 800mila bottiglie da 40 ettari di vigneti tra Pieve di Soligo e Conegliano, dai sentori di mela, pera, lime, persistente, forse un po’ indietro in morbidezza e perlage lievemente dominante. In cantina 8/9 euro.

 

Bianchi fermi
Non è il primo che ho assaggiato, ma è quello di cui conservo il ricordo più vivido: il Greco di Tufo Cantina Sanpaolo di Claudio Quarta, prodotto da uve nate tra Avellino e Benevento a 700 metri d’altezza, vinificato in acciaio 6 mesi con batonnage periodici e poi ulteriori 6 di affinamento in bottiglia. Il colore è un paglierino pieno, i profumi sono minerali e intensi di frutta gialla, camomilla e fiori di campo, e pari intensità si ritrova al palato, molto lungo con acidità e sapidità molto ben calibrati. Sorso avvolgente, leggera nota mandorlata sul finale, per me ottimo anche non abbinato. La produzione (questa è la vendemmia 2016) prevede 3000 bottiglie da 750cl e 2000 magnum, al prezzo (in cantina) rispettivamente di 12,00 e 24,00 euro.

La Sicilia è stata particolarmente presente nei banchi d’assaggio di questa edizione romana del Concours Mondiale de Bruxelles 2017. Ricordo bene Kikè il Traminer aromatico di Fina (con un 10% di Sauvignon Blanc), da vigneti posti tra i 500 e gli 800 metri slm, ottenuto con la tecnica della microvinificazione, di cui vengono prodotte circa 8000 bottiglie, vendute al prezzo di 9 euro (in cantina). Deciso, come mi aspetto da un traminer siciliano e intenso, con un naso gentile di gardenia biancospino e tuberosa e note verdi e balsamiche, che tornano anche al palato, con un finale amarognolo piacevole e una bella morbidezza. Della Società agricola Milazzo Terre della Baronia ricordo il Federico II, metodo classico da uve chardonnay, che riposa sui lieviti 72 mesi ed è prodotto in bottiglie numerate (18.000): albicocca fresca, perlage fine e una sferzata di freschezza e sapidità che si rivela sul finale. In enoteca è venduto al prezzo di 40 euro circa.  Della stessa azienda, il Maria Costanza, da uve Inzolia e Chardonnay, di cui il 10% affina in barrique di primo passaggio, mi ha colpito per intensità, naso elegante di fiori e frutta essiccata, bocca sapida e lunga con un finale ammandorlato non invadente. L’azienda opera in regime biologico, e presta particolare attenzione alle ossidazioni in tutte le fasi di lavorazione del vino.

Rossi, rossissimi e rosé
Dell’azienda Masciarelli assaggiare l’Iskra Marina Cvetic 2011, Rosso Colli Aprutini da uve 100% Montepulciano, è praticamente atto dovuto. Intenso già alla vista, al naso e al palato, la conferma: toni scuri, ma con una freschezza che lascia intravedere una bella storia in cantina, frutta, cuoio, tostature, tocchi balsamici di sottobosco, che un po’ mi aspettavo. In cantina costa 19/20 euro. Quello che mi ha spiazzato invece, ammetto l’ignoranza, è il Merlot Marina Cvetic 2013 da uve 100% merlot coltivate a Ofena, a 500 metri s.l.m., nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, vinificato in acciaio e invecchiato in botti di rovere per 12 mesi e poi in bottiglia per almeno 2 anni; l’ho trovato di grande personalità, tra le migliori espressioni di questo vitigno assaggiate finora, con delle note di melograno per me inedite. E’ una bottiglia che vorrei avere in  buona quantità nella mia cantina, ma purtroppo non ce n’è più, l’annata 2013 è già finita. Per il prezzo (15/16 euro in cantina) un acquisto che avrei fatto volentieri.

 

Il Terre della Baronia 2014 della Società Agricola Milazzo  (blend di Nero d’Avola e Perricone in ragione del 70%/30%) si è aggiudicato il titolo di Rosso Rivelazione Internazionale a questa edizione del Concours. Si presenta con un bel rubino scuro, note di frutta rossa matura che al palato diventano sotto spirito, caffè tostato, miele e cannella, quasi a suggerire una vendemmia lievemente ritardata. Questa è una bottiglia ancora giovane, i tannini devono maturare, e in enoteca (la cantina non effettua vendita diretta) si può trovare a circa 20 euro.
Mi sono piaciuti molto i rossi  dell’azienda calabrese Serracavallo  a base magliocco, un vitigno non particolarmente diffuso nelle enoteche romane. Il Terraccia, 90% magliocco e 10% cabernet sauvignon, chiamato così per via della nomea del suolo vitato (“è una terraccia”), che è stato tra i miei preferiti per sensazioni e piacevolezza di beva. I tannini ci sono, sono importanti, ma ben bilanciati, le note sono decisamente scure, che richiamano il caffè torrefatto e il peperone crusco, pepe e bastoncino di liquirizia. Sono 14 gradi e mezzo che vanno giù con (troppa!) facilità. In cantina costa intorno agli 8 euro. Il Vigna Savùco (sambuco in dialetto locale, per la presenza di un vecchio albero) è il cavallo di battaglia dell’azienda e anche un po’ la sfida: un vino importante di magliocco in purezza, senza altri apporti. Si rivela molto interessante, naso di mora e di mirto, china e caffè, con un attacco molto fresco al sorso e le note scure di confettura, cioccolato, liquerizia, terra, che arrivano in un secondo momento, quando l’alcool, morbido, ha già diffuso il suo calore. L’annata assaggiata è la 2012, e secondo me si esprimerà ancora meglio tra un paio d’anni, anche se è un vino che già riposa circa 4 anni e mezzo prima della commercializzazione. Il cantina circa 25 euro.

Con l’azienda Castello di Vicarello saliamo in Toscana, a Poggi del Sasso; terreni coltivati in regime biologico, vitati a cabernet sauvignon, cabernet franc, petit verdot e sangiovese per tagli bordolesi ma non solo. Il Merah è il primo che assaggio, sangiovese 100% da uve cresciute a 500 metri d’altezza, affinato in tonneaux di rovere, che non hanno compromesso la freschezza e la finezza di questo vino: fiori e frutti rossi, sorso molto accattivante. Con il Terre di Vico abbiamo un blend 70% sangiovese e 30% merlot, vinificato in tini a tronco conico di rovere francese per 4/6 settimane e poi matura (ciascun vitigno separatamente) in botte piccola per metà nuove e per metà di secondo passaggio per circa 18 mesi prima dell’affinamento in bottiglia per altri 18 mesi. Abbiamo calore e morbidezza, profumi più complessi rispetto al precedente, con una botte ben dosata che non appiattisce la piacevole componente acida. Castello di Vicarello è la referenza di punta dell’azienda, composto da cabernet sauvignon (45%) cabernet franc (45%) e petit verdot (10%) provenienti da due vigne collinari, la Vigna del Castello e la Vigna Poggio Vico, con bassissime rese (40 q/ha), vendemmia e selezione degli acini a mano,  per circa 3000/3100 bottiglie in tutto. Vinificazione in tini di rovere francese e maturazione in barrique e tonneaux per almeno 24 mesi, più altrettanti di affinamento in bottiglia: l’annata in degustazione era la 2012, per un vino complesso, opulento nei profumi scuri, di incenso e sandalo, e ancora sferzante all’assaggio, da abbinamento con piatti succulenti, cotti a lungo, e che al pubblico è proposto con un prezzo intorno ai 65 euro. Per l’occasione Brando Baccheschi Berti – giovane erede dell’azienda – ha voluto spillare direttamente dalla botte la novità di quest’anno, il Santaurora, rosé da salasso di Malbec in purezza, che matura in acciaio e affina in bottiglia: fruttini freschi, profumati, ribes, fragoline e note mentolate, per un sorso piacevole ed estivo. Il prezzo in cantina si aggira sui 13 euro.

 

 

 

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Stretto tra due denominazioni giganti come il Brunello di Montalcino e il Chianti Classico, ma con una storia di tutto rispetto, il Vino Nobile di Montepulciano grazie a imprenditori come i Sacchet e gli Zaccheo dell’azienda Carpineto, si riappropria della visibilità che merita. Con circa 200 ettari a vigneto, suddivisi su cinque Tenute (Appodiati),  Carpineto è una realtà importante nella Toscana del vino. In particolare, per gli appodiati di Montalcino, 53 ettari di cui 10 piantati a Sangiovese grosso e Montepulciano  (65 ha coltivati a Prugnolo gentile, il nome locale per l’uva Sangiovese), che danno vita alle denominazioni più importanti dell’azienda, il Brunello  di Montalcino docg e il Vino Nobile di Montepulciano Riserva docg.Quest’ultimo in particolare sta regalando grandi soddisfazioni agli eredi dei fondatori, in quanto unico Nobile di Montepulciano presente nella top 100 di Wine Spectator con 93/100 e per ben due volte consecutive (2010 e 2011). “Ci abbiamo creduto e i risultati sono arrivati” afferma con orgoglio Antonio Michael Zaccheo, figlio di quel Mario che nel 1967 fondò l’azienda insieme a Giancarlo Sacchet, miglior enologo italiano  e nel 2005 anche miglior enologo mondiale, recentemente scomparso. Ci credono nel Nobile a tal punto da farne il protagonista di una verticale guidata dal sommelier Paolo Lauciani, presso la Nuova Villa dei Cesari a Roma: Nobile Riserva 2011, 2010 e 1989 più il Nobile Riserva 2001 Cru Poggio Sant’Enrico, un vino prodotto solo in grandi annate, e destinato a lunghi invecchiamenti. A corona della verticale, abbiamo assaggiato anche il Brunello di Montalcino docg 2012 e due annate di Farnito (2012 e 2000), Cabernet Sauvignon igt, premiato con le Super Tre Stelle (ovvero punteggi superiori a 94/100) nell’edizione 2017 della Guida Oro I Vini di Veronelli.

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Paolo Lauciani e Antonio Michael Zaccheo

Nei calici, un rubino pieno e deciso – grazie alla presenza di un 10% di uve autoctone, canaiolo su tutte -che si esprime con un frutto maturo e dolce, e spiccate note di viola nell’annata 2011; le note speziate virano sulla dolcezza e il legno (botte di rovere) risulta ben dosato: unico indizio, i tannini un po’ polverosi, dovuti alla relativa gioventù di questo vino, che colpisce comunque per finezza e freschezza. Con la 2010 i toni si fanno complessivamente più scuri, e l’intensità  aumenta. Prugna cotta, pout pourri, balsamicità da sottobosco e tostature – caffè, cioccolato –  anice, liquerizia… man mano che il tempo passa si aprono nuovi suggestivi spiragli. Al sorso l’iniziale morbidezza lascia presto la scena alla freschezza che sembrerebbe un marchio di fabbrica: i vigneti ben esposti ma riparati e a un’altitudine di circa 500 metri evidentemente beneficiano di un clima particolarmente favorevole. Notevole la persistenza. Il 1989 – e parliamo di un vino di 28 anni – si presenta già con un colore che risente della maggiore evoluzione, più scarico e con sfumature arancio, e sicuramente più chiuso al primo contatto. Perché si esprima ha bisogno di tempo: un frutto meno spiccato ma fine, un naso molto pulito, in cui emergono sentori di pomodoro e speziature dolci. Il sorso è piacevole, non c’è la sferzata nè il tannino delle prime due bottiglie, qui è tutto più garbato, e sul finale si fa strada un che di rosa appassita. Nel Cru Poggio Sant’Enrico torna la consueta freschezza, anche se questo particolare vino matura in barrique, a causa dell’esposizione del vigneto, a sud proprio sulla cima del colle, che donerebbe alle uve una particolare carica polifenolica. Il 2001 ancora ha tempo davanti a sè: il Poggio Sant’Enrico è un sangiovese in purezza, pensato per un appeal internazionale, ed ecco che il frutto è l’amarena, è la mora, e la balsamicità ricorda le foglie di mirto fresche. Il palato è intenso, con una bella coerenza olfattiva,  i tannini – nonostante gli anni – sono ancora lievemente astringenti; intense note chinate dopo qualche tempo nel calice.

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Il Nobile di Montepulciano docg Riserva 1989: il colore è aranciato per la lunga evoluzione

Con il Brunello ci spostiamo a Montalcino, in località Rogarelli, a 500 metri sul livello del mare; fossili marini, rocce, calcare e galestro, alberese e argille contribuiscono all’eleganza olfattiva dei vini prodotti in questa zona. Tre anni in botte grande e poi bottiglia, senza altri trattamenti. Il naso è molto pulito e di un’intensità composta di fiori e frutti rossi, di rosa canina e  grafite, note boscose fresche di felci e muschio bagnato. Tutto si ripresenta al sorso, morbido, carezzevole di tannini ben dosati, in cui le note acidule della fragolina di bosco e altre ferruginose si stemperano in una sapidità che dona lunghezza. Sono 14% ma non si direbbe.

Dal Sangiovese, passiamo al Cabernet Sauvignon, altro vitigno spigoloso. La selezione Farnito viene da piante che danno – quando va bene – 2/3 di bottiglia per pianta: le uve invecchiano in botti piccole, di cui un terzo nuove, e le altre di secondo, terzo e quarto passaggio, quindi in bottiglia per almeno altri otto mesi. L’annata 2012 è ‘in fieri’: tannini ancora graffianti, anche se intensità e profumi si presentano con decisione: ciliegia, pepe e noce moscata, ma anche liquerizia e caffè. Con la bottiglia successiva, vendemmia 2000, si intravede il futuro. I tannini ci sono, ma accompagnano il sorso, non lo frenano, anzi danno forza espressiva alle note di peperone, le tostature di caffè e cioccolato, il pepe nero e il fuoco di camino. Un vino di grande piacevolezza e di struttura, che per la totale assenza di note amare si presta bene all’abbinamento con gli arrosti, i brasati e le braci.

Carpineto – Grandi vini di Toscana
Dudda – 50022 Greve in Chianti (FI)
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Tra grignolini, belloni, cesanesi, grechetti, merlot e dolcetti, ma anche nebbioli in versione Barbera, malvasie, cerasuoli e altri impossibili da elencare in modo esaustivo, si è svolta la degustazione Bere Bene 2017, la guida del Gambero Rosso ai vini (buoni) da bere tutti i giorni e non solo nelle occasioni speciali, perché costano al massimo 13,00 euro. Al di là delle considerazioni economiche (rispettabili), questi banchi d’assaggio lasciano la scena a vini dai nomi meno altisonanti, che però – pur nei propri limiti espressivi – sanno regalare piacevoli sensazioni. Tante le referenze in degustazione, anche se tra queste erano poche le cantine vincitrici degli Oscar Regionali – e solo 2 su 9 quelle insignite dell’Oscar Nazionale – ad aver dato bottiglie per l’assaggio. Peccato, perché sarebbe stato interessante capire l’eccellenza pur in una medesima fascia di prezzo.

Inizierei a questo punto dagli unici due Oscar Nazionali presenti in sala: Orvieto Classico Torricella 2015 di Bigi, classico di nome e di fatto, fiorito, caldo, di buona struttura e abbastanza persistente. Per un Oscar nazionale mi sarei aspettata un po’ di mineralità in più. Mi sarebbe piaciuto fare il confronto con il Terre Vineate di Palazzone, Oscar Regionale e suo competitor per categoria, di cui ricordo la freschezza (l’annata era 2014), ma purtroppo non era in degustazione. Mi è piaciuto molto il cerasuolo d’Abruzzo Donna Bosco Rosé 2015 di Nestore Bosco, dal naso intenso, vinoso, di bacche rosse fresche, che tornano in bocca con bella persistenza e avvolgenza. Per non parlare del colore che è strepitoso, intenso limpido e luminosissimo (è il vino in apertura)…

La serata è partita con un il Roero Arneis di Filippo Gallino, dal naso erbaceo ed intenso, di discreto corpo, asciutto, sapido e dal finale amarognolo. Meritava un Oscar almeno regionale il Colli di Luni Vermentino Et. grigia 2015 Lunae Bosoni, che ho trovato molto bello, elegante al naso, con aromi delicati di biancospino che poi in bocca si ampliano con note agrumate, cedro su tutte, e marine. Lungo, avvolgente, piacevolissimo, non si direbbe proprio che costi (in cantina) 11,60 euro.

Poi vedo Cantina Tramin e mi fermo,  un buon pinot grigio non si rifiuta. E il Pinot Grigio 2015 Tramin conferma le aspettative, con un naso fine, intenso e minerale, e un frutto elegante al palato, con note lievemente tostate e piacevolmente amarognole. Piacevolissimo anche il Sauvignon Blanc 2015 della trentina Pravis, con evidenti note di salvia al naso, ed al palato si arricchisce con le foglie di pomodoro e si ammorbidisce con le note esotiche della passiflora. Voglio assaggiare anche il sauvignon che ha vinto l’Oscar regionale, ma prima incontro sul percorso il Soave doc Campolungo Villa Mattielli, di cui ricordo con piacere  una delicatissima rosa rosa che si sprigiona dal calice, e un bel sorso caldo e asciutto, con sentori di frutta estiva e una bella freschezza, perfetto abbinato con il Parmigiano Reggiano giovane che era in degustazione. Il Sauvignon Vigna Al Lago Tenuta Conte Romano, premiato dalla Guida, è stato proprio una bella scoperta. Per una bottiglia di prima fascia il vino è decisamente elegante, con tutte le note del Sauvignon blanc ma ben armonizzate, senza che nessuna prevalga sulle altre. Il colore freddo non deve ingannare, la gradazione alcolica è 14%! Il grechetto Propizio 2015 dell’azienda biologica Giangirolami era una vecchia conoscenza, e si conferma piacevolmente morbido, anche se rispetto ad altre annate che ho assaggiato questa mi sembra mancasse un po’ di freschezza.

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E poi, però, è arrivato lui: il Verdicchio dei Colli di Jesi metodo classico brut Riserva Ubaldo Rosi, di Colonnara. Da uve 100% verdicchio coltivate tra i comuni  marchigiani di Cupramontana e Apiro, sta sui lieviti 60 mesi, è lavorato completamente a mano e non doveva essere lì, non fa parte dei vini recensiti dalla Guida, perché questa non è una bottiglia da 13,00 euro. Bollicine fini, naso intenso, fiorito, gusto fresco e persistente, pulito, con erbe di macchia e mandorle tostate sullo sfondo, perfetto per concludere la serata. Il prezzo? 28,00 euro circa, e li vale tutti.

 

 

 

 

 

 

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E’ il trentesimo compleanno per la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, tempo di consuntivi e osservazioni. In trent’anni i vini maturano, le tecniche si affinano, gli enologi cambiano, si susseguono le generazioni così come le mode in cantina e iuin vigna. Barrique, anfora, giara, lieviti autoctoni, selezionati, antichi vitigni riscoperti e riproposti, una continua evoluzione lega ogni stagione di questo trentennio. In senso positivo, per fortuna: la qualità del vino italiano è aumentata molto, è la sintesi dei curatori della nuova Vini d’Italia 2017, Marco Sabellico, Elenora Guerini e Gianni Fabrizio, anche se la percezione non è tale. A fronte di una grande capacità produttiva non c’è altrettanta capacità comunicativa, e il nostro miglior prodotto se ne va all’estero per quote che sfiorano l’80%. Consorzi e cooperazione tra piccoli e medi vignaioli sono ancora viste con diffidenza, e a torto, perché laddove c’è stata comunicazione di territorio (la Toscana in primis, ma anche la Puglia, il Veneto) si sono visti anche i risultati economici.

Raccontare il buono, educare i consumatori e dare visibilità ai produttori: ecco le sfide – ambiziose – della Guida Vini d’Italia 2017, che si impegna anche sotto un altro importante aspetto, la sostenibilità ambientale, partecipando al progetto Equalitas, voluto da Unione Italiana Vini e FederDoc, con il professor Attilio Scienza a capo del comitato scientifico; già lanciato in occasione del Vinitaly, è un marchio che racchiude in sé i parametri più significativi che misurano la sostenibilità ambientale, per definire un criterio unico di valutazione. In collaborazione con il Gambero Rosso, presso l’Università di Siena, partirà anche un master in Wine Sustainability, per formare le nuove leve.

Nell’ambito di uno scenario così vivace, oltre naturalmente ai 439 premiati con i Tre Bicchieri, sono stati selezionati 15 vini cui sono andati i premi speciali per altrettante categorie, premi che hanno tenuto in considerazione anche parametri come la sostenibilità e il rapporto qualità prezzo oltre alle caratteristiche intrinseche delle bottiglie. Alcune scelte sono state quanto meno audaci, come le Bollicine dell’anno per la prima volta in assoluto assegnate a un prosecco, il Valdobbiadene Extra Dry Giustino B. 2015 di Ruggeri. Un colore molto delicato, brillante e un perlage cremoso schiudono frutti bianchi, morbidezza, intensità e freschezza. Eccellente nel suo genere, ma un po’ difficile capire come sia passato in testa rispetto a grandi metodi classici che pure erano in degustazione. Anche il Rosso dell’anno, andato al Gioia del Colle Primitivo Muro Sant’Angelo Contrada Barbatto 2013 di Chiaromonte, ha premiato un vino di personalità e struttura, ma decisamente ancora giovane, che tra un paio d’anni si sarebbe espresso più pienamente. Il bianco dell’anno è un Verdicchio dei castelli di Jesi Classico Superiore Misco 2015 della Tenuta di Tavignano, intenso, sapido, con bel corpo e persistenza, un premio “al Verdicchio e anche alle Marche, per ribadire che non c’è solo Villa Bucci”, ha dichiarato Jens Priewe, della stampa tedesca, che ha consegnato la targa.

Bianco anche il Miglior rapporto qualità prezzo, andato al Pecorino 2015 di Agricola Tiberio, dal bouquet agrumato e balsamico, un bel corpo, fresco, e con un gradevole finale amarognolo, un  bel vino nella fascia intorno ai 10 Euro. Bianco anche per la cantina sostenibile: Roccafiore, i cui vigneti si estendono sulle colline intorno a Todi, che ha scelto pratiche non invasive e il rispetto dei vitigni autoctoni. Il suo Grechetto Fiorfiore 2014 intenso, sapido con garbate note fumé, è stato molto convincente. La Cantina emergente è invece nella vicina Toscana, ed è Istine, con due vigneti a Radda in Chianti e uno a Gaiole in Chianti, coltivazioni bio e l’affinamento in botti grandi: il loro Chianti classico Riserva 2013 Levigne è stato una bella sorpresa: il sangiovese in purezza  che si esprime in tutte le direzioni, freschezza, corpo, un bel colore brillante, ma anche toni scuri e sanguigni, un vino ricco, che non stanca. La Cantina dell’anno è una colonna del Franciacorta: Bellavista, quasi un premio a quarant’anni di carriera e di belle bolle.

Il top però, è in Liguria: il Viticoltore dell’anno, Aimone Vio, che tra le varie proposte della sua azienda agricola biologica, BioVio, che è anche agriturismo, ha stupito il panel – e all’assaggio è chiaro perché – con il suo fantastico pigato doc Bon in da bon 2015, dalle vigne nella zona delle Marixe, la “più vocata per il pigato”, ribadisce Aimone, mentre tiene in mano la bottiglia come fosse un bebé, con mani ruvide e attente. Quel calice di oro chiaro, con lievi riflessi verdolini, racconta di erbe di macchia, di brezza marina, di mattine di sole e notti fresche, al palato è pieno, avvolgente e non ti lascia più. Proprio una bottiglia che non si dimentica facilmente.

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Vini d’Italia 2017
Gambero Rosso Editore984 pp
30,00 euro

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Dalla 2010 alla 2004, sette annate in degustazione

Originariamente pubblicato nella rubrica Assaggi di Riserva Grande

Uno fra i più celebrati Pinot bianco, nasce in Alto Adige, nella Cantina Terlan, ai vertici della produzione vitivinicola altoatesina.

E’ già affascinante osservare come può cambiare l’espressione di un vino dalla bottiglia alla magnum, a parità di annata e invecchiamento, ma ancora di più quando la conversazione – perché di questo si tratta – coinvolge magnum dello stesso cru in diverse annate. Sono loro a raccontare di primavere tardive, stagioni eccellenti, imprevisti meteorologici e interventi sapienti ed esperti, in vigna e in cantina. Chi assaggia, fa da doppiatore: i contenuti sono già lì, nel calice, aspettano solo una voce servizievole. Le sette annate per altrettante magnum di Pinot Bianco Terlano Riserva Vorberg, avevano tanto da raccontare, giovedì 22 settembre scorso, in occasione della verticale organizzata da Enoroma presso la bottega enogastronomica il Sorì, a Roma. E anche sul termine ‘verticale’ mi verrebbe da obiettare che indica una bidimensionalità che non c’era. Piuttosto una ‘trasversale temporale’, a giudicare dagli esiti davvero distanti.

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Le bottiglie in degustazione partivano dalla 2010, che già dal colore caldo e dorato evoca profumi dolci e tropicali; primavera avara di sole, compensata in parte da un luglio torrido, ha regalato intensità aromatica e gustativa, un corpo importante, morbidezza e una certa sapidità. La componente acida faticava a tener testa a tanto calore, che avrebbe meritato maggiore freschezza. Della 2009 non si è detto che bene: un naso eccellente per corredo aromatico e verticalità; mineralità intensa, frutta gialla ma non del tutto matura, erbe balsamiche resinose, basilico, timo, leggere note fumé, e il sorso un treno lunghissimo sui binari di sapidità e freschezza. Qualunque confronto sarebbe stato difficile, e il 2008 ne paga le conseguenze: è penalizzato da umidità, basse temperature e temporali estivi; nessuno fa miracoli, nemmeno a Monzoccolo, dov’è la vigna Vorberg e il vino offre aromi più ‘ingessati’, in cui le componenti si impastano piuttosto che dispiegarsi. La permanenza nel calice non ha influito molto sull’evoluzione dei profumi, e probabilmente (ma le opinioni in sala sono state molto discordi) non è un’annata da cui aspettarsi cambiamenti importanti anche tenendola in cantina.

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Vorberg 2009, la magnum perfetta

Nella 2007 disturbava una nota marsalata, apparentemente non giustificata dall’andamento altalenante della stagione. Vino di corpo, caldo, morbido, intensamente profumato, ma – similmente alla 2010 – leggermente indietro in quanto a freschezza, e l’ulteriore permanenza in botte (è sempre un bianco di 9 anni) non ha aiutato. I suoi dieci, invece, l’annata 2006 li portava molto meglio, e ha colpito nell’immediato con una mineralità vivace, un bel corredo di note balsamiche, di agrumi dolci e frutti estivi (kumquat, cedro, melone e pesca bianca), mollica di pane, più di tutte le altre. Rispetto alla precedente, la freschezza risaltava in modo evidente, anche se con il passare dei minuti – e l’aumentare della temperatura – diventava più insistente la nota di mandorla amara che al primo assaggio era solo un lieve sentore. Sulla 2005 si è acceso un vero dibattito, perché tra tutte le annate in degustazione è forse quella che nel calice si è trasformata più radicalmente. Non brillante sul momento, si è man mano aperta, e ha regalato le belle note fruttate, minerali e lievemente maltate del Vorberg, supportate da una freschezza che sull’immediato non emergeva. Non arriva alle altezze della 2009 – la migliore della serata – ma conquista un posto sul podio.

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Vorberg 2005, una bella sorpresa

Il 2004 racconta una storia a parte. E’ una bella bottiglia, piena di profumi e sapori, con una bocca lunga, persistente, calda e morbida, sicuramente interessante ma impegnativa. Caramello, marmellata di agrumi e speziature dolci, note di frutta secca e su tutte, prepotente, il lampone essiccato. Non certo ciò che si aspetta chi cerca un pinot bianco, sia pure invecchiato; bene per un fine pasto, azzarderei della pasticceria secca, o un erborinato d’alpeggio, grasso e aromatico.

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Vorberg 2004, oro fuso

Sette bottiglie per un vino che non poteva esprimersi con maggior eclettismo in una sola serata. Impressione confermata dalle discussioni animate su quale dovesse occupare il primo, quale il secondo e il terzo posto di un ipotetico podio. Per quanto mi riguarda, 2009, 2005, 2006 rappresentano una bella sintesi di cio che il Pinot Bianco Terlano Riserva Volberg è in grado di regalare. Ma chissà, tra qualche anno le stesse bottiglie potrebbero sorprendere. La sfida è aperta…

Mi piace scambiare chiacchiere con i vignaioli, parlano delle vigne come fossero parenti, chi può le chiama pure per nome. Mi piace ascoltare la rievocazione dei gesti di padri-nonni-trisavoli che la necessaria modernizzazione non soppianta ma nei casi migliori ottimizza, per venire incontro a un mercato sempre più esigente e competitivo.

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Degustazioni ‘orizzontali’, come la Puglia del vino, organizzata da GoWine presso l’hotel Savoy di Roma, sono occasioni preziose proprio per conoscere più da vicino realtà ben radicate nel territorio e imparare qualcosa in più. Ho imparato per esempio, che il bombino bianco vinificato in purezza,  ha un bel po’ di argomenti a suo favore. Più complesso e più interessante di quanto mi aspettassi è Il Catapanus di D’Alfonso Del Sordo, di San Severo (Foggia), vendemmia 2015, che al naso arriva minerale e intenso, con note di ananas non troppo maturo, di anice e di erbe di macchia in sottofondo. Il primo sorso è già lungo, per una sapidità accentuata ma piacevole, arriva caldo e abbastanza morbido, conferma i profumi e termina con un finale  ammandorlato che mi fa venire voglia di fare il secondo. I vigneti si trovano a poche decine di km dal bellissimo Gargano, a un’altezza di 120 metri slm, su suolo di calcare, sabbia e argilla, la selezione delle uve in pianta e la vendemmia tardiva garantiscono il giusto equilibrio  tra alcol e acidità. Freschezza, alcolicità media (13%), corredo aromatico presente ma non invadente rendono questo vino piacevole da solo o abbinato a piatti non troppo strutturati, veloci, estivi. Sì al pesce, ma anche a insalate complesse, uova o vinaigrette a base di maionese. In enoteca si trova a 8/10 euro, prezzopiù che onesto, è un vino che mi terrei in casa.

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Dammisole, moscato bianco 2014 secco di D’alfonso Del Sordo (Foggia)

Della stessa cantina segnalerei anche il moscato bianco Dammisole (Puglia I.G.P., vendemmia 2014) secco, vinificato in acciaio; piacevole anche il rosé di Montepulciano Posta Arignano, e soprattutto il Casteldrione Nero di Troia 2013 (Puglia I.G.P.), dai sentori vinosi e speziati con tostature discrete, e note di ribes, balsamiche al gusto: il primo sorso è più austero, un poco spigoloso ma è solo il primo. Calore e morbidezza arrivano già dal secondo, forse i tannini (fa 6 mesi in botti di rovere francese) possono evolvere ancora un po’, ma la beva è piacevolissima. Anche qui il rapporto qualità/prezzo – 10 euro circa in enoteca – mi sembra vincente. Vedo che D’Alfonso Del Sordo ha in catalogo anche un cru di uva di Troia, il Guado San Leo. A questo punto mi piacerebbe proprio assaggiarlo.

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Verdeca 100% 2015 di Felline (Manduria)

Altra gradita presenza, la Verdeca in purezza di Felline (Manduria), vino che fa parte del progetto Accademia dei Racemi, voluto proprio dall’azienda e volto a sviluppare e valorizzare i vitigni autoctoni della regione. Fresco, fruttato e piacevolmente agrumato al naso, non particolarmente complesso (l’annata in degustazione era comunque l’ultima) ma di piacevole beva, e discreta lunghezza gustativa; per quanto riguarda l’abbinamento, ci ha pensato il produttore e l’ha suggerito in etichetta: eppure, pensando al polpo arrosto, che è tipico della cucina regionale, temo che qualche nota amara possa avere il sopravvento. Il prezzo al pubblico è 8 euro circa. Anche Felline vanta dei cru, soprattutto di primitivo. Anzi, di Zinfandel, per via di un esperimento iniziato con un partner californiano, un vero e proprio scambio ampelo-culturale. Confesso l’incapacità di distinguerlo dal primitivo classico, ma in quanto parente strettissimo si è portato piuttosto bene. Vendemmia in due fasi (a metà agosto e a metà settembre) e successivo assemblaggio, e maturazione in rovere francese per 9 mesi; spezie, frutto scuro, note ematiche (le piante sono vecchie di 50 anni, su un terreno ricco di ferro) e un bel corpo che non soccombe all’abboccatura di tanti primitivi. Qui l’acidità c’è e  il vino si rivela asciutto e fresco.

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La Perla del Salento, di Antonio Pignatelli

Mi è piaciuta anche la  Perla del Salento (Malvasia bianca 100%) di Antonio Pignatelli, mi è sembrata ben equilibrata tra corredo aromatico, freschezza e : qui siamo a Campi Salentini, nel leccino (come si evince dal nome), in un’azienda che vinifica da quattro generazioni, non usa agenti chimici e ancora oggi vendemmia a mano. Il terreno è argilloso e soleggiato, la resa viene tenuta nei limiti ottimali dalla forma ad alberello, che a queste latitudini protegge e ripara. Altri sorsi molto piacevoli: il Rampone (100% Minutolo della Valle d’Itria) di I Pastini,  la Malvasia Nera Talò (Salento I.G.P.) della cantina San MarzanoLe Cruste, nero di Troia 100% che fa 12 mesi tra barrique e tonneaux più altri 18 in bottiglia, e il Cacc’e Mmitte di Lucera, entrambi di Alberto Longo. Peccato che non ci fosse il produttore, due chiacchiere con lui le avrei fatte volentieri…