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CRUDISTA_Ravioli_di_rapa_rossa_con_trito_di_pistacchi

Evoca la semplicità – cosa c’è di più naturale di un fiore?-, ma anche un’infinità varietà di colori, forme e profumi il nome dell’unico ristorante dichiaratamente flexiteriano della capitale, che ha festeggiato il suo primo compleanno puntando all’esaltazione della versatilità delle sue proposte, da cui il termine ‘flexiteriano’: flessibile e vegetariano. Ma anche crudista, vegano e tradizionale. Perché negli ultimi tempi organizzare  una cena tra più persone sta diventando complicato, e in ogni tavolata c’è sempre qualcuno con la faccia triste davanti all’insalata verde.

 

Ecco perché l’elogio della flessibilità in cucina è una carta di sicuro vincente, perché premia la socialità nel rispetto  delle scelte di vita di tutti. “Rispetto” è l’altra parola chiave del progetto Fiore, declinato nel senso della stagionalità, della preferenza data ad aziende che operano in regime biologico, della qualità e della tipicità. Fa piacere la presenza in carta – e per l’occasione anche in sala – di nomi importanti  della gastronomia italiana, come la piemontese Castagna o l’abruzzese Fracassa per comporre taglieri di salumi e formaggi che non si dimenticano (quel gorgonzola al cucchiaio scoperchiato in diretta era commovente). Rispetto della materia prima stessa, con tecniche di cottura non invadenti: il fritto a bassa temperatura, per esempio, mai superiore ai 140° per non modificare le qualità dell’olio, il vapore, la (bellissima) piastra di sale dell’himalaya, che rilascia gradualmente il calore e insieme ad esso sapidità e oligoelementi preziosi, le marinature e le essicazioni, tipiche della cucina crudista gustosa e salutare, ma senza dimenticare la tradizione: padelle, forno e tegami, per intingoli, sughetti e arrosti (e la porchetta la fanno in casa!).

 

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Casalinga è anche la produzione di erbe aromatiche e alcuni ortaggi, nella stupenda terrazza in cui sedersi a pranzo e a cena, oppure per l’aperitivo. Un déhor raffinato e degno senza auto che sfiorano le sedie, gas di scarico, rumori e passanti, un mondo a parte di 250 metri quadri protetti da salvie di varie razze, varietà di menta, basilico, rosmarini, finocchi cavoli e melanzane, pomodori, timo e dragoncello, che al tramonto profumano l’aria persino nella centralissima via Boncompagni.

 

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Dietro a un progetto così complesso nella sua versatilità dovevano esserci menti e mani capaci: la cucina è affidata a Matteo Cavoli, executive chef giovane ma con una solida esperienza maturata al Convivio Troiani subito dopo il diploma presso l’Alma di Gualtiero Marchesi; la direzione è affidata a Giulio Vallorani, manager di lungo corso (Gran Caffè Meletti di Ascoli Piceno, Convivio Troiani), che per questo locale ha scelto personale giovane ma qualificato. E tutti si muovevano effettivamente con grande padronanza e sincronia, erano in grado di raccontare ciò che stavano servendo senza dimenticare il sorriso e la cordialità.

 

Fiore propone un menu stagionale per il pranzo e la cena diviso nei vari stili alimentari, crudista, mediterraneo, vegetariano, che comprende anche i dolci, gli smoothies, e le bevande, e non prevede una formula ‘degustazione’. Il prezzo medio è di 12,00/13,00 euro per piatto (sui dolci siamo intorno agli 8,00/10,00 che diventano circa 6,00 per gli infusi e le tisane). Per l’aperitivo invece c’è un menu a parte che prevede taglieri di salumi e formaggi dalla bottega gastronomica (ne parlo tra poco), oppure selezioni di miniporzioni crudiste, crostini misti con pani dal forno I Santi, al prezzo medio di 10,00/15,00 euro, cocktail a 10,00 euro circa, vini al calice a 6,00/7,00 euro (con qualche proposta che si trova raramente in mescita, come lo champagne Roederer e il Cervaro della Sala di Antinori, che costano però qualcosa in più).

Quasi tutto ciò che si assaggia da Fiore si può portare anche a casa: parte del progetto è una bottega gastronomica, piena di quei prodotti per lo più a km 0 che Fiore ha selezionato per sé ma che trovano degnissimo posto sulla tavola di tutti i giorni, o per una cena tra amici. Qualche nome? Oltre naturalmente a Fracassa e Castagna: D’Ascenzo (formaggi a latte crudo di pecora delle campagne della Sabina), olio EVO Biologico Cervo Rampante, di Farfa, pasta Monograno FelicettiGrisciano da Accumoli e Fausti da Norcia per i prosciutti (aziende che si stanno riprendendo dopo le devastazioni del terremoto dell’agosto scorso), il pane del forno de I santi Sebastiano e Valentino, protettori dell’arte bianca, e altre importanti referenze.

Una bella presenza, quella di Fiore, nella forma e nella sostanza, in una città come Roma, che sempre più sembra puntare sul food per il rilancio delle economie commerciali, ma che spesso dietro alle vetrine tirate a lucido ha poco da offrire. Non è questo il caso, la scelta è vasta, di qualità e nessuno stile alimentare è penalizzato: la stagione è appena cominciata, stasera ceniamo insieme in terrazza?

Fiore  – Aperto tutti i giorni
Via Boncompagni 31/33, 00187 Roma
T. +39 06 4202 0400
http://www.fiore.roma.it
info@fiore.roma.it
https://www.facebook.com/fiorecrudoevapore/?fref=ts

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secchioCalda e croccante, senza glutine, non proprio amica della linea ma non si può pretendere tutto: la patatina fritta sa d’infanzia, di pranzo della domenica, di quelle piccole trasgressioni alle sane merende delle mamme, snobbate per l’untuosissimo sacchetto con sorpresa… Quanti ricordi. Ma invece di restare ancorati al passato, evolviamoci come si è evoluta la patatina fritta, che oggi si pregia del più fashionable appellativo di ‘street food’, ed è probabilmente di miglior qualità. Perché qualcosa di buono c’è anche nell’essere di moda, i paragoni incalzano, le classifiche (insensate, ma è solo una mia opinione) impazzano e le brutte figure sono dietro l’angolo. Insomma, anche per friggere due patate bisogna saperci fare.

C’è voluto un gruppo di imprenditori, Giovannino Glorio, Domenico Sciarria e i fratelli Ghislandi, Francesco e Raffaella, che nel settore un po’ di gavetta l’hanno fatta (lui è il proprietario del ristorante Pomodori Verdi Fritti a Casal Palocco, lei inventa format per il lancio di ristoranti e bistrot come titolare di Aprolocale) per inaugurare la prima ‘patatineria’ di Roma, forti di un esperimento estivo sul lungomare di Ostia, che ha fugato ogni dubbio residuo: i romani apprezzano la patata. Fries – Delicious Potatoes ha acceso i fornelli il 10 settembre, a via di Porta Cavalleggeri 19, che per l’occasione ha visto un via vai di gente che “solo per le prime del Ghione” come ha commentato un residente, riferendosi al celebre teatro nelle vicinanze.

stickInsomma, Fries ha funzionato a Ostia e funzionerà anche a Roma, perché la formula punta soprattutto sulla certezza della qualità, 100% made in Italy. Delle patate, innanzitutto, che arrivano dall’Emilia Romagna, dal viterbese e dall’Abruzzo, a seconda delle stagioni; sono coltivate nel rispetto dei cicli produttivi e dell’ambiente, con tecniche di agricoltura a lotta integrata. Della lavorazione, eseguita rigorosamente sul posto e a mano in ogni sua fase, dal taglio alla frittura in olio di arachide.Della guarnizione, che prevede ben 30 tipi di salse, in grado di accontentare ogni palato, dai sapori mediterranei oppure esotici, agrodolci o piccanti, speziate o delicate. E perfino 100% cruelty free, grazie alla collaborazione con la chef vegana, blogger e giornalista Alessandra Rotili, che proprio per Fries ha elaborato cinque salse vegan: maionese, salsa rosa, BBQ, salsa tartara e cheddar affumicato (la mia preferita).

salseE poiché la qualità va esaltata e comunicata, un supertestimonial bisognava aspettarselo: lo chef Arcangelo Dandini si è esibito in un ‘cacio e pepe’ al pecorino Falisco della Tuscia – particolarmente riuscito – che col calore delle patatine esprimeva tutto il suo aroma. Ma sarà solo il primo di una serie di maestri del gusto, chiamati a dare la loro versione gourmet di un classico senza tempo né confini. D’obbligo l’assaggio, che siano stick, chips o il divertentissimo tornado (una patata intera tagliata a spirale), magari abbinate a una birra artigianale, chiara o rossa, prodotta in esclusiva dal Birrificio Aurelio: ovviamente da Fries, via di Porta Cavalleggeri 19, dal lunedì alla domenica dalle 11:00 alle 23:00.

Arancino con cuore di ragù, dello chef Davide Francesco Cannillo

Mai più cibo di serie B. Già con la prima edizione della Guida allo Street Food le ghiottonerie ‘da passeggio’, come si diceva un tempo, hanno visto riconosciuto il loro status gastronomico. Ancor più oggi, con la seconda edizione, e oltre 100 indirizzi in più, il cibo da strada si presenta con un curriculum di tutto rispetto. Complice – forse – anche il momento storico, si respira un’atmosfera ricchissima di fermenti e di storia. C’è sicuramente la voglia di recuperare i sapori d’infanzia, iniziando dalle materie prime, e magari reinventarli per venire incontro al gusto e alle esigenze della contemporaneità. Molti continuano l’esperienza di famiglia, ma sono tanti anche quelli che hanno fatto il ‘salto nel buio’, si sono buttati nel settore per passione o per la necessità di avere un’occupazione. Gli uni e gli altri, se i risultati sono quelli che arricchivano i banchi e l’aria di profumi e colori sulla terrazza della Città del Gusto di Roma, beh, hanno la nostra più sentita gratitudine.

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Dev’essere stato difficile per il panel di giurati in redazione decidere chi premiare. Ventuno nomi su 400, ciascuno con la propria particolarità, progetti diversissimi tra loro, non sono uno scherzo. Ma ogni regione ha prodotto il suo campione, legato – in generale –  alle tradizioni del territorio: come la Gofreria Piemonteisa a Torino, il Kalamaro Piadinaro a Riccione, il Lampredotto di Lorenzo Nigro a Firenze, le Pallette di Giorgio ad Ascoli Piceno, il ‘panuozzo’ dei Fratelli Mascolo a Gragnano, e così via.  Quest’anno però ci sono anche due premi speciali, il ‘Panino dell’anno‘ e lo ‘Street Food da Chef‘. Il primo se l’è aggiudicato un negozio che degli ingredienti per i panini ha fatto una filosofia imprenditoriale: si chiama, appunto, Generi Alimentari da Panino e sta a Modena. Oltre alle materie prime sceltissime, il negozio si distingue anche per gli abbinamenti originali e molto azzeccati tra gli ingredienti. Per quanto riguarda il secondo, invece, è uno chef come Pino Cuttaia del ristorante La Madia di Licata, due stelle Michelin, ad aver intuito le potenzialità del tradizionalissimo arancino, espresse alla massima potenza da un ragù di triglia con finocchietto selvatico, tutti sapori della sua splendida Sicilia.

L’invito, quindi, se ce ne fosse ancora bisogno, è soprattutto quello di visitare i mille angoli d’Italia quanto più possibile, per assaporare l’infinita e multiforme varietà di una gastronomia che tutto il mondo ci invidia. E per dirla col poeta, “il naufragar, m’è dolce in questo mare”.

 

 

Gabriele Bonci e Antonio Menconi

C’era un’atmosfera da villaggio vacanze, oggi al Circolo degli Artisti, a Roma. L’edizione estiva di Street Food in Circolo si è aperta con un bel po’ di pubblico già nel pomeriggio, a dispetto della giornata calda e delle spiagge così vicine alla capitale. Nei giardini del Circolo degli Artisti si passeggia, ci si ferma presso gli stand che propongono specialità della tradizione gastronomica italiana, dalle più note, come la pizza fritta della napoletana Donna Regina alle meno battute, almeno al centro sud, come le tielle di MoZao (da pronunciare rigorosamente in dialetto emiliano) . C’era chi puntava dritto in una direzione ben precisa, e chi invece si aggirava curioso, farfalleggiando di postazione in postazione, in cerca di ispirazione o solo indeciso su cosa scegliere per iniziare l’assaggio.

arancini, pizza e cannoli

Sicilianedde, rosticceria siciliana

Sicilianedde rappresentava una splendida tentazione, con quel trionfo di arancine e cannoli dal ripieno candido, che ti accoglievano alla fine del vialetto a mo’ di benvenuto. Particolarmente bello era il passaggio, vedere come tutti chiedevano, parlavano, ridevano, non soltanto gli avventori ma gli stessi espositori, curiosi di scambiarsi informazioni, assaggiare il prodotto del collega. Sì, perché qui non si parla di concorrenza, certe parole è meglio lasciarle alla freddezza dei manuali di marketing. Invece largo all’abbondanza, al colore, al gusto, al piacere di coesistere senza sovrapporsi. Solo così una star degli impasti lievitati come Gabriele Bonci può accostarsi allo stand di Dall’Antò e convenire con uno dei titolari, Antonio Menconi, che non c’è un motivo logico per cui la pizza è diventata così popolare mntre le farinate di ceci no, emettendo nel contempo sonori mugolii di sentito piacere. “Oh, ciao, ho saputo che hai aperto un nuovo punto” “Beh, a che punto sei col tuo progetto?” “Tieni assaggia, dimmi se è meglio di quella che hai provato in negozio”… brani di ordinaria conversazione tra attori in un teatro in cui va in scena la qualità condita da un bel po’ di divertimento.

Coming Soon: Mariolina

Coming Soon: Mariolina

Marzia e il suo compagno passano di stand in stand lasciando i loro biglietti: Mariolina, la loro ravioleria, aprirà a fine giugno a via Panisperna. Sono emozionati, abbastanza spaventati, perché il rischio è notevole, come in tutte le imprese commerciali, ma il progetto c’è e anche i partner giusti: il Pastificio Secondi fornirà Mariolina di ravioli pensati in esclusiva da potersi assaggiare solo lì, e da nessun’altra parte. La voglia di scambiarsi esperienze si respirava insieme ai profumi, moltissimi, che da qualunque direzione solleticavano il naso.

La difficile operazione della 'giratura'

La  ‘giratura’

Come quello della legna su cui un bel pezzo di manzo era sospeso per essere affumicato ‘in diretta’ , presso lo stand di Bottega Liberati, storica macelleria in zona Tuscolana, che ha proposto per l’occasione un kebab di pura pecora – pork free – e un wurstel fatto con il 70% di magro di maiale allevato allo stato brado e il 30% di grasso di maiale di cinta senese, impastati con il metodo dello shock termico, per non aggiungere addensanti, o altri additivi.

Magie della Natura Valbona nei gusti peperone, carciofo e spinaci

Magie della Natura Valbona nei gusti peperone, carciofo e spinaci

Uno strano aggettivo, ‘efficace’, riferito alla cucina. Creativa, destrutturata, molecolare, tradizionale, autoriale e così via: l’arte cibaria è stata chiamata in molti modi diversi ma ‘efficace’ uno proprio non se lo aspetta. Che bisogno c’era di confondere le idee a un pubblico che mai come oggi è bombardato di impiattamenti e spadellamenti su ogni mezzo in qualunque momento? E poi, cosa sono quelle tortine colorate variamente  abbinate, disposte con nonchalance sul tavolo della sala, roba che si mangia? “Non solo si mangia, ma è anche buona” mi legge nel pensiero la mia vicina di sedia, e ora sì, sono davvero curiosa. Intanto, lo chef in casacca nera dall’altra parte del tavolo (quello con le tortine) ne mette una rossa in una ciotola, aggiunge acqua, mescola un po’ e versa la cremina ottenuta in un bicchierino da finger (una verrina, d’accordo), ci mette su due crostini di pane toscano, una foglia di basilico e annuncia: ” La pappa col pomodoro!”
La pappa col pomodoro, una Magia di Valbona

Come la pappa col pomodoro? In un minuto e mezzo da quella cosina? Eh, ma ora la assaggio e… è la pappa col pomodoro! Ma il trucco c’è, e non si vede perché è, appunto, efficace. Lo ‘chef’, infatti, è Paolo Barichella, propugnatore e pioniere di un concetto di cucina più innovativo che nuovo: la cucina efficace, che ha – efficacemente – presentato a Roma mercoledì 4 giugno, presso Assaggi d’Autore, nell’ultima tappa del tour partito da Milano il 19 maggio scorso . “Non si tratta di risparmiare tempo, per quello ci sono già i fast food“, mi spiega, “ma di godersi ogni minuto, prendere il meglio che ogni esperienza può darci. E questo vale anche per chi non ha tempo  o voglia di cucinare”. E già, mica si può essere tutti cuochi. “Però a tutti piace mangiare bene” continua Barichella, che ha applicato i tools del più evoluto design all’esperienza del cibo. Non parlo volontariamente di ‘cucina’, perché la cucina efficace non è un libro di ricette o una filosofia più o meno chiusa sul mangiar sano, bene, etico etc. Si tratta di scoprire come arrivare alla massima gratificazione del palato e degli occhi a seconda delle proprie esigenze. Si capisce quindi che non c’è una formula magica valida per tutti. E tuttavia, la magia in qualche modo c’entra: partner della performance di Barichella è Valbona, un’azienda friulana che da oltre 50 anni lavora ortaggi selezionati per farne conserve (sottolio e sottaceto, 100% italiani) e che si è proposta sul segmento del fresco con le Magie della Natura, Si tratta di piccoli flan, sformatini di verdure fresche, pronti da gustare. Sono disponibili in confezioni da due vasetti di 85 grammi ciascuno, contengono pochissime calorie, nessun additivo, e si può scegliere tra spinaci, peperoni, pomodoro e basilico, carciofi e verdure dell’orto. Tanto versatili da poter diventare anche ingrediente di preparazioni più complesse (ma solo all’apparenza: la pappa col pomodoro insegna!) da presentare su un buffet raffinato: semplici, buoni e anche d’effetto. Eh, sì: proprio efficaci.

P.s.
dimenticavo: sono addensati con agar agar, quindi sono perfetti per vegani e vegetariani!

I produttori in prima lineaSabato 8 e domenica 9 marzo, la Città dell’Altra Economia ha ospitato la seconda edizione romana di Vini di Vignaioli, una fiera mercato dedicata al vino cosiddetto ‘naturale’. Cinquanta i produttori presenti a questa edizione, che è l’ultima di una lunga serie iniziata oltre dieci anni fa a Fornovo, in provincia di Parma, “Per scherzo” come ha dichiarato in questa intervista l’ideatrice Marie Christine Cogez-Marzani. Vini di Vignaioli è un’associazione che riunisce produttori (piccoli, 6-8 ettari di vigneti) impegnati a recuperare gusti e profumi dei vitigni autoctoni, vinificati secondo metodi che non prevede l’aggiunta di additivi estranei al territorio. Emilio Falcioni, uno dei coordinatori responsabili dell’edizione romana, ci spiega la posizione di questo comparto in crescita dell’enologia italiana, che lotta per una ritrovata cultura del terroir.

I piccoli produttori come Don Chisciotte contro i mulini a vento?
Il problema è riuscire a vincere il tentativo di omologazione del vino, esaltando le sue caratteristiche legate al territorio. Vini di Vignaioli si batte per il recupero della fermentazione spontanea, senza lieviti selezionati, e l’abbattimento del contenuto di solforosa di almeno il 60% rispetto a quanto previsto dal regolamento.

Vini di Vignaioli alla Città dell'altra economiaCombatte su quali terreni?
Legislativo innanzitutto. Il regolamento europeo sul vino biologico (il vino naturale è biologico, ndr) è strutturato per applicarsi in Sicilia così come nella Germania del nord. E’ ovvio che non può tenere conto in modo puntuale di tutti gli aspetti coinvolti. In realtà presenta delle maglie molto larghe, che consente ai produttori di fare un po’ quello che vogliono.Noi stiamo spingendo soprattutto sul fronte dell’etichettatura. L’attuale regolamento sul vino consente di ampliare le informazioni sull’etichetta, anche se ancora non è permesso scrivere ‘vino naturale’ o ‘vino non filtrato’, ma un po’ alla volta l’attenzione del pubblico sta aumentando. Ci sono chef e ristoratori importanti che si stanno interessando al vino naturale perché i loro clienti iniziano a chiederlo, e questo è un segnale importante. Il fatto stesso che da oltre 10 anni abbiamo visto crescere le richieste di adesione all’associazione e il pubblico alle manifestazioni è un’ulteriore conferma.

Cosa chiedete ai vostri associati?
Serietà, per prima cosa. Le nuove aziende devono presentare una serie di caratteristiche, autocertificate all’inizio, ma comunque confermate da almeno due aziende ‘anziane’ che fungono da garanti della qualità della produzione. Poi partecipazione: agli eventi i produttori devono essere presenti in prima persona, perché questo comparto vive sulle informazioni al cliente e le risposte alle domande. Qui non troverete mai dealer, distributori, o grandi marchi, perché il rapporto che abbiamo con le aziende associate è diretto.

Ma come contate di coinvolgere il grande pubblico?
Intanto abbiamo in programma altri incontri, prossimamente a Firenze e in una città del sud, forse Palermo, Stiamo lavorando per dei gemellaggi con altre realtà all’estero, e in contemporanea al prossimo Vinitaly saremo a Villa Favorita – VinNatur (5-6-7 aprile prossimi, ndr)

 

 

 

Gambero Rosso's first Guide to Best Italian Cured Meats

1a Guida ai Grandi Salumi del Gambero Rosso

Dopo vino, olio, prodotti caseari e dessert anche l’arte norcina ha il suo momento di gloria. Da ieri è disponibile in libreria la prima Guida ai Grandi Salumi d’Italia (336 pp, 11,90 euro), un autentico compendio delle carni conservate di cui è ricca la nostra gastronomia. Paolo Cuccia, AD di Gambero Rosso Holding, nella sua introduzione ha espresso un pensiero che molti dei produttori premiati hanno condiviso: arte e cibo sono le bandiere che rendono l’Italia unica al mondo, eppure la sensazione diffusa è quella di un paese minacciato che non riesce a tener testa a un mercato sempre più aggressivo. Molti produttori denunciano grande difficoltà a mantenere un alto livello qualitativo finché l’unico parametro che il mercato recepisce è l’estrema convenienza. Anche a danno della salute. Razze di maiali antiche, come quelle dal manto nero che scorrazzano per i boschi della penisola pur nelle varianti regionali, hanno rischiato l’estinzione per l’introduzione massiccia di suini ‘biondi’, vere fabbriche di carne. Ma a che prezzo? Carne più magra ma di qualità nettamente inferiore sotto il profilo gustativo e nutrizionale, e un grasso povero di acidi oleici, cioè di grassi monoinsaturi ‘buoni’, al contrario dei loro cugini autoctoni.

Il pestat di Fagagna (Udine) presidio Slow Food

Il pestat di Fagagna (Udine) presidio Slow Food

Se non sempre ‘magro’ è sinonimo di salubre, nel caso dei salumi non è decisamente una qualità da ricercare. Al contrario, è la giusta quantità e la qualità del grasso a fare spesso la differenza, e a regalare quei pochi punti in più che fanno di un salume – pur ottimo – un capolavoro tale da meritarsi il titolo di ‘eccellenza’. Dei 600 salumi di tutta Italia recensiti nella Guida, solo 27 hanno superato la soglia dei 95 punti, assegnati dai giurati. Di ognuno di essi il suo produttore è stato in grado di raccontare per filo e per segno come viene ottenuto e perché sprigiona quell’inconfondibile sapore. Segno di una cura e un’esperienza che è essa stessa patrimonio nazionale. Gli angolofoni lo chiamano ‘know-how’. Da noi si chiama amore.

Ecco le eccellenze, regione per regione:

Liguria
Lardo con basilico genovese Dop di Albino Chiesa
Lombardia
Slinzega di manzo e Slinzega Sale e Pepe di Edoardo Gamba
Veneto
Salame naturale Bazza senza aglio di Giovanni Bazza
Trentino
Speck di Belli
Alto Adige
Speck di Heinrich Poder, a San Pancrazio (BZ)
Friuli Venezia Giulia
Pestat di Fagagna di Casale Cjanor
Prosciutto San Daniele 18 mesi Dop di Coradazzi
Ossocollo di suino Mangalica di Jolanda de Colò
Prosciutto San Daniele Numero 10 Dop di Dok Dall’Ava
Prosciutto San Daniele 18 mesi Dop di Zamini
Emilia Romagna
Culatello di zibello 28 mesi Dop di Antica Corte Pallavicina
Cotto ’60 di Branchi
Culatta e Prosciutto di Parma Secretum Dop di Devodier
Salame Felino di Ducale
Prosciutto crudo di maiale nero 24 mesi Dop di Rosa dell’Angelo
Prosciutto di Parma 30 mesi Dop di Sant’Ilario
Cotechino vaniglia di Ambrogio Saronni, a Castelvetro Piacentino
Prosciutto di Parma 18 mesi Dop di Zuarina
Toscana
Prosciutto del casentino di Fracassi
Capocollo di cinta senese di Salumi Massanera
Lazio
Prosciutto crudo di Mangalitza di Villa Caviciana
Guanciale di maiale nero dei monti Lepini di Maurizio Macali
Abruzzo
Ventricina del vastese e Salamella di fegato al vino cotto di Fattorie del tratturo
Calabria
‘Nduja di Ferrari
Sicilia
Capocollo di suino nero dei Nebrodi di Sebastiano Agostino Ninone
Prosciutto crudo di suino nero dei Nebrodi di F.lli Borrello

 

organicow

agricoltura bio nella nuova politica europea

L’Europa sta per varare la nuova Politica Agricola Comune, che coprirà gli anni dal 2014 al 2020. Non è roba da poco, se si pensa che influirà su allevamenti, pascoli, coltivazione di cereali, frutta, verdura, olio etc. etc. Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (Mipaaf) ha messo a disposizione una presentazione riassuntiva delle nuove linee guida, ma manca una spiegazione delle stesse alla luce di quanto è stato messo in atto finora. Soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura biologica, citata in almeno la metà delle slide ma impossibile da contestualizzare dai non addetti ai lavori. Ben venga dunque l’iniziativa delle Biodomeniche, che  inaugurano il mese di ottobre in quasi tutta Italia. Un progetto che va avanti da 13 anni, voluto e sponsorizzato da AIAB, Legambiente e Coldiretti, e che quest’anno è inserito del progetto Mind the CAP, un’iniziativa portata avanti dal gruppo europeo IFOAM EU col sostegno di dieci stati membri, che si propone proprio di informare operatori e semplici consumatori del ruolo dell’agricoltura biologica nell’economia europea e del peso che avrà (o che dovrebbe avere) nella nuova Politica Agricola Comunitaria. Presso le piazze in cui avrà luogo la manifestazione, punti informativi e stand metteranno a disposizione dei visitatori materiale divulgativo.

A Roma l’appuntamento è domenica 6 ottobre dalla mattina alla sera ai Fori Imperiali; qui c’è l’elenco completo delle Biodomeniche nel resto d’Italia.