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Stretto tra due denominazioni giganti come il Brunello di Montalcino e il Chianti Classico, ma con una storia di tutto rispetto, il Vino Nobile di Montepulciano grazie a imprenditori come i Sacchet e gli Zaccheo dell’azienda Carpineto, si riappropria della visibilità che merita. Con circa 200 ettari a vigneto, suddivisi su cinque Tenute (Appodiati),  Carpineto è una realtà importante nella Toscana del vino. In particolare, per gli appodiati di Montalcino, 53 ettari di cui 10 piantati a Sangiovese grosso e Montepulciano  (65 ha coltivati a Prugnolo gentile, il nome locale per l’uva Sangiovese), che danno vita alle denominazioni più importanti dell’azienda, il Brunello  di Montalcino docg e il Vino Nobile di Montepulciano Riserva docg.Quest’ultimo in particolare sta regalando grandi soddisfazioni agli eredi dei fondatori, in quanto unico Nobile di Montepulciano presente nella top 100 di Wine Spectator con 93/100 e per ben due volte consecutive (2010 e 2011). “Ci abbiamo creduto e i risultati sono arrivati” afferma con orgoglio Antonio Michael Zaccheo, figlio di quel Mario che nel 1967 fondò l’azienda insieme a Giancarlo Sacchet, miglior enologo italiano  e nel 2005 anche miglior enologo mondiale, recentemente scomparso. Ci credono nel Nobile a tal punto da farne il protagonista di una verticale guidata dal sommelier Paolo Lauciani, presso la Nuova Villa dei Cesari a Roma: Nobile Riserva 2011, 2010 e 1989 più il Nobile Riserva 2001 Cru Poggio Sant’Enrico, un vino prodotto solo in grandi annate, e destinato a lunghi invecchiamenti. A corona della verticale, abbiamo assaggiato anche il Brunello di Montalcino docg 2012 e due annate di Farnito (2012 e 2000), Cabernet Sauvignon igt, premiato con le Super Tre Stelle (ovvero punteggi superiori a 94/100) nell’edizione 2017 della Guida Oro I Vini di Veronelli.

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Paolo Lauciani e Antonio Michael Zaccheo

Nei calici, un rubino pieno e deciso – grazie alla presenza di un 10% di uve autoctone, canaiolo su tutte -che si esprime con un frutto maturo e dolce, e spiccate note di viola nell’annata 2011; le note speziate virano sulla dolcezza e il legno (botte di rovere) risulta ben dosato: unico indizio, i tannini un po’ polverosi, dovuti alla relativa gioventù di questo vino, che colpisce comunque per finezza e freschezza. Con la 2010 i toni si fanno complessivamente più scuri, e l’intensità  aumenta. Prugna cotta, pout pourri, balsamicità da sottobosco e tostature – caffè, cioccolato –  anice, liquerizia… man mano che il tempo passa si aprono nuovi suggestivi spiragli. Al sorso l’iniziale morbidezza lascia presto la scena alla freschezza che sembrerebbe un marchio di fabbrica: i vigneti ben esposti ma riparati e a un’altitudine di circa 500 metri evidentemente beneficiano di un clima particolarmente favorevole. Notevole la persistenza. Il 1989 – e parliamo di un vino di 28 anni – si presenta già con un colore che risente della maggiore evoluzione, più scarico e con sfumature arancio, e sicuramente più chiuso al primo contatto. Perché si esprima ha bisogno di tempo: un frutto meno spiccato ma fine, un naso molto pulito, in cui emergono sentori di pomodoro e speziature dolci. Il sorso è piacevole, non c’è la sferzata nè il tannino delle prime due bottiglie, qui è tutto più garbato, e sul finale si fa strada un che di rosa appassita. Nel Cru Poggio Sant’Enrico torna la consueta freschezza, anche se questo particolare vino matura in barrique, a causa dell’esposizione del vigneto, a sud proprio sulla cima del colle, che donerebbe alle uve una particolare carica polifenolica. Il 2001 ancora ha tempo davanti a sè: il Poggio Sant’Enrico è un sangiovese in purezza, pensato per un appeal internazionale, ed ecco che il frutto è l’amarena, è la mora, e la balsamicità ricorda le foglie di mirto fresche. Il palato è intenso, con una bella coerenza olfattiva,  i tannini – nonostante gli anni – sono ancora lievemente astringenti; intense note chinate dopo qualche tempo nel calice.

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Il Nobile di Montepulciano docg Riserva 1989: il colore è aranciato per la lunga evoluzione

Con il Brunello ci spostiamo a Montalcino, in località Rogarelli, a 500 metri sul livello del mare; fossili marini, rocce, calcare e galestro, alberese e argille contribuiscono all’eleganza olfattiva dei vini prodotti in questa zona. Tre anni in botte grande e poi bottiglia, senza altri trattamenti. Il naso è molto pulito e di un’intensità composta di fiori e frutti rossi, di rosa canina e  grafite, note boscose fresche di felci e muschio bagnato. Tutto si ripresenta al sorso, morbido, carezzevole di tannini ben dosati, in cui le note acidule della fragolina di bosco e altre ferruginose si stemperano in una sapidità che dona lunghezza. Sono 14% ma non si direbbe.

Dal Sangiovese, passiamo al Cabernet Sauvignon, altro vitigno spigoloso. La selezione Farnito viene da piante che danno – quando va bene – 2/3 di bottiglia per pianta: le uve invecchiano in botti piccole, di cui un terzo nuove, e le altre di secondo, terzo e quarto passaggio, quindi in bottiglia per almeno altri otto mesi. L’annata 2012 è ‘in fieri’: tannini ancora graffianti, anche se intensità e profumi si presentano con decisione: ciliegia, pepe e noce moscata, ma anche liquerizia e caffè. Con la bottiglia successiva, vendemmia 2000, si intravede il futuro. I tannini ci sono, ma accompagnano il sorso, non lo frenano, anzi danno forza espressiva alle note di peperone, le tostature di caffè e cioccolato, il pepe nero e il fuoco di camino. Un vino di grande piacevolezza e di struttura, che per la totale assenza di note amare si presta bene all’abbinamento con gli arrosti, i brasati e le braci.

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Si è conclusa ieri la kermesse enologica organizzata da Luca Maroni e ospitata presso il complesso monumentale di Santo Spirito in Saxia a Roma. Molti, come sempre, i produttori e i distributori ansiosi di raccontare le proprie battaglie per la visibilità in un settore così pesantemente minacciato da politiche economiche e industriali soffocanti. Nell’aria c’è la preoccupazione di non riuscire a reggere la pressione del mercato, e non tanto per un problema di competitività, perché non mancano certo competenze e passione, quanto per la mancanza di regole e direttrici che sostengano scelte qualitative molto più costose e meno redditizie sul breve periodo.

Oreste Molinari e lo stemma del Consorzio Frascati Doc Docg

Oreste Molinari  del Consorzio  Tutela Frascati Doc – Docg

Alla degustazione erano presenti grandi realtà italiane ma anche esponenti di consorzi e rappresentanti di quella ‘filiera corta’ di cui si parla tanto e bene nelle redazioni di magazine e quotidiani, nelle dichiarazioni di intenti di associazioni e partiti, ma che poi stringono – a quanto pare – molto poco in termini di agevolazioni, appoggio e politiche agricole. Eppure i dati pubblicati dai vari Enit, Istat, Wto, Bit eccetera dicono tutti la stessa cosa, che l’unico settore in grado di fare reddito oggi in Italia è quello turistico abbinato all’offerta enogastronomica di qualità. Di food italiano ‘cheap’ è pieno il mondo, lo testimoniano i kit per vino e mozzarella che spopolano in nordeuropa e oltreoceano. Chi viene qui si aspetta qualcosa in più. Ma a quanto pare tutto lo sforzo è demandato ai singoli produttori. Oreste Molinari, membro del CdA del Consorzio Tutela Frascati Doc – Docg nasce come fornaio e pasticcere e per le paste secche per cui è giustamente noto usa solo vino Frascati Doc – Docg. Si è sfogato con noi lamentando il totale disinteresse della Regione Lazio (nella persona dell’assessore all’agricoltura Sonia Ricci) sorda alle istanze dei consorziati. Comunicazione, visibilità, iniziative di sostegno, costituirebbero un segnale positivo, d’incoraggiamento ad andare avanti nonostante il momento di crisi, le difficoltà etc. Invece sono tanti i viticoltori dei Castelli Romani che hanno deciso di estirpare i vigneti per incassare il contributo (circa 8000 euro/ha), e molti di quei terreni sono stati cementificati in un batter d’occhio. “Nella zona dei Castelli siamo pieni di appartamenti vuoti, sicuramente non c’è emergenza abitativa” – incalza Molinari – “mentre per organizzare in modo decente la partecipazione a manifestazioni come Vinitaly che per tanti rappresenta la vetrina più importante a livello internazionale non ci sono risorse né tempo. Il consorzio ha minacciato di utilizzare gli spazi di altre regioni quest’anno, per protestare contro le condizioni espositive in cui la Regione Lazio ci ha costretti l’anno scorso. Ad oggi ancora non sappiamo che tipo di finanziamenti sono stati stanziati per la prossima edizione, mancano meno di due mesi e non c’è niente di organizzato e sicuramente chi non si chiama Fontana Candida o Principe Pallavicini non dispone di decine di migliaia di euro per poter essere presente al Vinitaly.” Più che una lagnanza, è un appello al senso di responsabilità dei governatori regionali, affiché agiscano per sfruttare finalmente un bene comune secondo le grandi potenzialità che offre.