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Riprendo gli appunti sulla 24° edizione del Concours Mondial de Bruxelles, la manifestazione che premia i vini di qualità nel mondo, per scoprire, dopo qualche settimana, quale dei vini che ho assaggiato è ancora vivido nella memoria. Mi ricordo quel pomeriggio di giugno, era troppo caldo, anche per Roma. Sulla Terrazza Civita, al quinto piano di Palazzo Generali a Piazza Venezia, i premiati erano soprattutto italiani, con qualche presenza estera, molta Spagna, Sud Africa, poca Francia, qualcosa dal Sud America e perfino Cina.  La vista? Unica, Roma è la più bella città del mondo, non c’è storia. L’eccellenza in una cornice come questa trova il suo habitat naturale.

Roma-Terrazza-Civita

Il Monumento a Vittorio Emanuele e via dei Fori Imperiali

L’Italia ha portato a casa ben 348 medaglie (Grande Oro, Oro e Argento) su 2642, contese tra 9000 referenze da tutte le zone vinicole del globo e una Rivelazione Internazionale 2017 (il siciliano Terre della Baronia 2014, blend di Nero d’Avola e Perricone dell’Azienda Agricola A. Milazzo, che ha anche altre carte interessanti da giocare). Non male, anche se il primato della Spagna (619 medaglie) un po’ mi sconcerta, almeno dalle bottiglie che ho potuto assaggiare, che ammiccavano abbastanza a una certa facilità di beva (ma la sede di questa edizione era a Valladolid…)

Di nostrano, invece, restano interessanti:

Bolle
Azienda Andreola Col del Forno Rive di Refrontolo, prosecco  Superiore Valdobbiadene Docg brut, dall’attacco minerale e piacevolmente fresco, i sentori di frutta bianca arrivano dopo e comunque lievemente acerbi. In cantina costa 7/8 euro. Sempre Andreola, il Selezione Millesimato Extra Dry,  dalle note più morbide, forse più tipiche, ma per il mio gusto meno coinvolgenti. In cantina, circa 5 euro.
Dell’azienda Le Colture il brut Fagher, 800mila bottiglie da 40 ettari di vigneti tra Pieve di Soligo e Conegliano, dai sentori di mela, pera, lime, persistente, forse un po’ indietro in morbidezza e perlage lievemente dominante. In cantina 8/9 euro.

 

Bianchi fermi
Non è il primo che ho assaggiato, ma è quello di cui conservo il ricordo più vivido: il Greco di Tufo Cantina Sanpaolo di Claudio Quarta, prodotto da uve nate tra Avellino e Benevento a 700 metri d’altezza, vinificato in acciaio 6 mesi con batonnage periodici e poi ulteriori 6 di affinamento in bottiglia. Il colore è un paglierino pieno, i profumi sono minerali e intensi di frutta gialla, camomilla e fiori di campo, e pari intensità si ritrova al palato, molto lungo con acidità e sapidità molto ben calibrati. Sorso avvolgente, leggera nota mandorlata sul finale, per me ottimo anche non abbinato. La produzione (questa è la vendemmia 2016) prevede 3000 bottiglie da 750cl e 2000 magnum, al prezzo (in cantina) rispettivamente di 12,00 e 24,00 euro.

La Sicilia è stata particolarmente presente nei banchi d’assaggio di questa edizione romana del Concours Mondiale de Bruxelles 2017. Ricordo bene Kikè il Traminer aromatico di Fina (con un 10% di Sauvignon Blanc), da vigneti posti tra i 500 e gli 800 metri slm, ottenuto con la tecnica della microvinificazione, di cui vengono prodotte circa 8000 bottiglie, vendute al prezzo di 9 euro (in cantina). Deciso, come mi aspetto da un traminer siciliano e intenso, con un naso gentile di gardenia biancospino e tuberosa e note verdi e balsamiche, che tornano anche al palato, con un finale amarognolo piacevole e una bella morbidezza. Della Società agricola Milazzo Terre della Baronia ricordo il Federico II, metodo classico da uve chardonnay, che riposa sui lieviti 72 mesi ed è prodotto in bottiglie numerate (18.000): albicocca fresca, perlage fine e una sferzata di freschezza e sapidità che si rivela sul finale. In enoteca è venduto al prezzo di 40 euro circa.  Della stessa azienda, il Maria Costanza, da uve Inzolia e Chardonnay, di cui il 10% affina in barrique di primo passaggio, mi ha colpito per intensità, naso elegante di fiori e frutta essiccata, bocca sapida e lunga con un finale ammandorlato non invadente. L’azienda opera in regime biologico, e presta particolare attenzione alle ossidazioni in tutte le fasi di lavorazione del vino.

Rossi, rossissimi e rosé
Dell’azienda Masciarelli assaggiare l’Iskra Marina Cvetic 2011, Rosso Colli Aprutini da uve 100% Montepulciano, è praticamente atto dovuto. Intenso già alla vista, al naso e al palato, la conferma: toni scuri, ma con una freschezza che lascia intravedere una bella storia in cantina, frutta, cuoio, tostature, tocchi balsamici di sottobosco, che un po’ mi aspettavo. In cantina costa 19/20 euro. Quello che mi ha spiazzato invece, ammetto l’ignoranza, è il Merlot Marina Cvetic 2013 da uve 100% merlot coltivate a Ofena, a 500 metri s.l.m., nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, vinificato in acciaio e invecchiato in botti di rovere per 12 mesi e poi in bottiglia per almeno 2 anni; l’ho trovato di grande personalità, tra le migliori espressioni di questo vitigno assaggiate finora, con delle note di melograno per me inedite. E’ una bottiglia che vorrei avere in  buona quantità nella mia cantina, ma purtroppo non ce n’è più, l’annata 2013 è già finita. Per il prezzo (15/16 euro in cantina) un acquisto che avrei fatto volentieri.

 

Il Terre della Baronia 2014 della Società Agricola Milazzo  (blend di Nero d’Avola e Perricone in ragione del 70%/30%) si è aggiudicato il titolo di Rosso Rivelazione Internazionale a questa edizione del Concours. Si presenta con un bel rubino scuro, note di frutta rossa matura che al palato diventano sotto spirito, caffè tostato, miele e cannella, quasi a suggerire una vendemmia lievemente ritardata. Questa è una bottiglia ancora giovane, i tannini devono maturare, e in enoteca (la cantina non effettua vendita diretta) si può trovare a circa 20 euro.
Mi sono piaciuti molto i rossi  dell’azienda calabrese Serracavallo  a base magliocco, un vitigno non particolarmente diffuso nelle enoteche romane. Il Terraccia, 90% magliocco e 10% cabernet sauvignon, chiamato così per via della nomea del suolo vitato (“è una terraccia”), che è stato tra i miei preferiti per sensazioni e piacevolezza di beva. I tannini ci sono, sono importanti, ma ben bilanciati, le note sono decisamente scure, che richiamano il caffè torrefatto e il peperone crusco, pepe e bastoncino di liquirizia. Sono 14 gradi e mezzo che vanno giù con (troppa!) facilità. In cantina costa intorno agli 8 euro. Il Vigna Savùco (sambuco in dialetto locale, per la presenza di un vecchio albero) è il cavallo di battaglia dell’azienda e anche un po’ la sfida: un vino importante di magliocco in purezza, senza altri apporti. Si rivela molto interessante, naso di mora e di mirto, china e caffè, con un attacco molto fresco al sorso e le note scure di confettura, cioccolato, liquerizia, terra, che arrivano in un secondo momento, quando l’alcool, morbido, ha già diffuso il suo calore. L’annata assaggiata è la 2012, e secondo me si esprimerà ancora meglio tra un paio d’anni, anche se è un vino che già riposa circa 4 anni e mezzo prima della commercializzazione. Il cantina circa 25 euro.

Con l’azienda Castello di Vicarello saliamo in Toscana, a Poggi del Sasso; terreni coltivati in regime biologico, vitati a cabernet sauvignon, cabernet franc, petit verdot e sangiovese per tagli bordolesi ma non solo. Il Merah è il primo che assaggio, sangiovese 100% da uve cresciute a 500 metri d’altezza, affinato in tonneaux di rovere, che non hanno compromesso la freschezza e la finezza di questo vino: fiori e frutti rossi, sorso molto accattivante. Con il Terre di Vico abbiamo un blend 70% sangiovese e 30% merlot, vinificato in tini a tronco conico di rovere francese per 4/6 settimane e poi matura (ciascun vitigno separatamente) in botte piccola per metà nuove e per metà di secondo passaggio per circa 18 mesi prima dell’affinamento in bottiglia per altri 18 mesi. Abbiamo calore e morbidezza, profumi più complessi rispetto al precedente, con una botte ben dosata che non appiattisce la piacevole componente acida. Castello di Vicarello è la referenza di punta dell’azienda, composto da cabernet sauvignon (45%) cabernet franc (45%) e petit verdot (10%) provenienti da due vigne collinari, la Vigna del Castello e la Vigna Poggio Vico, con bassissime rese (40 q/ha), vendemmia e selezione degli acini a mano,  per circa 3000/3100 bottiglie in tutto. Vinificazione in tini di rovere francese e maturazione in barrique e tonneaux per almeno 24 mesi, più altrettanti di affinamento in bottiglia: l’annata in degustazione era la 2012, per un vino complesso, opulento nei profumi scuri, di incenso e sandalo, e ancora sferzante all’assaggio, da abbinamento con piatti succulenti, cotti a lungo, e che al pubblico è proposto con un prezzo intorno ai 65 euro. Per l’occasione Brando Baccheschi Berti – giovane erede dell’azienda – ha voluto spillare direttamente dalla botte la novità di quest’anno, il Santaurora, rosé da salasso di Malbec in purezza, che matura in acciaio e affina in bottiglia: fruttini freschi, profumati, ribes, fragoline e note mentolate, per un sorso piacevole ed estivo. Il prezzo in cantina si aggira sui 13 euro.

 

 

 

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CRUDISTA_Ravioli_di_rapa_rossa_con_trito_di_pistacchi

Evoca la semplicità – cosa c’è di più naturale di un fiore?-, ma anche un’infinità varietà di colori, forme e profumi il nome dell’unico ristorante dichiaratamente flexiteriano della capitale, che ha festeggiato il suo primo compleanno puntando all’esaltazione della versatilità delle sue proposte, da cui il termine ‘flexiteriano’: flessibile e vegetariano. Ma anche crudista, vegano e tradizionale. Perché negli ultimi tempi organizzare  una cena tra più persone sta diventando complicato, e in ogni tavolata c’è sempre qualcuno con la faccia triste davanti all’insalata verde.

 

Ecco perché l’elogio della flessibilità in cucina è una carta di sicuro vincente, perché premia la socialità nel rispetto  delle scelte di vita di tutti. “Rispetto” è l’altra parola chiave del progetto Fiore, declinato nel senso della stagionalità, della preferenza data ad aziende che operano in regime biologico, della qualità e della tipicità. Fa piacere la presenza in carta – e per l’occasione anche in sala – di nomi importanti  della gastronomia italiana, come la piemontese Castagna o l’abruzzese Fracassa per comporre taglieri di salumi e formaggi che non si dimenticano (quel gorgonzola al cucchiaio scoperchiato in diretta era commovente). Rispetto della materia prima stessa, con tecniche di cottura non invadenti: il fritto a bassa temperatura, per esempio, mai superiore ai 140° per non modificare le qualità dell’olio, il vapore, la (bellissima) piastra di sale dell’himalaya, che rilascia gradualmente il calore e insieme ad esso sapidità e oligoelementi preziosi, le marinature e le essicazioni, tipiche della cucina crudista gustosa e salutare, ma senza dimenticare la tradizione: padelle, forno e tegami, per intingoli, sughetti e arrosti (e la porchetta la fanno in casa!).

 

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Casalinga è anche la produzione di erbe aromatiche e alcuni ortaggi, nella stupenda terrazza in cui sedersi a pranzo e a cena, oppure per l’aperitivo. Un déhor raffinato e degno senza auto che sfiorano le sedie, gas di scarico, rumori e passanti, un mondo a parte di 250 metri quadri protetti da salvie di varie razze, varietà di menta, basilico, rosmarini, finocchi cavoli e melanzane, pomodori, timo e dragoncello, che al tramonto profumano l’aria persino nella centralissima via Boncompagni.

 

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Dietro a un progetto così complesso nella sua versatilità dovevano esserci menti e mani capaci: la cucina è affidata a Matteo Cavoli, executive chef giovane ma con una solida esperienza maturata al Convivio Troiani subito dopo il diploma presso l’Alma di Gualtiero Marchesi; la direzione è affidata a Giulio Vallorani, manager di lungo corso (Gran Caffè Meletti di Ascoli Piceno, Convivio Troiani), che per questo locale ha scelto personale giovane ma qualificato. E tutti si muovevano effettivamente con grande padronanza e sincronia, erano in grado di raccontare ciò che stavano servendo senza dimenticare il sorriso e la cordialità.

 

Fiore propone un menu stagionale per il pranzo e la cena diviso nei vari stili alimentari, crudista, mediterraneo, vegetariano, che comprende anche i dolci, gli smoothies, e le bevande, e non prevede una formula ‘degustazione’. Il prezzo medio è di 12,00/13,00 euro per piatto (sui dolci siamo intorno agli 8,00/10,00 che diventano circa 6,00 per gli infusi e le tisane). Per l’aperitivo invece c’è un menu a parte che prevede taglieri di salumi e formaggi dalla bottega gastronomica (ne parlo tra poco), oppure selezioni di miniporzioni crudiste, crostini misti con pani dal forno I Santi, al prezzo medio di 10,00/15,00 euro, cocktail a 10,00 euro circa, vini al calice a 6,00/7,00 euro (con qualche proposta che si trova raramente in mescita, come lo champagne Roederer e il Cervaro della Sala di Antinori, che costano però qualcosa in più).

Quasi tutto ciò che si assaggia da Fiore si può portare anche a casa: parte del progetto è una bottega gastronomica, piena di quei prodotti per lo più a km 0 che Fiore ha selezionato per sé ma che trovano degnissimo posto sulla tavola di tutti i giorni, o per una cena tra amici. Qualche nome? Oltre naturalmente a Fracassa e Castagna: D’Ascenzo (formaggi a latte crudo di pecora delle campagne della Sabina), olio EVO Biologico Cervo Rampante, di Farfa, pasta Monograno FelicettiGrisciano da Accumoli e Fausti da Norcia per i prosciutti (aziende che si stanno riprendendo dopo le devastazioni del terremoto dell’agosto scorso), il pane del forno de I santi Sebastiano e Valentino, protettori dell’arte bianca, e altre importanti referenze.

Una bella presenza, quella di Fiore, nella forma e nella sostanza, in una città come Roma, che sempre più sembra puntare sul food per il rilancio delle economie commerciali, ma che spesso dietro alle vetrine tirate a lucido ha poco da offrire. Non è questo il caso, la scelta è vasta, di qualità e nessuno stile alimentare è penalizzato: la stagione è appena cominciata, stasera ceniamo insieme in terrazza?

Fiore  – Aperto tutti i giorni
Via Boncompagni 31/33, 00187 Roma
T. +39 06 4202 0400
http://www.fiore.roma.it
info@fiore.roma.it
https://www.facebook.com/fiorecrudoevapore/?fref=ts