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Tra grignolini, belloni, cesanesi, grechetti, merlot e dolcetti, ma anche nebbioli in versione Barbera, malvasie, cerasuoli e altri impossibili da elencare in modo esaustivo, si è svolta la degustazione Bere Bene 2017, la guida del Gambero Rosso ai vini (buoni) da bere tutti i giorni e non solo nelle occasioni speciali, perché costano al massimo 13,00 euro. Al di là delle considerazioni economiche (rispettabili), questi banchi d’assaggio lasciano la scena a vini dai nomi meno altisonanti, che però – pur nei propri limiti espressivi – sanno regalare piacevoli sensazioni. Tante le referenze in degustazione, anche se tra queste erano poche le cantine vincitrici degli Oscar Regionali – e solo 2 su 9 quelle insignite dell’Oscar Nazionale – ad aver dato bottiglie per l’assaggio. Peccato, perché sarebbe stato interessante capire l’eccellenza pur in una medesima fascia di prezzo.

Inizierei a questo punto dagli unici due Oscar Nazionali presenti in sala: Orvieto Classico Torricella 2015 di Bigi, classico di nome e di fatto, fiorito, caldo, di buona struttura e abbastanza persistente. Per un Oscar nazionale mi sarei aspettata un po’ di mineralità in più. Mi sarebbe piaciuto fare il confronto con il Terre Vineate di Palazzone, Oscar Regionale e suo competitor per categoria, di cui ricordo la freschezza (l’annata era 2014), ma purtroppo non era in degustazione. Mi è piaciuto molto il cerasuolo d’Abruzzo Donna Bosco Rosé 2015 di Nestore Bosco, dal naso intenso, vinoso, di bacche rosse fresche, che tornano in bocca con bella persistenza e avvolgenza. Per non parlare del colore che è strepitoso, intenso limpido e luminosissimo (è il vino in apertura)…

La serata è partita con un il Roero Arneis di Filippo Gallino, dal naso erbaceo ed intenso, di discreto corpo, asciutto, sapido e dal finale amarognolo. Meritava un Oscar almeno regionale il Colli di Luni Vermentino Et. grigia 2015 Lunae Bosoni, che ho trovato molto bello, elegante al naso, con aromi delicati di biancospino che poi in bocca si ampliano con note agrumate, cedro su tutte, e marine. Lungo, avvolgente, piacevolissimo, non si direbbe proprio che costi (in cantina) 11,60 euro.

Poi vedo Cantina Tramin e mi fermo,  un buon pinot grigio non si rifiuta. E il Pinot Grigio 2015 Tramin conferma le aspettative, con un naso fine, intenso e minerale, e un frutto elegante al palato, con note lievemente tostate e piacevolmente amarognole. Piacevolissimo anche il Sauvignon Blanc 2015 della trentina Pravis, con evidenti note di salvia al naso, ed al palato si arricchisce con le foglie di pomodoro e si ammorbidisce con le note esotiche della passiflora. Voglio assaggiare anche il sauvignon che ha vinto l’Oscar regionale, ma prima incontro sul percorso il Soave doc Campolungo Villa Mattielli, di cui ricordo con piacere  una delicatissima rosa rosa che si sprigiona dal calice, e un bel sorso caldo e asciutto, con sentori di frutta estiva e una bella freschezza, perfetto abbinato con il Parmigiano Reggiano giovane che era in degustazione. Il Sauvignon Vigna Al Lago Tenuta Conte Romano, premiato dalla Guida, è stato proprio una bella scoperta. Per una bottiglia di prima fascia il vino è decisamente elegante, con tutte le note del Sauvignon blanc ma ben armonizzate, senza che nessuna prevalga sulle altre. Il colore freddo non deve ingannare, la gradazione alcolica è 14%! Il grechetto Propizio 2015 dell’azienda biologica Giangirolami era una vecchia conoscenza, e si conferma piacevolmente morbido, anche se rispetto ad altre annate che ho assaggiato questa mi sembra mancasse un po’ di freschezza.

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E poi, però, è arrivato lui: il Verdicchio dei Colli di Jesi metodo classico brut Riserva Ubaldo Rosi, di Colonnara. Da uve 100% verdicchio coltivate tra i comuni  marchigiani di Cupramontana e Apiro, sta sui lieviti 60 mesi, è lavorato completamente a mano e non doveva essere lì, non fa parte dei vini recensiti dalla Guida, perché questa non è una bottiglia da 13,00 euro. Bollicine fini, naso intenso, fiorito, gusto fresco e persistente, pulito, con erbe di macchia e mandorle tostate sullo sfondo, perfetto per concludere la serata. Il prezzo? 28,00 euro circa, e li vale tutti.

 

 

 

 

 

 

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E’ il trentesimo compleanno per la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, tempo di consuntivi e osservazioni. In trent’anni i vini maturano, le tecniche si affinano, gli enologi cambiano, si susseguono le generazioni così come le mode in cantina e iuin vigna. Barrique, anfora, giara, lieviti autoctoni, selezionati, antichi vitigni riscoperti e riproposti, una continua evoluzione lega ogni stagione di questo trentennio. In senso positivo, per fortuna: la qualità del vino italiano è aumentata molto, è la sintesi dei curatori della nuova Vini d’Italia 2017, Marco Sabellico, Elenora Guerini e Gianni Fabrizio, anche se la percezione non è tale. A fronte di una grande capacità produttiva non c’è altrettanta capacità comunicativa, e il nostro miglior prodotto se ne va all’estero per quote che sfiorano l’80%. Consorzi e cooperazione tra piccoli e medi vignaioli sono ancora viste con diffidenza, e a torto, perché laddove c’è stata comunicazione di territorio (la Toscana in primis, ma anche la Puglia, il Veneto) si sono visti anche i risultati economici.

Raccontare il buono, educare i consumatori e dare visibilità ai produttori: ecco le sfide – ambiziose – della Guida Vini d’Italia 2017, che si impegna anche sotto un altro importante aspetto, la sostenibilità ambientale, partecipando al progetto Equalitas, voluto da Unione Italiana Vini e FederDoc, con il professor Attilio Scienza a capo del comitato scientifico; già lanciato in occasione del Vinitaly, è un marchio che racchiude in sé i parametri più significativi che misurano la sostenibilità ambientale, per definire un criterio unico di valutazione. In collaborazione con il Gambero Rosso, presso l’Università di Siena, partirà anche un master in Wine Sustainability, per formare le nuove leve.

Nell’ambito di uno scenario così vivace, oltre naturalmente ai 439 premiati con i Tre Bicchieri, sono stati selezionati 15 vini cui sono andati i premi speciali per altrettante categorie, premi che hanno tenuto in considerazione anche parametri come la sostenibilità e il rapporto qualità prezzo oltre alle caratteristiche intrinseche delle bottiglie. Alcune scelte sono state quanto meno audaci, come le Bollicine dell’anno per la prima volta in assoluto assegnate a un prosecco, il Valdobbiadene Extra Dry Giustino B. 2015 di Ruggeri. Un colore molto delicato, brillante e un perlage cremoso schiudono frutti bianchi, morbidezza, intensità e freschezza. Eccellente nel suo genere, ma un po’ difficile capire come sia passato in testa rispetto a grandi metodi classici che pure erano in degustazione. Anche il Rosso dell’anno, andato al Gioia del Colle Primitivo Muro Sant’Angelo Contrada Barbatto 2013 di Chiaromonte, ha premiato un vino di personalità e struttura, ma decisamente ancora giovane, che tra un paio d’anni si sarebbe espresso più pienamente. Il bianco dell’anno è un Verdicchio dei castelli di Jesi Classico Superiore Misco 2015 della Tenuta di Tavignano, intenso, sapido, con bel corpo e persistenza, un premio “al Verdicchio e anche alle Marche, per ribadire che non c’è solo Villa Bucci”, ha dichiarato Jens Priewe, della stampa tedesca, che ha consegnato la targa.

Bianco anche il Miglior rapporto qualità prezzo, andato al Pecorino 2015 di Agricola Tiberio, dal bouquet agrumato e balsamico, un bel corpo, fresco, e con un gradevole finale amarognolo, un  bel vino nella fascia intorno ai 10 Euro. Bianco anche per la cantina sostenibile: Roccafiore, i cui vigneti si estendono sulle colline intorno a Todi, che ha scelto pratiche non invasive e il rispetto dei vitigni autoctoni. Il suo Grechetto Fiorfiore 2014 intenso, sapido con garbate note fumé, è stato molto convincente. La Cantina emergente è invece nella vicina Toscana, ed è Istine, con due vigneti a Radda in Chianti e uno a Gaiole in Chianti, coltivazioni bio e l’affinamento in botti grandi: il loro Chianti classico Riserva 2013 Levigne è stato una bella sorpresa: il sangiovese in purezza  che si esprime in tutte le direzioni, freschezza, corpo, un bel colore brillante, ma anche toni scuri e sanguigni, un vino ricco, che non stanca. La Cantina dell’anno è una colonna del Franciacorta: Bellavista, quasi un premio a quarant’anni di carriera e di belle bolle.

Il top però, è in Liguria: il Viticoltore dell’anno, Aimone Vio, che tra le varie proposte della sua azienda agricola biologica, BioVio, che è anche agriturismo, ha stupito il panel – e all’assaggio è chiaro perché – con il suo fantastico pigato doc Bon in da bon 2015, dalle vigne nella zona delle Marixe, la “più vocata per il pigato”, ribadisce Aimone, mentre tiene in mano la bottiglia come fosse un bebé, con mani ruvide e attente. Quel calice di oro chiaro, con lievi riflessi verdolini, racconta di erbe di macchia, di brezza marina, di mattine di sole e notti fresche, al palato è pieno, avvolgente e non ti lascia più. Proprio una bottiglia che non si dimentica facilmente.

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Vini d’Italia 2017
Gambero Rosso Editore984 pp
30,00 euro

Premesso che con un programma così bello ‘cicciotto’ mi era venuta voglia di pernottarci al Capitol Club, sono comunque riuscita a ritagliarmi una mezza giornata – tra impegni vari – per andare a curiosare all’ultima edizione di Culinaria, Il gusto dell’identitàche quest’anno si è svolta proprio nei locali della discoteca di piazza Mancini. Venivo dall’esperienza dell’edizione 2014, quella del mercato coperto di Garbatella, che mi aveva lasciato un buon sapore, sia per la varietà dell’offerta enogastronomica, che per l’atmosfera in genere.Questa si annuncia subito molto più virata al glamour, immersa in un total black illuminato da faretti spot e dai bagliori delle bianche giacche degli chef. Dopo un primo giro di ricognizione, ho la sensazione che il futurismo del titolo si sia fermato, appunto, al titolo e a qualche pannello decorativo, ma poco male. Invece non mi ha proprio convinto la scelta della location, poco funzionale allo spirito della manifestazione. Buio pesto o luce sparata sono le due opzioni per le foto, gli espositori appollaiati sui banchi, e i corridoi di passaggio davvero troppo stretti, se qualcuno si ferma a guardare si crea l’ingorgo. Il palco soprelevato per i cooking show va bene, ma gli schermi mostrano tutto meno ciò che accade effettivamente sul piano di lavoro. In platea bisogna essere davvero presi per non farsi distrarre dal passeggio continuo e dal chiacchiericcio tutto intorno, cui il volume dei microfoni si va inesorabilmente a sommare. Nemmeno la location sbagliata ha distratto però Gianfranco Pascucci, che si è servito di una materia prima un po’ snobbata, il cefalo, e ne ha fatto un piccolo capolavoro di delicatezza, semplicemente bollito e messo in vasetto nella sua gelatina con un nulla di maionese alla senape. Il “gusto dell’identità”, non c’è dubbio, passa per materie prime super. Altro fortunato incontro, quello con Davide del DucaAndrea Marini di Fernanda Osteria, che – tanto per restare in tema di pesce povero – mi passano un bel (cito): baccalà in oliocottura a bassa temperatura con germogli di terra e di mare e maionese del suo fegato. Buono, delicato, morbidissimo.Seguito dagli ottimi gnocchetti di barbabietola in sottobosco, sfiziosi  e succulenti.  Sempre pesce, ma tutt’altro che povero, per Calvisius, il re del caviale italico, che a Culinaria ha portato un discreto campionario della sua produzione. Caviale da storioni bianco e beluga, ma anche tagli affumicati di salmone, spada, tonno e pesci pregiati. Per veri gourmand il lingotto di caviale da grattugiare, in una elegante confezione completa di ricettario, un regalo prezioso e originale.2016-02-21-18.152016-02-21-18.19Per il dessert mi sono rivolta a Steccolecco, la gelateria di viale Parioli che ha adottato la formula ‘on the go’ dello stecco non solo per il gelato, ma anche per la pasticceria più in generale, come queste tortine al cioccolato (la scelta era abbastanza ampia, con torte di mele, la SteccoSacher etc. etc.)steccoleccoPacificata la gola, proseguo sbirciando in giro, e mi colpisce in particolare un prodotto, il Cuore Sabino, presentato in anteprima proprio a Culinaria: un panetto di Olio EVO Sabina Dop per 70% e burro di cacao per il 30%, addizionato di lecitina di girasole. Un prodotto cioè, a prova di intolleranze. Senza lattosio, senza grassi vegetali idrogenati, senza soia, che concentra le proprietà dell’extravergine da usare come un burro (vegetale) nelle ricette che lo prevedono.2016-02-21-16.37Poiché “è stato concepito per gli impasti”, lo porto al lavoro, nelle cucine del Suites Farnese Design, per provarlo. Il profumo è quello dell’olio  buono, ma non sarà troppo invadente in ricettazione? Per non rischiare decido di esaltarne l’aroma con limone e rosmarino. Ne è risultata una crostata al lemoncurd e meringa italiana proprio niente male, di cui a breve pubblicherò la ricetta.

2016-02-28 11.02.51Dal lato bevande, a Culinaria è la birra artigianale a farla da padrona. Non mancavano comunque belle bottiglie del nettare di Bacco. Di Falesco mi è piaciuto il Trentanni, Umbria rosso Igp 2013, e soprattutto il Montiano vendemmia 2013, Merlot del Lazio, 3 bicchieri Gambero Rosso. Della stessa cantina, ricordo Pomele, la mia prima volta con l’aleatico,  e Passirò, da uve Roscetto appassite. Mi è piaciuto molto anche il Chianti Classico Carobbio soprattutto nella versione Riserva, vendemmia 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se c’è una cosa che ho imparato durante questo anno di degustazioni, è che non ci si finisce mai di stupire per le sfumature che un vitigno riesce ad offrire, anche a costo di sbagliare. Anche a costo di sembrare demodé. “Chianti classico” non suonerà figo come “Sassihaia” (come si sente spesso pronunciare) o “Amarone della Valpolicella” ma è proprio un gran bel vino. Grazie a Enoclub Siena e a Riserva Grande, che hanno organizzato Un gallo, un territorio, molte anime, dedicato al Chianti classico in versione base, Riserva e Gran Selezione (a seconda delle cantine), nei saloni del Radisson Blu di Roma.

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Una domenica è un po’ poco per apprezzare tutte le cantine che hanno messo a disposizione le bottiglie (per lo più vendemmie 2011 e 2012),  e peccato che solo pochi produttori fossero effettivamente presenti per raccontare i propri vini (gli altri si sono affidati a validi sommelier per la degustazione), ma alcune etichette si sono comunque imposte su altre, naturalmente secondo il gusto personale. Le segnalazioni che seguono, quindi, non hanno alcuna pretesa di autorevolezza, ma sono ciò che la memoria ha conservato dopo una piacevolissima giornata di degustazioni.

Ho iniziato con Bibbiano, azienda di Castellina in Chianti, con vigneti esposti a Sud Ovest e Nord Est. Bibbiano Chianti Classico (versione base) molto piacevole, fresco e fruttato, da uve Sangiovese 95% e Colorino 5% di tutti i vigneti aziendali, vinificato in acciaio e cemento, e affinato 3 mesi in bottiglia. La riserva, il Montornello, è invece un cru, 100% Sangiovese, fa la malolattica in barriques di rovere francese per 18 mesi, e poi è affinato in bottiglia per 4 mesi. Ovviamente più importante del precedente, con aromi più profondi e scuri, più spezie, ma forse meno originale.  Riserva anche Castello di Lamole Le Stinche, annata 2011, da uve vendemmiate e selezionate a mano. Vinificato con fermentazione a vaso aperto e poi affinato 18 mesi in tonneaux di rovere. Molto morbido, speziato, con sentori intensi di sottobosco.

Lamole-le-stincheOrmanniOrmanni  Chianti Classico Gran Selezione 2010 è stato una bella sorpresa; mi ci sono avvicinata incuriosita dal fatto che la bottiglia fosse praticamente intonsa, snobbata dal pubblico, e mi aspettavo un vino ‘piacione’. Invece a me è piaciuto, l’ho trovato intenso, sfaccettato, caldo e morbido e i suoi ben 20 mesi di barrique – che c’erano – non erano per niente invadenti. Castello di Selvole è stata un’altra piacevole sosta, presente all’evento in entrambe le versioni Classico e Gran Selezione.  Il primo invecchia 7 mesi in barrique e botti più grandi (tonneau?), ed è un bel rubino con note di frutti rossi, ematiche, ma anche fresco; il secondo solo in barrique francesi per 18 mesi più altri 6 in bottiglia, il colore è più profondo, i profumi acquistano anche tostature e cuoio.

Altra bella bottiglia, arrivato quasi di straforo sul banco d’assaggio, stappato lì per lì, ma davvero intenso il Chianti Classico Le Cinciole, azienda di Panzano in Chianti a viticoltura biologica. Il loro Chianti è affinato per 12 mesi in barrique francesi, ma ben dosate perché il risultato è equilibrato, di bella beva, con le note caratteristiche del vitigno e una bella struttura per essere versione base.

Lecinciole

Da segnalare anche il Chianti Classico Cigliano, a San Casciano in Val di Pesa, con le note tipiche della docg e una punta di austerità in più. Montevertine non è un Chianti Classico Docg – è un IGT – ma ne ha tutte le caratteristiche, a partire dall’uvaggio: Sangiovese 90%, Canaiolo e Colorino a completare. Invecchiato 24 mesi in botti di rovere e 3 mesi in bottiglia si presenta con note di bacche rosse, lieve tostatura, e una speziatura dolce. Bella morbidezza e persistenza.

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Chianti-Monterotondo

Finisco con Monterotondo Chianti Classico Vaggiolata 2012 e Riserva 2011, ma solo perché è l’ultimo della giornata: niente barrique, qui entrano solo botti grandi di rovere di Slavonia, che lasciano molto spazio alle note tipiche. C’è la frutta rossa, c’è il sottobosco, ci sono sentori ematici e di cuoio, enfatizzati nella Riserva, più scura e persistente. E dopo tutto questo bere (quanto precede non è che una piccola selezione), come non dedicare un po’ di spazio a chi si preoccupa di portare in tavola specialità locali come tradizione comanda. A cominciare dalla mozzarella di bufala del Caseificio Paolella, impresa familiare in quel di Fondi (ma loro sono di origine casertana), che ancora produce con metodi tradizionali, con latte dell’agro pontino certificato. Le specialità sarde dei Fratelli Lostia, direttamente da Alghero, che Laura è ben felice di raccontare col sorriso e una scaglia di Fiore in punta di coltello, perché un assaggio vale più di mille parole (la citazione non era proprio così ma rende l’idea).

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Estremamente varie le proposte di Sapori Unici, affinatori in quel di Latina (che presto andremo a trovare), in particolare la toma friulana affinata in vinacce di Cartizze, più delicata e discreta rispetto alle quelle più comunemente usate (spesso rosse) e il blu di capra. Ottimi i prodotti de Il Cipressino, azienda a conduzione familiare in quel di Montalcino, di cui ho assaggiato farina di ceci e lenticchie, che sono stati rapidamente trasformati in farinata (o cecina, come si dice da quelle parti) e zuppa davvero saporiti.

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Altra bella scoperta il Fondanello, un pomodoro color verde/oro, simile al Torpedino ma più tondeggiante, che si adatta benissimo sia alle insalate che ad essere trasformato in sughi. Fa parte delle eccellenze offerte da Decant, insieme alla salsiccia dell’Antica Salumeria Monacelli , tipica del territorio fondano, e al basilico di Forcina.

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Mi ricordo benissimo: era il 2012 e il Gambero Rosso presentava la sua Guida Formaggi presso la Città del gusto di Roma.  Conoscerlo e innamorarsene è stato tutt’uno. Il Fiocco della Tuscia, bianco, fresco,  quello snap sotto i denti della sua buccia fiorita ma delicata, e quella morbidezza avvolgente al palato. Fu come Cenerentola. Finito l’evento, sparito il Fiocco e il suo candido abito.

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Dovevano passare quasi quattro anni prima di un nuovo incontro. Prima che il passaparola desse dei frutti. Ed ecco che un giorno che non ti aspetti, ti arriva qualcuno che non immagini a dirti ciò che non avresti mai previsto: “ah, ti ricordi quel formaggio che ti piaceva, il Fiocco? L’ho trovato e te ne ho preso un po’. E’ vero, è buono…” Buonooo? E’ fantastico, altro che! Sa di fiori, di latte fresco, di panna, di erba tenera.

Morderlo e masticarlo è una coccola per il palato. Niente a che vedere con la grassezza e l’opulenza di brie o camembert o camosci d’oro. Stanno bene sugli scaffali. Il Fiocco dà dipendenza e va consumato con moderazione. Ne sa qualcosa Giovan Battista Chiodetti, il benemerito che se l’è inventato (e brevettato!) nonché titolare dell’omonimo caseificio, in quel di Via Flaminia 79, a Civita Castellana (VT).

Ne parla volentieri, ed è giustamente orgoglioso di quello che ha costruito negli anni: un’azienda casearia attenta alla qualità delle materie prime, a tutte le fasi della lavorazione di una gamma non vasta, ma adeguata al mercato e alla capacità produttiva.

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Fiocchi in stagionatura. La muffa si sta formando.

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“Per fare il Fiocco ci sono voluti anni di prove – ci ha raccontato Giovan Battista – perché quella muffa lì non ce l’ha nessuno”. Bisogna calibrare bene ogni fase della stagionatura (che è breve, di poche settimane circa tra cagliata e affinamento) e soprattutto la temperatura e il grado di umidità. Ma quella muffa lì, come la chiama lui, è un brevetto Chiodetti, e non ce l’ha nessun altro. Per ogni tipo di formaggio prodotto, il caseificio Chiodetti ha il locale adatto a temperatura e ventilazione controllata. Dalle lavorazioni più semplici, quotidiane, come la ricotta e gli stracchini, alle forme da stagionatura.

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La produzione della ricotta, sulla base del siero restante dalla lavorazione del formaggio.

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Negli ambienti puliti, dove non ti accoglie il tipico odore acre del latte fermentato, avviene la magia della trasformazione del latte in diverse nuove entità, tra cui lo stracchino, il pecorino Falisco, e il Buono della Tuscia, altra felice invenzione di Giovan Battista.

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Una forma di Buono della Tuscia quasi pronta.

Il Buono della Tuscia ha la crosta fiorita, come il Fiocco, ma è fatto con latte misto di pecora e vacca ed esce dopo un affinamento ben più lungo. La muffa in superficie regala alla polpa note tostate e fumé, con un lieve, gradevole amarognolo sul finale.

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Salamoia ‘segreta’ (“ogni produttore ha la sua ricetta, è come un’impronta digitale”, mi spiega Giovan Battista), attenzione alla tradizione sì ma anche alla tecnologia, questo è un po’ il binario su cui viaggia il caseificio Chiodetti. Che nasce da una tradizione familiare di pastorizia abruzzese, ma ha saputo mettere a frutto l’esperienza con la voglia di provare qualcosa di nuovo.

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Il sistema di ventilazione controllata nelle camere di stagionatura. Il flusso è diverso a seconda delle esigenze del formaggio.

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Buono è anche bello: forme di Falisco, i gioielli della casa, in esposizione


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Eclair con gelée di frutta tropicale e chantilly Eclair with tropical fruits gelée and chantilly

L’appuntamento più dolce della stagione si è svolto questa mattina a Roma presso la Città del Gusto: la guida Pasticceri e Pasticcerie 2015 ha incoronato anche quest’anno i suoi campioni. Rispetto alla passata edizione le sorprese sono state poche, anzi, nessuna. A conferma che l’arte bianca non si improvvisa, si sono aggiudicati le prestigiose Tre Torte i maestri di sempre: Iginio Massari (Pasticceria Veneto a Brescia), Andrea Besuschio (Besuschio ad Abbiategrasso), Gino Fabbri a Bologna, Luigi Biasetto a Padova, Andrea Dalmasso ad Avigliana (Torino), Pasquale Marigliano a Ottaviano (Napoli), Paolo Sacchetti (Nuovo Mondo, a Prato), Andreas Acherer a Brunico (BZ), Marco Rinella (Cristalli di Zucchero, a Roma), Davide Comaschi (La Martesana, Milano), Giuseppe Manilia (L’Orchidea a Montesano sulla Marcellana, SA), Pietro Macellaro (Pasticceria Agricola a Piaggine, SA) e Corrado Assenza (Caffè Sicilia, a Noto, SR).

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Paolo Sacchetti: i suoi cantucci fritti sono una gustosissima novità

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Andrea Besuschio ci ha sorpreso con una spettacolare pralina all’olio EVO

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Alessandro Dalmasso: gianduiotti da Oscar

Per quanto riguarda i premi speciali, invece, una bella soddisfazione constatare che ragazzi giovanissimi stanno dimostrando di avere numeri e idee per stare al passo dei grandi. E’ il caso di Gian Luca Forino, venticinquenne patron della pasticceria La Portineria di Roma (in via Reggio Emilia), locale che ha aperto da circa un anno e già insignito delle Due Torte, nonché del premio speciale Classici di Domani, con una rivisitazione della Sacher  che prevede consistenze più morbide e una gelatina di lampone al posto della confettura di albicocca. Anche il Pasticcere Emergente di quest’anno ha solo 22 anni: si tratta di Davide Verga, titolare dell’omonima pasticceria di Giussano (Milano), figlio d’arte, ma già vincitore nel 2103 – insieme a Gian Luca Forino – del Campionato Mondiale Juniores di pasticceria e cioccolateria. Con un inizio come questo, la pasticceria italiana può dormire sonni tranquilli.

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Notevole il salame di cioccolato di Verga – Verga’s wonderful chocolate salami

Anche la Guida, che annovera 570 locali,  ci ha riservato una bella sorpresa: quest’anno ci sono le ricette. Poche, sì, rigorosamente di base, sì, ma con un pizzico di fantasia chissà dove si potrà arrivare.

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

E’ sempre interessante ascoltare cosa hanno da raccontare questi professionisti della dolcezza, che oggi hanno speso qualche parola per sottolineare alcuni concetti. Innanzitutto, che i problemi nutrizionali di oggi non sono dovuti al consumo di saccarosio, che per quanto raffinato è sempre più salutare dei dolcificanti chimici. Che la tendenza in pasticceria è quella di ridurre il quantitativo aggiunto di zuccheri e grassi, sfruttando invece le proprietà dei singoli alimenti, che devono quindi essere di ottima qualità. Che non c’è confine tra dolce e salato, come invece si pensa: qualsiasi cosa in natura è composta di sali e zuccheri, quindi non stupitevi se Corrado Assenza vi propone una crema pasticcera fatta col succo di pomodoro e non con il latte.Di certo, come ha chiosato Iginio Massari (fondatore, tra l’altro, dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani), “la pasticceria è emozione”, vale la pena rinunciarvi per una manciata di calorie?

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Impossibile resistere! Impossible to resist!

 

Arancino con cuore di ragù, dello chef Davide Francesco Cannillo

Mai più cibo di serie B. Già con la prima edizione della Guida allo Street Food le ghiottonerie ‘da passeggio’, come si diceva un tempo, hanno visto riconosciuto il loro status gastronomico. Ancor più oggi, con la seconda edizione, e oltre 100 indirizzi in più, il cibo da strada si presenta con un curriculum di tutto rispetto. Complice – forse – anche il momento storico, si respira un’atmosfera ricchissima di fermenti e di storia. C’è sicuramente la voglia di recuperare i sapori d’infanzia, iniziando dalle materie prime, e magari reinventarli per venire incontro al gusto e alle esigenze della contemporaneità. Molti continuano l’esperienza di famiglia, ma sono tanti anche quelli che hanno fatto il ‘salto nel buio’, si sono buttati nel settore per passione o per la necessità di avere un’occupazione. Gli uni e gli altri, se i risultati sono quelli che arricchivano i banchi e l’aria di profumi e colori sulla terrazza della Città del Gusto di Roma, beh, hanno la nostra più sentita gratitudine.

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Dev’essere stato difficile per il panel di giurati in redazione decidere chi premiare. Ventuno nomi su 400, ciascuno con la propria particolarità, progetti diversissimi tra loro, non sono uno scherzo. Ma ogni regione ha prodotto il suo campione, legato – in generale –  alle tradizioni del territorio: come la Gofreria Piemonteisa a Torino, il Kalamaro Piadinaro a Riccione, il Lampredotto di Lorenzo Nigro a Firenze, le Pallette di Giorgio ad Ascoli Piceno, il ‘panuozzo’ dei Fratelli Mascolo a Gragnano, e così via.  Quest’anno però ci sono anche due premi speciali, il ‘Panino dell’anno‘ e lo ‘Street Food da Chef‘. Il primo se l’è aggiudicato un negozio che degli ingredienti per i panini ha fatto una filosofia imprenditoriale: si chiama, appunto, Generi Alimentari da Panino e sta a Modena. Oltre alle materie prime sceltissime, il negozio si distingue anche per gli abbinamenti originali e molto azzeccati tra gli ingredienti. Per quanto riguarda il secondo, invece, è uno chef come Pino Cuttaia del ristorante La Madia di Licata, due stelle Michelin, ad aver intuito le potenzialità del tradizionalissimo arancino, espresse alla massima potenza da un ragù di triglia con finocchietto selvatico, tutti sapori della sua splendida Sicilia.

L’invito, quindi, se ce ne fosse ancora bisogno, è soprattutto quello di visitare i mille angoli d’Italia quanto più possibile, per assaporare l’infinita e multiforme varietà di una gastronomia che tutto il mondo ci invidia. E per dirla col poeta, “il naufragar, m’è dolce in questo mare”.

 

 

Gambero Rosso's first Guide to Best Italian Cured Meats

1a Guida ai Grandi Salumi del Gambero Rosso

Dopo vino, olio, prodotti caseari e dessert anche l’arte norcina ha il suo momento di gloria. Da ieri è disponibile in libreria la prima Guida ai Grandi Salumi d’Italia (336 pp, 11,90 euro), un autentico compendio delle carni conservate di cui è ricca la nostra gastronomia. Paolo Cuccia, AD di Gambero Rosso Holding, nella sua introduzione ha espresso un pensiero che molti dei produttori premiati hanno condiviso: arte e cibo sono le bandiere che rendono l’Italia unica al mondo, eppure la sensazione diffusa è quella di un paese minacciato che non riesce a tener testa a un mercato sempre più aggressivo. Molti produttori denunciano grande difficoltà a mantenere un alto livello qualitativo finché l’unico parametro che il mercato recepisce è l’estrema convenienza. Anche a danno della salute. Razze di maiali antiche, come quelle dal manto nero che scorrazzano per i boschi della penisola pur nelle varianti regionali, hanno rischiato l’estinzione per l’introduzione massiccia di suini ‘biondi’, vere fabbriche di carne. Ma a che prezzo? Carne più magra ma di qualità nettamente inferiore sotto il profilo gustativo e nutrizionale, e un grasso povero di acidi oleici, cioè di grassi monoinsaturi ‘buoni’, al contrario dei loro cugini autoctoni.

Il pestat di Fagagna (Udine) presidio Slow Food

Il pestat di Fagagna (Udine) presidio Slow Food

Se non sempre ‘magro’ è sinonimo di salubre, nel caso dei salumi non è decisamente una qualità da ricercare. Al contrario, è la giusta quantità e la qualità del grasso a fare spesso la differenza, e a regalare quei pochi punti in più che fanno di un salume – pur ottimo – un capolavoro tale da meritarsi il titolo di ‘eccellenza’. Dei 600 salumi di tutta Italia recensiti nella Guida, solo 27 hanno superato la soglia dei 95 punti, assegnati dai giurati. Di ognuno di essi il suo produttore è stato in grado di raccontare per filo e per segno come viene ottenuto e perché sprigiona quell’inconfondibile sapore. Segno di una cura e un’esperienza che è essa stessa patrimonio nazionale. Gli angolofoni lo chiamano ‘know-how’. Da noi si chiama amore.

Ecco le eccellenze, regione per regione:

Liguria
Lardo con basilico genovese Dop di Albino Chiesa
Lombardia
Slinzega di manzo e Slinzega Sale e Pepe di Edoardo Gamba
Veneto
Salame naturale Bazza senza aglio di Giovanni Bazza
Trentino
Speck di Belli
Alto Adige
Speck di Heinrich Poder, a San Pancrazio (BZ)
Friuli Venezia Giulia
Pestat di Fagagna di Casale Cjanor
Prosciutto San Daniele 18 mesi Dop di Coradazzi
Ossocollo di suino Mangalica di Jolanda de Colò
Prosciutto San Daniele Numero 10 Dop di Dok Dall’Ava
Prosciutto San Daniele 18 mesi Dop di Zamini
Emilia Romagna
Culatello di zibello 28 mesi Dop di Antica Corte Pallavicina
Cotto ’60 di Branchi
Culatta e Prosciutto di Parma Secretum Dop di Devodier
Salame Felino di Ducale
Prosciutto crudo di maiale nero 24 mesi Dop di Rosa dell’Angelo
Prosciutto di Parma 30 mesi Dop di Sant’Ilario
Cotechino vaniglia di Ambrogio Saronni, a Castelvetro Piacentino
Prosciutto di Parma 18 mesi Dop di Zuarina
Toscana
Prosciutto del casentino di Fracassi
Capocollo di cinta senese di Salumi Massanera
Lazio
Prosciutto crudo di Mangalitza di Villa Caviciana
Guanciale di maiale nero dei monti Lepini di Maurizio Macali
Abruzzo
Ventricina del vastese e Salamella di fegato al vino cotto di Fattorie del tratturo
Calabria
‘Nduja di Ferrari
Sicilia
Capocollo di suino nero dei Nebrodi di Sebastiano Agostino Ninone
Prosciutto crudo di suino nero dei Nebrodi di F.lli Borrello

 

Pasticceri e pasticcerie 2014

Pasticceri e pasticcerie 2014

Conferme e nuovi volti alla Guida alle dolcezze che ogni anno il Gambero Rosso propone in prossimità delle feste natalizie. Sul palco una nutrita serie di cappelli bianchi hanno ritirato il prestigioso riconoscimento, che per questa edizione è stato assegnato in base al binomio buono & sano. Ed era ora che qualcuno parlasse a favore della meravigliosa pasticceria italiana.

La Campania fa la parte del leone, con Pasquale Marigliano di Ottaviano (Napoli), L’Orchidea di Montesano sulla Marcellana e Pietro Macellaro di Piaggine (entrambi in provincia di Salerno) che si portano a casa le Tre Torte, cioè il massimo riconoscimento. Al primo posto, con il maggior punteggio, resta la Lombardia con la Pasticceria Veneto di Igino Massaria Brescia,  seguita da Andrea Besuschio di Abbiategrasso (Milano), che si porta a casa anche il premio per il Miglior packaging (ma il merito, a sentir lui, andrebbe alla moglie Roberta, esperta in design). 

Degni di menzione, il Millefoglie bar di Andrea de Bellis, a Roma, che conquista il premio Classici di domani, uno speciale riconoscimento conferito in collaborazione con Braims, e Carmelo Sciampagna di Merineo (Palermo), premio Pasticcere emergente, che ha scelto il suo paesino per un’offerta di altissima qualità.

Tra le magnifiche proposte all’assaggio, ci hanno colpito moltissimo: i marrons glacée di  Alessandro Dalmasso, marroni canditi ‘in purezza’, senza sciroppi aggiunti, le spettacolari praline di Pasquale Marigliano, in particolare il Vesuvio Buono, e i panettoni al burro di bufala di Pietro Macellaro.

Cantine Adanti di Arquatà, vendemmia 2006

Sagrantino di Montefalco Adanti di Arquatà, vendemmia 2006

Meglio il culatello o la soppressa superdop? Il pecorino vendemmia tardiva o quel grechetto accattivante? Il treccione di bufala che crocchia tra i denti o la farinata di ceci supermorbida perché cotta a oltre 300 gradi (come si dovrebbe, ma beato chi può)?

Sono domande destinate a rimanere senza risposta, perché il bello non è saperlo ma continuare ad assaggiare e sperare di non scoprirlo mai.

SuaEccellenzaItalia, l’evento che il Gambero Rosso annualmente organizza e promuove, è un po’ la ciliegina su una torta a forma di stivale. Da ogni parte d’Italia arrivano specialità e prelibatezze che difficilmente escono dalle regioni di appartenenza, a meno di non incontrare la buona volontà di qualche appassionato. Ed è proprio in queste occasioni che questi eroi del buon mangiare escono dalle cucine, dalle cantine, dalle aziende agricole e raccontano le ragioni alla base delle loro scelte. Che spesso condividono lo stesso punto di partenza: una volta scoperto il buono, ci si rinuncia difficilmente.

Le giardiniere di Morgan Pasqual

Le giardiniere di Morgan Pasqual

A questi appartengono i vari Raffaele Barlotti, produttore di Paestum, e i Bufalini, distributore di prelibatezze del Cilento che ha recentemente aperto un nuovo punto vendita in via di Valtellina a Roma (accanto alla pasticceria Cristalli di Zucchero, per capirsi), Morgan Pasqual del ristorante online take away 5 Sensi di Milano, che ha presentato delle giardiniere equilibratissime e croccanti, Antonio Menconi pubblicitario apostata che della passione per le farine ha fatto un’opera di recupero e diffusione meritoria: ha aperto a Roma da pochi giorni dall’Antò, dove è possibile assaggiare (perché molte delle loro proposte non sono mai arrivate nel Lazio)  prelibatezze a base di farine pregiate come il neccio di castagne, o il testarolo di Pontremoli. Noi ci andremo a breve. Restate sintonizzati.