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Il mio lavoro alla guest house Suites Farnese richiede anche una certa dose di ricerca. Della qualità sicuramente, ma anche delle tipicità, su cui spesso devo documentarmi in prima persona. Molte delle eccellenze della mia regione, il Lazio, sono ‘virtuali’:  appaiono sulle guide enogastronomiche e poi spariscono dalla circolazione. Cercarle, rintracciarle e scoprire il loro ‘habitat’, la terra che le nutre, i profumi, le tradizioni, le persone, quegli eroi del nostro tempo che le mantengono in vita nonostante tutto (e ci sarebbe da parlare a lungo) è sempre più un piacere e un arricchimento. Loreto Pacitti è una di queste scoperte. Vive e lavora nel meraviglioso angolo di natura della Valle di Comino, a Picinisco, minuscolo paesino in provincia di Frosinone. Tra le colline morbide e i pascoli grassi, si distingue Casa Lawrence, l’azienda di famiglia: un agriturismo (vero, c’è l’azienda agricola collegata) che deve il nome a D. H. Lawrence, lo scrittore inglese autore di romanzi celebri come Figli e Amanti, L’amante di Lady Chatterley, che in quella stessa casa soggiornò e trasse ispirazione per La ragazza perduta (1920) , ambientato proprio nella società rurale di Picinisco.

Proprio di Picinisco è la paternità di uno dei prodotti d’eccellenza laziali: il pecorino di Picinisco a latte crudo, che ormai viene prodotto da pochissimi casari, tra cui, appunto la famiglia di Loreto Pacitti. Loreto fa il pastore, tecnicamente, ha il suo gregge che cura, nutre con il fieno che viene coltivato all’interno dell’azienda, seleziona e munge. Con il latte, poi, sua cugina Romina (che è avvocato, ma ha scelto un’altra vita) realizza capolavori assoluti come, appunto, il pecorino di Picinisco Dop , la ricotta moscia (asciutta), le marzoline (presidio Slowfood), gli erborinati, le robioline etc. etc. e il magnifico Conciato di San Vittore, di cui è uno dei pochi detentori della ricetta originale.


Per condividere tanta ricchezza, Loreto ha aperto anche la Caciosteria, nella casa dei nonni, un ambiente autentico, schietto, caldo e confortevole, dove mangiare, bere, chiacchierare e scaldarsi alla brace del camino.

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La tavola della Caciosteria è magica. Basta sedersi e iniziano ad apparire cose buone. L’olio Evo della val Comino (il cultivar Marina è tipico della zona), da gustare “sugli alicetti” (al maschile nel dialetto locale) con il cipollotto fresco e un peperoncino che non perdona.

Mentre si discetta se preparare o no la ‘cacio e pepe’ col pecorino di Picinisco (e pare che ci sia una tecnica tutta particolare affinché non cagli e diventi gomma, “questione di temperatura” secondo Loreto), si stappano bottiglie: l’autoctono Maturano,  gradevole e schietto di frutta gialla, una buona struttura, e il Satur, cabernet di Atina, morbido e vellutato di frutta rossa, bacche e pepe, entrambi della cantina Cominium.

Sarà il vino, sarà l’atmosfera, ma alla cacio e pepe si finisce per preferire la specialità locale, il caciocavallo impiccato, una prelibatezza disarmante nella sua semplicità: man mano che il fondo si scioglie sulla brace, si affetta e si mangia come una bistecca.

impiccatoLoreto i cacicavalli non li produce, servono attrezzature che non ha. Li acquista in Molise freschi e li fa affinare. Stagionati da lui, aperti e ridotti a scaglie con il miele di sua produzione (ma quello è solo per gli amici e i clienti) sono un mondo a parte. Un parmigiano del sud, se mi è consentito.

Loreto e la sua famiglia accolgono allo stesso modo gli ospiti del ristorante di Casa Lawrence, che nel weekend riempiono la sala. Tutti i prodotti sono in vendita oltre che in degustazione, ed è impossibile non portarsi via qualcosa. Soprattutto dopo averla assaggiata.

E l’esperienza non finisce a tavola, anche solo guardarsi intorno è un viaggio nel tempo. Oggetti che forse nemmeno più sui libri, reminiscenze di usi nemmeno poi tanto antichi, ma che tanto rapidamente vengono dimenticati. La macina, sì proprio quella che dà la forma ai biscotti di una nota casa dolciaria, il tosta orzo, c’è perfino la zampogna con la pelle di pecora appesa al muro. Il tempo qui scorre con i suoi ritmi, che non sono gli stessi della città. Il formaggio viene stagionato con l’aria fresca, e l’umidità controllata da strumenti in via d’estinzione, come l’idrografo.

macinaCasa Lawrence dista un’ora e mezza da Roma, non è molto e vale la pena di una visita, per un pranzo rilassante e ritemprante. Anche la pasticceria del paese è famosa per i torroncini e abbiamo capito perché, vanno assaggiati. Pero’, per chi non vuole aspettare il fine settimana, una bella notizia: Loreto Pacitti è presente con i suoi fantastici prodotti tutti i sabati al Mercato Campagna Amica di Via di San Teodoro, a Roma. Andatelo a trovare, ne sarà felice.

loretopacittiP.s.: gli abbonati Sky lo vedranno a breve in tv nel reality A letto con il nemico, su Fox Life. Mentre ce lo raccontava, ancora rideva….

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IMG_7089Come cambia un quartiere. A Roma, San Lorenzo sta rapidamente trasformandosi dal luogo privilegiato della movida under 30 in qualcosa di nuovo. Tra kebabbari e live music pub, salutiamo con gioia aperture come 1990 Accademia del Gusto, un vero e proprio salto dimensionale, più ancora che temporale. A partire dall’arredamento, i toni riposanti, le  luci soffuse, l’uso di materiali come legno, vetro, ottone e specchi e l’attenzione al più piccolo dettaglio. Il bar così importante nella logica degli spazi afferma con energia la parità di diritti tra mixologia e cucina. La Parigi d’inizio secolo (il Ventesimo) di un dipinto, un ritrovo di intellettuali viennese, o il set di un’avventura di Agatha Christie. I richiami sono tutti protesi ad evocare una sensazione più che un luogo preciso, lasciando a chi entra la scelta di immaginarsi nel ruolo in cui si sente più a suo agio.

IMG_7081IMG_7085L’esperienza gastronomica è piacevolmente slow. Guai (e chi ci proverebbe, in ogni caso) a mettersi subito a tavola. La cena va pregustata e introdotta da un cocktail aperitivo, preparato live con una gestualità ipnotica da Alessandro Guaschi (viene dal Chill Bar della Casina Valadier),  perfettamente nel personaggio per look e ammiccamenti. Un momento da godersi in tutta calma, seduti al bancone, curiosando tra le bottiglie di essenze in bella vista, dai nomi esotici ed evocativi. IMG_7080IMG_7084IMG_7096IMG_7099Quando l’animo è pronto e l’appetito al punto giusto, prende le redini   il beneventano Giuseppe Genca, chef giovane ma dalle idee chiare. Punta sulle materie prime, il più possibile a km zero, e sulle interpretazioni di ricette tradizionali con l’intento di reinventare e sorprendere ma senza stravolgerne il senso. Ed è così che la tempura proposta come benvenuto dello chef gioca sull’accostamento di verdure diverse ma tagliate tutte come chips, in un felice gioco di colori e consistenze.

IMG_7100Anche l’arancino esce dagli schemi e cambia innanzitutto il colore: un bel nero profondo, reso ancora più misterioso dal cremoso di patate e dal profumo dello zafferano, la dolcezza a contrasto con la sapidità della salsiccia dell’interno.

IMG_7108IMG_7112Gli gnocchi ai funghi porcini sposano la castagna e si velano di pecorino, ma – non contenti – riposano su un letto di borragine, in un connubio dolce-amaro che non stanca.

IMG_7119Il galletto è brasato sì, ma alla birra doppio malto: a ribadire che l’abbinamento non è mai casuale, il barman si prodiga con un secondo cocktail, servito tra il secondo e il dolce. Serve a svinare il palato – ci è stato offerto un Amarone della Valpolicella Passo del Bovaro 2012, che forse a tutto pasto era un po’ eccessivo – e a predisporlo alle componenti zuccherine del dessert. Che reinventa il caffè con la sambuca, un classico, ma in forma di budino: la sambuca si trasforma in cristalli, un perfetto contrappunto alla tenerezza del budino.

IMG_7125IMG_7109Ci è piaciuta l’Accademia del Gusto, abbiamo dimenticato il mondo esterno per qualche ora. Bravo Matteo Catini, giovanissimo patron del bistrot, che l’ha voluto così, e ne ha curato personalmente la realizzazione.

1990 Accademia del Gusto offre menu diversi per il pranzo e per la cena, che si assesta intorno a un prezzo medio a persona di 35,00 euro circa, bevande escluse.

Info e prenotazioni
1990 Accademia del Gusto
,
via dei Salentini 33,
00185 – Roma
Tel 064456289

 

 

 

 

 

 

 

 

apertura

Aprirà ufficialmente stasera, lunedì 14 settembre, la versione 2.0 di Enopolium, nato ristorante nel dicembre dello scorso anno e ora risto-bistrot con una formula menu divertente e originale: Stappo e Stecco, ovvero cibo e vino (o birra) abbinati ad hoc, che abbiamo avuto il piacere di assaggiare in anteprima.  Situato in pieno rione Prati, area che brulica di professionisti con la valigetta durante il giorno ma si svuota puntualmente con la chiusura di uffici e negozi, il nuovo Enopolium potrebbe diventare il riferimento per aperitivi e cene sfiziose e informali.

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Atmosfera giovane e arredamento hostaria industrial-chic fanno da preludio a un’infilzata – di nome e di fatto – di assaggi dal repertorio di punta dello chef Valentino (Todisco), ovvero “l’ingranaggio più piccolo dei tre del logo” – scherza Giampiero (Gigli) uno dei tre titolari, “ma non perché conti di meno, solo perché è il più basso”.

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e... conti

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e… conti

Da bravo padrone di casa, Valentino non dimentica di coccolare i suoi ospiti con un cocktail di benvenuto, uno Spritz all’ACE piacevole e dissetante, di un bell’arancio beneaugurale.

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E poi ecco che arrivano i protagonisti della serata, gli spiedi selezione dello chef, scelti all’interno di un menu pensato per accontentare davvero tutti i palati: carne, pesce, vegetariani e vegani, commensali attenti alle calorie, e pure al portafoglio: i piatti vanno da un minimo di 8 euro a un massimo di 18 (ma parliamo della tartare di manzo formato magnum). Noi ci siamo sfiziati con lo stecco di salmone e mela verde con salsa di panna acida ed erbette, il polpo arrostito con pomodorini e patatine in salsa verde, scamorzine affumicate, polpettine di cicoria con salsa di acciughe, pollo marinato nello yogurt e zucchine con salsa di yogurt alle erbe,  involtini di verdure grigliate (melanzane, zucchine e peperoni) con un ripieno ai pomodori secchi con salsa piccante. Porzioni generose, di due stecchi ciascuna.

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Il piatto unico del pranzo si compone secondo i propri gusti ed esigenze, ad un prezzo più che ragionevole, 10 euro (quasi una sfida alle leggi di mercato) abbinando tra carne, pesce, legumi, verdure cotte e crude, e cereali. Per gli irriducibili del panino, l’hamburger di Enopolium arriva corredato di ketchup, maionese e senape (perché non una salsa della casa?), e contorno di patatine, naturalmente su stecco.

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Ci abbiamo accostato Ilnini, ovvero Riesling, Sauvignon e Malvasia istriana, vino naturale e non indimenticabile di La Ganga wines. Non perché fosse l’abbinamento migliore, in realtà ci piaceva l’etichetta, per motivi del tutto futili. beewine

Ad oggi la carta dei vini e delle birre non colpisce, ma è da considerarsi ancora in progress. Intanto stasera si parte sul serio, con la presentazione in grande stile – a cura di Bee-Connection – alla stampa e al pubblico, che sarà l’unico vero giudice di questo progetto.

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Valentino e il suo vice, Carlos nelle cucine di Enopolium

 

Enopolium
Circonvallazione Trionfale 94, Roma
tel. 06 39720134
info@enopoliumroma.it

Tante belle storie spuntano per caso, tra le pieghe della quotidianità. Quella di Le Amantine fa parte a pieno titolo di questo gruppo. Una famiglia, una passione, le difficoltà inevitabili, ma un meritato e anche inaspettato lieto fine.

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Sabato 6 giugno 2015 presso l’hotel Rome Cavalieri si è tenuto l’Oscar del vino di Bibenda, evento annuale tra i più prestigiosi del settore enologico. E fin qui, niente di nuovo. Ma l’evento ha premiato anche il miglior olio EVO raccolto 2014. E qui la novità si chiama Anna Marina Gioacchini, che – la più incredula di tutti – è volata da Parigi a Roma felice anche solo per l’invito all’evento. Perché ad Anna (come preferisce farsi chiamare)  sarebbe andato bene anche il terzo posto. Sì, certo, si dice sempre così. Invece no, lei era seria.

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Perché in quelle bottiglie c’è molto più di un ‘prodotto’. In soli cinque anni, e a dispetto di vari inconvenienti, Anna è riuscita a riportare in vita l’uliveto cui suo nonno e suo padre Mario, scomparso da poco più di un anno, avevano dedicato un’esistenza. Oggi Anna, con le sue 2000 piante tra Leccino, Frantoio e Canino, che respirano l’aria antica tra Tuscania e Piansano, produce quello che è il miglior olio d’Italia per Bibenda e tra i migliori per la Guida agli extravergine del Gambero Rosso, che l’ha premiato con le tre foglie.

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“Mio nonno ha iniziato nel 1936, e mio padre di questo terreno (in località Le Mandrie – ndr) ne aveva fatto un bellissimo giardino, curato e accogliente. Prima di trasferirmi a Parigi, dove vivo, era un luogo di gioia, di giochi, di affetti.” ci racconta Anna. Poi però le cose sono cambiate. Con il passare degli anni, la tenuta ha sofferto divisione e abbandono. “Finché mio padre, quando si è ammalato, non mi ha lasciato l’uliveto, a me che ero la più lontana di tutti i figli e non sapevo niente di olivicultura. Mi sono dovuta per forza affidare a sedicenti professionisti, che hanno lucrato approfittando della mia assenza. Ma poi è arrivato ‘Momo’, un mio ex compagno di liceo”, all’anagrafe Girolamo Poscia, di professione agronomo. Stavolta si fa sul serio, iniziando dai collaboratori: qui entra in scena Roberto…

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Roberto è uno che se non ha foglie, radici e rami è un puro caso. Nato e cresciuto tra gli ulivi, li riconosce da lontano, sa dirti a colpo l’occhio se la pianta sta bene o se ha bisogno di qualcosa, e si meraviglia se non noti quello che per lui è lapalissiana evidenza. “Vede, come si fa a non riconoscere un Leccino da un Canino? Sono completamente diversi, per colore, per la forma delle foglie…” Se lo dice lui…

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Grazie al lavoro quotidiano di Roberto, l’uliveto è bello, pulitissimo, ordinato, le piante non hanno polloni, l’irrigazione (a gocciolatoio) è costantemente monitorata, così come la presenza o meno di parassiti, identificati per mezzo di un sistema meccanico antico quanto il mondo: la carta adesiva.

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Pulita. Come tutto il resto, appunto. “Noi facciamo una lotta mista, in parte chimica e in parte biodinamica – ci racconta Roberto – ma la verità è che la miglior cura è la prevenzione. Una pianta in salute difficilmente sviluppa parassiti. E la pianta sta bene se il terreno sta bene”. Amen.

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Le Amantine si pregiano però anche di un frantoio privato, che garantisce l’immediata molitura delle olive dopo la raccolta: “noi ogni sera spremiamo le olive del giorno, fino a raccolta finita” continua Roberto “non lasciamo che si formino muffe o che le olive irrancidiscano, che si sente subito nell’olio”. E tutti quelli che il frantoio interno non ce l’hanno? La faccia di Roberto scoraggia qualsiasi approfondimento. “Eh, ma anche come si raccolgono fa la differenza” precisa lui. “Noi usiamo le paperelle (bacchiatori che ricordano un becco – ndr) per preservare l’integrità di ogni oliva, ma c’è chi ancora usa i teli a terra, e sa le olive che stanno sotto a tutte le altre come si riducono?” Chiaro.

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Frutto di tutto questo lavoro sono Talea, Amantino e Unico, rispettivamente un blend di Frantoio e Leccino; Frantoio, Leccino e Canino; Frantoio in purezza, e proprio a quest’ultimo è andato il titolo campione italiano. Difficile dire perché a Unico e non a – che  so – Talea, per l’irruenza degli aromi che si sprigionano appena aperte tutte e tre le bottiglie; mandorla, nocciola, carciofo, miele, agrumi, frutta matura, sentori balsamici… . “Oltre al  naso, per la sua persistenza, probabilmente; – mi suggerisce Anna Marina – Unico è davvero importante, con un naso balsamico e elegante, eccezionalmente armonico e speziato al palato, e chiama carni rosse ma è perfetto anche sul pane abbrustolito. Talea piace alle ragazze, perché è dolce, fruttato, e rotondo, l’oro che incorona pietanze delicate e verdure. Amantino è un’esplosione di profumi e sapori, lunghissimo in bocca dalle note di mandorla dolce e frutta secca”.  Io li ho annusati, sorseggiati, risucchiati, spalmati, abbinati tutti e tre. E tutti regalano pensieri gioiosi, come le sfumature dell’arcobaleno. Meglio l’uno o l’altro? Questione di gusti, di momenti, di umori, di voglie e sensibilità. Con buona pace di Bibenda.

Vegan style. Diciamo che oggi è anche un po’ moda, molti millantano, ma qualcuno (sempre di più, in realtà) ci crede sul serio. Il che non implica una conversione tout court, s’intende, non è un regime assolutista. Vediamola piuttosto come un’alternativa, un modo di mangiare che amplia la prospettiva su un’incredibile varietà di alimenti. E la varietà, insieme alla qualità, è alla base del mangiare sano, chiedetelo anche al dottore….

2015-02-04 19.02.45Ecco perché Pane e Tempesta, forno creativo che ha acceso i fuochi poco più di un mese fa in quel di Monteverde, si è inventato l’ApeVegan, un aperitivo ‘vegano’ nel senso che ogni mercoledì dalle 18:30 l’assortimento sul bancone – già di per sé piuttosto pingue – prevede un bel po’ di cosine buone compatibili con una dieta senza proteine animali, e parliamo naturalmente di pizze, pani ma anche dolci.

2015-02-04 18.55.52L’artista della lievitazione, Patrizio, mi spiega che da loro si usano solo farine biologiche di alta qualità, selezionate per garantire una lunga lievitazione (cioè un minimo apporto di lievito nell’impasto) e quindi la digeribilità assoluta. Ma i grani non sono necessariamente i soliti. Oltre alle versioni integrale, con farine di farro e di segale, è partito il progetto pane del mese, la proposta, cioè, di un pane fatto con farine da grani rari, a volte anche in via di estinzione, perché meno redditizi del solito frumento. Si inizia questo mese con la tumminia (confesso, sono dovuta andare a informarmi…) un grano duro siciliano, che viene utilizzato per la preparazione del pane nero di Castelvetrano, di cui è in corso il riconoscimento come D.o.p.

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Nemmeno sulle pizze siamo banali, ci mancherebbe: stupenda la Guacamole con sedano e mandarino, e la sua versionealternativa con i chicchi di melograno. Che dire della sorprendente Fagiolini e pomodorini in agrodolce? Oppure dello strudel salato con Broccolo siciliano patata e semi di papavero?

patatebroccolipapaveroImbattibile l’opulenza gustativa della pizza rovesciata con Cipolle e pomodori, sorta di tarte-tatin rustica ma dai tratti aristocratici, nella sofficità, nel giusto equilibrio tra croccantezza, umidità e freschezza delle verdure, scottate quel tanto da esaltare succhi e sapori.

2015-02-04 19.17.28Naturalmente, anche la pasticceria è rigorosamente cruelty free, ed è preparata da Gabriella Franco e da Alice Chiara di Violamirtillo. Ed è talmente buona che all’ora dell’aperitivo, purtroppo, non ne era rimasta più….!

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Eclair con gelée di frutta tropicale e chantilly Eclair with tropical fruits gelée and chantilly

L’appuntamento più dolce della stagione si è svolto questa mattina a Roma presso la Città del Gusto: la guida Pasticceri e Pasticcerie 2015 ha incoronato anche quest’anno i suoi campioni. Rispetto alla passata edizione le sorprese sono state poche, anzi, nessuna. A conferma che l’arte bianca non si improvvisa, si sono aggiudicati le prestigiose Tre Torte i maestri di sempre: Iginio Massari (Pasticceria Veneto a Brescia), Andrea Besuschio (Besuschio ad Abbiategrasso), Gino Fabbri a Bologna, Luigi Biasetto a Padova, Andrea Dalmasso ad Avigliana (Torino), Pasquale Marigliano a Ottaviano (Napoli), Paolo Sacchetti (Nuovo Mondo, a Prato), Andreas Acherer a Brunico (BZ), Marco Rinella (Cristalli di Zucchero, a Roma), Davide Comaschi (La Martesana, Milano), Giuseppe Manilia (L’Orchidea a Montesano sulla Marcellana, SA), Pietro Macellaro (Pasticceria Agricola a Piaggine, SA) e Corrado Assenza (Caffè Sicilia, a Noto, SR).

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Paolo Sacchetti: i suoi cantucci fritti sono una gustosissima novità

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Andrea Besuschio ci ha sorpreso con una spettacolare pralina all’olio EVO

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Alessandro Dalmasso: gianduiotti da Oscar

Per quanto riguarda i premi speciali, invece, una bella soddisfazione constatare che ragazzi giovanissimi stanno dimostrando di avere numeri e idee per stare al passo dei grandi. E’ il caso di Gian Luca Forino, venticinquenne patron della pasticceria La Portineria di Roma (in via Reggio Emilia), locale che ha aperto da circa un anno e già insignito delle Due Torte, nonché del premio speciale Classici di Domani, con una rivisitazione della Sacher  che prevede consistenze più morbide e una gelatina di lampone al posto della confettura di albicocca. Anche il Pasticcere Emergente di quest’anno ha solo 22 anni: si tratta di Davide Verga, titolare dell’omonima pasticceria di Giussano (Milano), figlio d’arte, ma già vincitore nel 2103 – insieme a Gian Luca Forino – del Campionato Mondiale Juniores di pasticceria e cioccolateria. Con un inizio come questo, la pasticceria italiana può dormire sonni tranquilli.

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Notevole il salame di cioccolato di Verga – Verga’s wonderful chocolate salami

Anche la Guida, che annovera 570 locali,  ci ha riservato una bella sorpresa: quest’anno ci sono le ricette. Poche, sì, rigorosamente di base, sì, ma con un pizzico di fantasia chissà dove si potrà arrivare.

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

E’ sempre interessante ascoltare cosa hanno da raccontare questi professionisti della dolcezza, che oggi hanno speso qualche parola per sottolineare alcuni concetti. Innanzitutto, che i problemi nutrizionali di oggi non sono dovuti al consumo di saccarosio, che per quanto raffinato è sempre più salutare dei dolcificanti chimici. Che la tendenza in pasticceria è quella di ridurre il quantitativo aggiunto di zuccheri e grassi, sfruttando invece le proprietà dei singoli alimenti, che devono quindi essere di ottima qualità. Che non c’è confine tra dolce e salato, come invece si pensa: qualsiasi cosa in natura è composta di sali e zuccheri, quindi non stupitevi se Corrado Assenza vi propone una crema pasticcera fatta col succo di pomodoro e non con il latte.Di certo, come ha chiosato Iginio Massari (fondatore, tra l’altro, dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani), “la pasticceria è emozione”, vale la pena rinunciarvi per una manciata di calorie?

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Impossibile resistere! Impossible to resist!

 

Arancino con cuore di ragù, dello chef Davide Francesco Cannillo

Mai più cibo di serie B. Già con la prima edizione della Guida allo Street Food le ghiottonerie ‘da passeggio’, come si diceva un tempo, hanno visto riconosciuto il loro status gastronomico. Ancor più oggi, con la seconda edizione, e oltre 100 indirizzi in più, il cibo da strada si presenta con un curriculum di tutto rispetto. Complice – forse – anche il momento storico, si respira un’atmosfera ricchissima di fermenti e di storia. C’è sicuramente la voglia di recuperare i sapori d’infanzia, iniziando dalle materie prime, e magari reinventarli per venire incontro al gusto e alle esigenze della contemporaneità. Molti continuano l’esperienza di famiglia, ma sono tanti anche quelli che hanno fatto il ‘salto nel buio’, si sono buttati nel settore per passione o per la necessità di avere un’occupazione. Gli uni e gli altri, se i risultati sono quelli che arricchivano i banchi e l’aria di profumi e colori sulla terrazza della Città del Gusto di Roma, beh, hanno la nostra più sentita gratitudine.

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Dev’essere stato difficile per il panel di giurati in redazione decidere chi premiare. Ventuno nomi su 400, ciascuno con la propria particolarità, progetti diversissimi tra loro, non sono uno scherzo. Ma ogni regione ha prodotto il suo campione, legato – in generale –  alle tradizioni del territorio: come la Gofreria Piemonteisa a Torino, il Kalamaro Piadinaro a Riccione, il Lampredotto di Lorenzo Nigro a Firenze, le Pallette di Giorgio ad Ascoli Piceno, il ‘panuozzo’ dei Fratelli Mascolo a Gragnano, e così via.  Quest’anno però ci sono anche due premi speciali, il ‘Panino dell’anno‘ e lo ‘Street Food da Chef‘. Il primo se l’è aggiudicato un negozio che degli ingredienti per i panini ha fatto una filosofia imprenditoriale: si chiama, appunto, Generi Alimentari da Panino e sta a Modena. Oltre alle materie prime sceltissime, il negozio si distingue anche per gli abbinamenti originali e molto azzeccati tra gli ingredienti. Per quanto riguarda il secondo, invece, è uno chef come Pino Cuttaia del ristorante La Madia di Licata, due stelle Michelin, ad aver intuito le potenzialità del tradizionalissimo arancino, espresse alla massima potenza da un ragù di triglia con finocchietto selvatico, tutti sapori della sua splendida Sicilia.

L’invito, quindi, se ce ne fosse ancora bisogno, è soprattutto quello di visitare i mille angoli d’Italia quanto più possibile, per assaporare l’infinita e multiforme varietà di una gastronomia che tutto il mondo ci invidia. E per dirla col poeta, “il naufragar, m’è dolce in questo mare”.

 

 

Gabriele Bonci e Antonio Menconi

C’era un’atmosfera da villaggio vacanze, oggi al Circolo degli Artisti, a Roma. L’edizione estiva di Street Food in Circolo si è aperta con un bel po’ di pubblico già nel pomeriggio, a dispetto della giornata calda e delle spiagge così vicine alla capitale. Nei giardini del Circolo degli Artisti si passeggia, ci si ferma presso gli stand che propongono specialità della tradizione gastronomica italiana, dalle più note, come la pizza fritta della napoletana Donna Regina alle meno battute, almeno al centro sud, come le tielle di MoZao (da pronunciare rigorosamente in dialetto emiliano) . C’era chi puntava dritto in una direzione ben precisa, e chi invece si aggirava curioso, farfalleggiando di postazione in postazione, in cerca di ispirazione o solo indeciso su cosa scegliere per iniziare l’assaggio.

arancini, pizza e cannoli

Sicilianedde, rosticceria siciliana

Sicilianedde rappresentava una splendida tentazione, con quel trionfo di arancine e cannoli dal ripieno candido, che ti accoglievano alla fine del vialetto a mo’ di benvenuto. Particolarmente bello era il passaggio, vedere come tutti chiedevano, parlavano, ridevano, non soltanto gli avventori ma gli stessi espositori, curiosi di scambiarsi informazioni, assaggiare il prodotto del collega. Sì, perché qui non si parla di concorrenza, certe parole è meglio lasciarle alla freddezza dei manuali di marketing. Invece largo all’abbondanza, al colore, al gusto, al piacere di coesistere senza sovrapporsi. Solo così una star degli impasti lievitati come Gabriele Bonci può accostarsi allo stand di Dall’Antò e convenire con uno dei titolari, Antonio Menconi, che non c’è un motivo logico per cui la pizza è diventata così popolare mntre le farinate di ceci no, emettendo nel contempo sonori mugolii di sentito piacere. “Oh, ciao, ho saputo che hai aperto un nuovo punto” “Beh, a che punto sei col tuo progetto?” “Tieni assaggia, dimmi se è meglio di quella che hai provato in negozio”… brani di ordinaria conversazione tra attori in un teatro in cui va in scena la qualità condita da un bel po’ di divertimento.

Coming Soon: Mariolina

Coming Soon: Mariolina

Marzia e il suo compagno passano di stand in stand lasciando i loro biglietti: Mariolina, la loro ravioleria, aprirà a fine giugno a via Panisperna. Sono emozionati, abbastanza spaventati, perché il rischio è notevole, come in tutte le imprese commerciali, ma il progetto c’è e anche i partner giusti: il Pastificio Secondi fornirà Mariolina di ravioli pensati in esclusiva da potersi assaggiare solo lì, e da nessun’altra parte. La voglia di scambiarsi esperienze si respirava insieme ai profumi, moltissimi, che da qualunque direzione solleticavano il naso.

La difficile operazione della 'giratura'

La  ‘giratura’

Come quello della legna su cui un bel pezzo di manzo era sospeso per essere affumicato ‘in diretta’ , presso lo stand di Bottega Liberati, storica macelleria in zona Tuscolana, che ha proposto per l’occasione un kebab di pura pecora – pork free – e un wurstel fatto con il 70% di magro di maiale allevato allo stato brado e il 30% di grasso di maiale di cinta senese, impastati con il metodo dello shock termico, per non aggiungere addensanti, o altri additivi.

ventolenticchieLa lenticchia di Ventotene è regina nel suo genere. E come tale non si concede facilmente. Simile a una creatura leggendaria, di cui si raccontano meraviglie, ma che in pochissimi hanno avuto la fortuna di incontrare, per me la lenticchia di Ventotene è rimasta avvolta nelle nebbie del mito fino a poco tempo fa. Dop del Lazio, presidio dell’Arca del Gusto Slowfood, pregio e vanto delle migliori cucine tradizionali firmate (di Gianfranco Vissani, per esempio), è però un po’ come il terno al Lotto: per pochi fortunati! Sì perché fuori dai circoli enogastronomici, della lenticchia di Ventotene sono a conoscenza solo i ventotenesi, e forse i vicini del litorale sabaudo. A Roma (cioè una settantina di chilometri più a nord)  delle lenticchie di Ventotene non ha sentito parlare praticamente nessuno. Ed è davvero un peccato: mentre la sua sorella di Castelluccio di Norcia gode di incontrastata (e comunque meritata) fama, e la sorellina minore, la lenticchia di Onano (Viterbo), si sta facendo strada con una certa decisione, la lenticchia di Ventotene di conquistare Roma non ne voleva sapere. Almeno finché un signore, uno dei pochi produttori locali, non ha deciso di utilizzare mesi ‘morti’ – quando la stagione balneare è ferma – per rimettere mano (e vanga) alla coltivazione di lenticchie, una varietà che è arrivata sull’isola con i Borbone (seconda metà del 1700) e che Andrea Biondo con sua moglie Pina Musella ha deciso di proteggere dall’estinzione.
Un ‘lavoraccio’, a sentir lui, perché la lavorazione della lenticchia può essere automatizzata fino a un certo punto, e in gran parte resta fatta a mano anche nel XXI secolo. Però i risultati non si sono fatti attendere, e da 8 sono passati a oltre 50 quintali in pochi anni. Questo ha permesso alla lenticchia di Ventotene di sbarcare  sulle coste pontine, pronta a riprendersi uno status tutto meritato. Piccola, di color nocciola, dal sapore intenso e lievemente tostato, la lenticchia di Ventotene regge straordinariamente bene la cottura, rimanendo soda e intera, per consentire al suo cuore morbido di sedurre il palato.

E proprio come le grandi regine, non hanno bisogno di paludamenti, così la piccola di Ventotene si ‘accontenta’ (si fa per dire) di un ottimo olio EVO – magari una dop sabina – e di crostini leggermente abbrustoliti. Lunga vita alla regina…

p.s.
A Roma si possono acquistare da Dall’Antò, a via Madonna dei Monti 16….

Sì, d’accordo, ha un sacco di proprietà, è ricca in antiossidanti,  vitamine del gruppo B, acqua, sali minerali, e povera di calorie. Ma diciamolo: la rapa rossa bollita è un po’ insipida e sa tanto di dieta dopofeste. Anche quel gusto dolciastro non la aiuta. Però in questa versione è una stuzzicante e fresca novità, in grado di sorprendere piacevolmente i commensali (testata personalmente su palati difficili e non amanti dell’ortaggio in questione). Anche se, va detto, decisamente meno dietetica ….

Barbabietola sfiziosa con crostini croccanti al timo

RapaQuesta dose basta per otto coppette (o verrine da finger)

per la mousse:
300 gr. rapa rossa già bollita
125 gr. mascarpone
1 cucchiaio olio EVO
1 cucchiaino di salsa di soia
succo di mezzo limone
un mazzetto di erba cipollina
sale
pepe

per i crostini
pane raffermo casareccio affettato
un mazzetto di timo sfogliato
olio EVO

Schiacciare bene le rape tenendo la loro acqua, e frullarle bene con il mascarpone, in modo da ottenere una crema liscia e leggermente montata, aggiungere l’olio a filo e continuare a frullare. Regolare di sale e di pepe, aggiungere il succo di limone poco alla volta, assaggiando fino a raggiungere l’acidità desiderata. Procedere allo stesso modo con la salsa di soia: potrebbe volercene meno di un cucchiaino. In ultimo, tritare finemente l’erba cipollina, lasciandone qualche filo per la decorazione. Coprire con pellicola e conservare in frigo per una mezz’ora.

Intanto, preparare i crostini togliendo via la crosta dal pane raffermo e tagliando la mollica a dadini. Saltarli in una padella calda, appena sporcata con un filo d’olio e una parte delle foglie di timo. Quando sono dorati ( ma non fritti!) versarli in una ciotola e cospargerli con il timo fresco.

A questo punto, non resta che montare la mousse con i crostini e decorare a piacere con l’erba cipollina. Io ho usato una coppetta perché era l’unica scelta ‘trasparente’ che avevo a disposizione, e visto che il colore qui è un elemento importante vale la pena esaltarlo.

Bisogna servirlo subito, appena montato, perché l’umidità della mousse ‘bagna’ il crostino. Lo scetticismo dei miei ospiti è scomparso alla prima cucchiaiata.