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Riprendo gli appunti sulla 24° edizione del Concours Mondial de Bruxelles, la manifestazione che premia i vini di qualità nel mondo, per scoprire, dopo qualche settimana, quale dei vini che ho assaggiato è ancora vivido nella memoria. Mi ricordo quel pomeriggio di giugno, era troppo caldo, anche per Roma. Sulla Terrazza Civita, al quinto piano di Palazzo Generali a Piazza Venezia, i premiati erano soprattutto italiani, con qualche presenza estera, molta Spagna, Sud Africa, poca Francia, qualcosa dal Sud America e perfino Cina.  La vista? Unica, Roma è la più bella città del mondo, non c’è storia. L’eccellenza in una cornice come questa trova il suo habitat naturale.

Roma-Terrazza-Civita

Il Monumento a Vittorio Emanuele e via dei Fori Imperiali

L’Italia ha portato a casa ben 348 medaglie (Grande Oro, Oro e Argento) su 2642, contese tra 9000 referenze da tutte le zone vinicole del globo e una Rivelazione Internazionale 2017 (il siciliano Terre della Baronia 2014, blend di Nero d’Avola e Perricone dell’Azienda Agricola A. Milazzo, che ha anche altre carte interessanti da giocare). Non male, anche se il primato della Spagna (619 medaglie) un po’ mi sconcerta, almeno dalle bottiglie che ho potuto assaggiare, che ammiccavano abbastanza a una certa facilità di beva (ma la sede di questa edizione era a Valladolid…)

Di nostrano, invece, restano interessanti:

Bolle
Azienda Andreola Col del Forno Rive di Refrontolo, prosecco  Superiore Valdobbiadene Docg brut, dall’attacco minerale e piacevolmente fresco, i sentori di frutta bianca arrivano dopo e comunque lievemente acerbi. In cantina costa 7/8 euro. Sempre Andreola, il Selezione Millesimato Extra Dry,  dalle note più morbide, forse più tipiche, ma per il mio gusto meno coinvolgenti. In cantina, circa 5 euro.
Dell’azienda Le Colture il brut Fagher, 800mila bottiglie da 40 ettari di vigneti tra Pieve di Soligo e Conegliano, dai sentori di mela, pera, lime, persistente, forse un po’ indietro in morbidezza e perlage lievemente dominante. In cantina 8/9 euro.

 

Bianchi fermi
Non è il primo che ho assaggiato, ma è quello di cui conservo il ricordo più vivido: il Greco di Tufo Cantina Sanpaolo di Claudio Quarta, prodotto da uve nate tra Avellino e Benevento a 700 metri d’altezza, vinificato in acciaio 6 mesi con batonnage periodici e poi ulteriori 6 di affinamento in bottiglia. Il colore è un paglierino pieno, i profumi sono minerali e intensi di frutta gialla, camomilla e fiori di campo, e pari intensità si ritrova al palato, molto lungo con acidità e sapidità molto ben calibrati. Sorso avvolgente, leggera nota mandorlata sul finale, per me ottimo anche non abbinato. La produzione (questa è la vendemmia 2016) prevede 3000 bottiglie da 750cl e 2000 magnum, al prezzo (in cantina) rispettivamente di 12,00 e 24,00 euro.

La Sicilia è stata particolarmente presente nei banchi d’assaggio di questa edizione romana del Concours Mondiale de Bruxelles 2017. Ricordo bene Kikè il Traminer aromatico di Fina (con un 10% di Sauvignon Blanc), da vigneti posti tra i 500 e gli 800 metri slm, ottenuto con la tecnica della microvinificazione, di cui vengono prodotte circa 8000 bottiglie, vendute al prezzo di 9 euro (in cantina). Deciso, come mi aspetto da un traminer siciliano e intenso, con un naso gentile di gardenia biancospino e tuberosa e note verdi e balsamiche, che tornano anche al palato, con un finale amarognolo piacevole e una bella morbidezza. Della Società agricola Milazzo Terre della Baronia ricordo il Federico II, metodo classico da uve chardonnay, che riposa sui lieviti 72 mesi ed è prodotto in bottiglie numerate (18.000): albicocca fresca, perlage fine e una sferzata di freschezza e sapidità che si rivela sul finale. In enoteca è venduto al prezzo di 40 euro circa.  Della stessa azienda, il Maria Costanza, da uve Inzolia e Chardonnay, di cui il 10% affina in barrique di primo passaggio, mi ha colpito per intensità, naso elegante di fiori e frutta essiccata, bocca sapida e lunga con un finale ammandorlato non invadente. L’azienda opera in regime biologico, e presta particolare attenzione alle ossidazioni in tutte le fasi di lavorazione del vino.

Rossi, rossissimi e rosé
Dell’azienda Masciarelli assaggiare l’Iskra Marina Cvetic 2011, Rosso Colli Aprutini da uve 100% Montepulciano, è praticamente atto dovuto. Intenso già alla vista, al naso e al palato, la conferma: toni scuri, ma con una freschezza che lascia intravedere una bella storia in cantina, frutta, cuoio, tostature, tocchi balsamici di sottobosco, che un po’ mi aspettavo. In cantina costa 19/20 euro. Quello che mi ha spiazzato invece, ammetto l’ignoranza, è il Merlot Marina Cvetic 2013 da uve 100% merlot coltivate a Ofena, a 500 metri s.l.m., nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, vinificato in acciaio e invecchiato in botti di rovere per 12 mesi e poi in bottiglia per almeno 2 anni; l’ho trovato di grande personalità, tra le migliori espressioni di questo vitigno assaggiate finora, con delle note di melograno per me inedite. E’ una bottiglia che vorrei avere in  buona quantità nella mia cantina, ma purtroppo non ce n’è più, l’annata 2013 è già finita. Per il prezzo (15/16 euro in cantina) un acquisto che avrei fatto volentieri.

 

Il Terre della Baronia 2014 della Società Agricola Milazzo  (blend di Nero d’Avola e Perricone in ragione del 70%/30%) si è aggiudicato il titolo di Rosso Rivelazione Internazionale a questa edizione del Concours. Si presenta con un bel rubino scuro, note di frutta rossa matura che al palato diventano sotto spirito, caffè tostato, miele e cannella, quasi a suggerire una vendemmia lievemente ritardata. Questa è una bottiglia ancora giovane, i tannini devono maturare, e in enoteca (la cantina non effettua vendita diretta) si può trovare a circa 20 euro.
Mi sono piaciuti molto i rossi  dell’azienda calabrese Serracavallo  a base magliocco, un vitigno non particolarmente diffuso nelle enoteche romane. Il Terraccia, 90% magliocco e 10% cabernet sauvignon, chiamato così per via della nomea del suolo vitato (“è una terraccia”), che è stato tra i miei preferiti per sensazioni e piacevolezza di beva. I tannini ci sono, sono importanti, ma ben bilanciati, le note sono decisamente scure, che richiamano il caffè torrefatto e il peperone crusco, pepe e bastoncino di liquirizia. Sono 14 gradi e mezzo che vanno giù con (troppa!) facilità. In cantina costa intorno agli 8 euro. Il Vigna Savùco (sambuco in dialetto locale, per la presenza di un vecchio albero) è il cavallo di battaglia dell’azienda e anche un po’ la sfida: un vino importante di magliocco in purezza, senza altri apporti. Si rivela molto interessante, naso di mora e di mirto, china e caffè, con un attacco molto fresco al sorso e le note scure di confettura, cioccolato, liquerizia, terra, che arrivano in un secondo momento, quando l’alcool, morbido, ha già diffuso il suo calore. L’annata assaggiata è la 2012, e secondo me si esprimerà ancora meglio tra un paio d’anni, anche se è un vino che già riposa circa 4 anni e mezzo prima della commercializzazione. Il cantina circa 25 euro.

Con l’azienda Castello di Vicarello saliamo in Toscana, a Poggi del Sasso; terreni coltivati in regime biologico, vitati a cabernet sauvignon, cabernet franc, petit verdot e sangiovese per tagli bordolesi ma non solo. Il Merah è il primo che assaggio, sangiovese 100% da uve cresciute a 500 metri d’altezza, affinato in tonneaux di rovere, che non hanno compromesso la freschezza e la finezza di questo vino: fiori e frutti rossi, sorso molto accattivante. Con il Terre di Vico abbiamo un blend 70% sangiovese e 30% merlot, vinificato in tini a tronco conico di rovere francese per 4/6 settimane e poi matura (ciascun vitigno separatamente) in botte piccola per metà nuove e per metà di secondo passaggio per circa 18 mesi prima dell’affinamento in bottiglia per altri 18 mesi. Abbiamo calore e morbidezza, profumi più complessi rispetto al precedente, con una botte ben dosata che non appiattisce la piacevole componente acida. Castello di Vicarello è la referenza di punta dell’azienda, composto da cabernet sauvignon (45%) cabernet franc (45%) e petit verdot (10%) provenienti da due vigne collinari, la Vigna del Castello e la Vigna Poggio Vico, con bassissime rese (40 q/ha), vendemmia e selezione degli acini a mano,  per circa 3000/3100 bottiglie in tutto. Vinificazione in tini di rovere francese e maturazione in barrique e tonneaux per almeno 24 mesi, più altrettanti di affinamento in bottiglia: l’annata in degustazione era la 2012, per un vino complesso, opulento nei profumi scuri, di incenso e sandalo, e ancora sferzante all’assaggio, da abbinamento con piatti succulenti, cotti a lungo, e che al pubblico è proposto con un prezzo intorno ai 65 euro. Per l’occasione Brando Baccheschi Berti – giovane erede dell’azienda – ha voluto spillare direttamente dalla botte la novità di quest’anno, il Santaurora, rosé da salasso di Malbec in purezza, che matura in acciaio e affina in bottiglia: fruttini freschi, profumati, ribes, fragoline e note mentolate, per un sorso piacevole ed estivo. Il prezzo in cantina si aggira sui 13 euro.

 

 

 

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Evoca la semplicità – cosa c’è di più naturale di un fiore?-, ma anche un’infinità varietà di colori, forme e profumi il nome dell’unico ristorante dichiaratamente flexiteriano della capitale, che ha festeggiato il suo primo compleanno puntando all’esaltazione della versatilità delle sue proposte, da cui il termine ‘flexiteriano’: flessibile e vegetariano. Ma anche crudista, vegano e tradizionale. Perché negli ultimi tempi organizzare  una cena tra più persone sta diventando complicato, e in ogni tavolata c’è sempre qualcuno con la faccia triste davanti all’insalata verde.

 

Ecco perché l’elogio della flessibilità in cucina è una carta di sicuro vincente, perché premia la socialità nel rispetto  delle scelte di vita di tutti. “Rispetto” è l’altra parola chiave del progetto Fiore, declinato nel senso della stagionalità, della preferenza data ad aziende che operano in regime biologico, della qualità e della tipicità. Fa piacere la presenza in carta – e per l’occasione anche in sala – di nomi importanti  della gastronomia italiana, come la piemontese Castagna o l’abruzzese Fracassa per comporre taglieri di salumi e formaggi che non si dimenticano (quel gorgonzola al cucchiaio scoperchiato in diretta era commovente). Rispetto della materia prima stessa, con tecniche di cottura non invadenti: il fritto a bassa temperatura, per esempio, mai superiore ai 140° per non modificare le qualità dell’olio, il vapore, la (bellissima) piastra di sale dell’himalaya, che rilascia gradualmente il calore e insieme ad esso sapidità e oligoelementi preziosi, le marinature e le essicazioni, tipiche della cucina crudista gustosa e salutare, ma senza dimenticare la tradizione: padelle, forno e tegami, per intingoli, sughetti e arrosti (e la porchetta la fanno in casa!).

 

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Casalinga è anche la produzione di erbe aromatiche e alcuni ortaggi, nella stupenda terrazza in cui sedersi a pranzo e a cena, oppure per l’aperitivo. Un déhor raffinato e degno senza auto che sfiorano le sedie, gas di scarico, rumori e passanti, un mondo a parte di 250 metri quadri protetti da salvie di varie razze, varietà di menta, basilico, rosmarini, finocchi cavoli e melanzane, pomodori, timo e dragoncello, che al tramonto profumano l’aria persino nella centralissima via Boncompagni.

 

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Dietro a un progetto così complesso nella sua versatilità dovevano esserci menti e mani capaci: la cucina è affidata a Matteo Cavoli, executive chef giovane ma con una solida esperienza maturata al Convivio Troiani subito dopo il diploma presso l’Alma di Gualtiero Marchesi; la direzione è affidata a Giulio Vallorani, manager di lungo corso (Gran Caffè Meletti di Ascoli Piceno, Convivio Troiani), che per questo locale ha scelto personale giovane ma qualificato. E tutti si muovevano effettivamente con grande padronanza e sincronia, erano in grado di raccontare ciò che stavano servendo senza dimenticare il sorriso e la cordialità.

 

Fiore propone un menu stagionale per il pranzo e la cena diviso nei vari stili alimentari, crudista, mediterraneo, vegetariano, che comprende anche i dolci, gli smoothies, e le bevande, e non prevede una formula ‘degustazione’. Il prezzo medio è di 12,00/13,00 euro per piatto (sui dolci siamo intorno agli 8,00/10,00 che diventano circa 6,00 per gli infusi e le tisane). Per l’aperitivo invece c’è un menu a parte che prevede taglieri di salumi e formaggi dalla bottega gastronomica (ne parlo tra poco), oppure selezioni di miniporzioni crudiste, crostini misti con pani dal forno I Santi, al prezzo medio di 10,00/15,00 euro, cocktail a 10,00 euro circa, vini al calice a 6,00/7,00 euro (con qualche proposta che si trova raramente in mescita, come lo champagne Roederer e il Cervaro della Sala di Antinori, che costano però qualcosa in più).

Quasi tutto ciò che si assaggia da Fiore si può portare anche a casa: parte del progetto è una bottega gastronomica, piena di quei prodotti per lo più a km 0 che Fiore ha selezionato per sé ma che trovano degnissimo posto sulla tavola di tutti i giorni, o per una cena tra amici. Qualche nome? Oltre naturalmente a Fracassa e Castagna: D’Ascenzo (formaggi a latte crudo di pecora delle campagne della Sabina), olio EVO Biologico Cervo Rampante, di Farfa, pasta Monograno FelicettiGrisciano da Accumoli e Fausti da Norcia per i prosciutti (aziende che si stanno riprendendo dopo le devastazioni del terremoto dell’agosto scorso), il pane del forno de I santi Sebastiano e Valentino, protettori dell’arte bianca, e altre importanti referenze.

Una bella presenza, quella di Fiore, nella forma e nella sostanza, in una città come Roma, che sempre più sembra puntare sul food per il rilancio delle economie commerciali, ma che spesso dietro alle vetrine tirate a lucido ha poco da offrire. Non è questo il caso, la scelta è vasta, di qualità e nessuno stile alimentare è penalizzato: la stagione è appena cominciata, stasera ceniamo insieme in terrazza?

Fiore  – Aperto tutti i giorni
Via Boncompagni 31/33, 00187 Roma
T. +39 06 4202 0400
http://www.fiore.roma.it
info@fiore.roma.it
https://www.facebook.com/fiorecrudoevapore/?fref=ts

Stretto tra due denominazioni giganti come il Brunello di Montalcino e il Chianti Classico, ma con una storia di tutto rispetto, il Vino Nobile di Montepulciano grazie a imprenditori come i Sacchet e gli Zaccheo dell’azienda Carpineto, si riappropria della visibilità che merita. Con circa 200 ettari a vigneto, suddivisi su cinque Tenute (Appodiati),  Carpineto è una realtà importante nella Toscana del vino. In particolare, per gli appodiati di Montalcino, 53 ettari di cui 10 piantati a Sangiovese grosso e Montepulciano  (65 ha coltivati a Prugnolo gentile, il nome locale per l’uva Sangiovese), che danno vita alle denominazioni più importanti dell’azienda, il Brunello  di Montalcino docg e il Vino Nobile di Montepulciano Riserva docg.Quest’ultimo in particolare sta regalando grandi soddisfazioni agli eredi dei fondatori, in quanto unico Nobile di Montepulciano presente nella top 100 di Wine Spectator con 93/100 e per ben due volte consecutive (2010 e 2011). “Ci abbiamo creduto e i risultati sono arrivati” afferma con orgoglio Antonio Michael Zaccheo, figlio di quel Mario che nel 1967 fondò l’azienda insieme a Giancarlo Sacchet, miglior enologo italiano  e nel 2005 anche miglior enologo mondiale, recentemente scomparso. Ci credono nel Nobile a tal punto da farne il protagonista di una verticale guidata dal sommelier Paolo Lauciani, presso la Nuova Villa dei Cesari a Roma: Nobile Riserva 2011, 2010 e 1989 più il Nobile Riserva 2001 Cru Poggio Sant’Enrico, un vino prodotto solo in grandi annate, e destinato a lunghi invecchiamenti. A corona della verticale, abbiamo assaggiato anche il Brunello di Montalcino docg 2012 e due annate di Farnito (2012 e 2000), Cabernet Sauvignon igt, premiato con le Super Tre Stelle (ovvero punteggi superiori a 94/100) nell’edizione 2017 della Guida Oro I Vini di Veronelli.

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Paolo Lauciani e Antonio Michael Zaccheo

Nei calici, un rubino pieno e deciso – grazie alla presenza di un 10% di uve autoctone, canaiolo su tutte -che si esprime con un frutto maturo e dolce, e spiccate note di viola nell’annata 2011; le note speziate virano sulla dolcezza e il legno (botte di rovere) risulta ben dosato: unico indizio, i tannini un po’ polverosi, dovuti alla relativa gioventù di questo vino, che colpisce comunque per finezza e freschezza. Con la 2010 i toni si fanno complessivamente più scuri, e l’intensità  aumenta. Prugna cotta, pout pourri, balsamicità da sottobosco e tostature – caffè, cioccolato –  anice, liquerizia… man mano che il tempo passa si aprono nuovi suggestivi spiragli. Al sorso l’iniziale morbidezza lascia presto la scena alla freschezza che sembrerebbe un marchio di fabbrica: i vigneti ben esposti ma riparati e a un’altitudine di circa 500 metri evidentemente beneficiano di un clima particolarmente favorevole. Notevole la persistenza. Il 1989 – e parliamo di un vino di 28 anni – si presenta già con un colore che risente della maggiore evoluzione, più scarico e con sfumature arancio, e sicuramente più chiuso al primo contatto. Perché si esprima ha bisogno di tempo: un frutto meno spiccato ma fine, un naso molto pulito, in cui emergono sentori di pomodoro e speziature dolci. Il sorso è piacevole, non c’è la sferzata nè il tannino delle prime due bottiglie, qui è tutto più garbato, e sul finale si fa strada un che di rosa appassita. Nel Cru Poggio Sant’Enrico torna la consueta freschezza, anche se questo particolare vino matura in barrique, a causa dell’esposizione del vigneto, a sud proprio sulla cima del colle, che donerebbe alle uve una particolare carica polifenolica. Il 2001 ancora ha tempo davanti a sè: il Poggio Sant’Enrico è un sangiovese in purezza, pensato per un appeal internazionale, ed ecco che il frutto è l’amarena, è la mora, e la balsamicità ricorda le foglie di mirto fresche. Il palato è intenso, con una bella coerenza olfattiva,  i tannini – nonostante gli anni – sono ancora lievemente astringenti; intense note chinate dopo qualche tempo nel calice.

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Il Nobile di Montepulciano docg Riserva 1989: il colore è aranciato per la lunga evoluzione

Con il Brunello ci spostiamo a Montalcino, in località Rogarelli, a 500 metri sul livello del mare; fossili marini, rocce, calcare e galestro, alberese e argille contribuiscono all’eleganza olfattiva dei vini prodotti in questa zona. Tre anni in botte grande e poi bottiglia, senza altri trattamenti. Il naso è molto pulito e di un’intensità composta di fiori e frutti rossi, di rosa canina e  grafite, note boscose fresche di felci e muschio bagnato. Tutto si ripresenta al sorso, morbido, carezzevole di tannini ben dosati, in cui le note acidule della fragolina di bosco e altre ferruginose si stemperano in una sapidità che dona lunghezza. Sono 14% ma non si direbbe.

Dal Sangiovese, passiamo al Cabernet Sauvignon, altro vitigno spigoloso. La selezione Farnito viene da piante che danno – quando va bene – 2/3 di bottiglia per pianta: le uve invecchiano in botti piccole, di cui un terzo nuove, e le altre di secondo, terzo e quarto passaggio, quindi in bottiglia per almeno altri otto mesi. L’annata 2012 è ‘in fieri’: tannini ancora graffianti, anche se intensità e profumi si presentano con decisione: ciliegia, pepe e noce moscata, ma anche liquerizia e caffè. Con la bottiglia successiva, vendemmia 2000, si intravede il futuro. I tannini ci sono, ma accompagnano il sorso, non lo frenano, anzi danno forza espressiva alle note di peperone, le tostature di caffè e cioccolato, il pepe nero e il fuoco di camino. Un vino di grande piacevolezza e di struttura, che per la totale assenza di note amare si presta bene all’abbinamento con gli arrosti, i brasati e le braci.

Carpineto – Grandi vini di Toscana
Dudda – 50022 Greve in Chianti (FI)
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Tra grignolini, belloni, cesanesi, grechetti, merlot e dolcetti, ma anche nebbioli in versione Barbera, malvasie, cerasuoli e altri impossibili da elencare in modo esaustivo, si è svolta la degustazione Bere Bene 2017, la guida del Gambero Rosso ai vini (buoni) da bere tutti i giorni e non solo nelle occasioni speciali, perché costano al massimo 13,00 euro. Al di là delle considerazioni economiche (rispettabili), questi banchi d’assaggio lasciano la scena a vini dai nomi meno altisonanti, che però – pur nei propri limiti espressivi – sanno regalare piacevoli sensazioni. Tante le referenze in degustazione, anche se tra queste erano poche le cantine vincitrici degli Oscar Regionali – e solo 2 su 9 quelle insignite dell’Oscar Nazionale – ad aver dato bottiglie per l’assaggio. Peccato, perché sarebbe stato interessante capire l’eccellenza pur in una medesima fascia di prezzo.

Inizierei a questo punto dagli unici due Oscar Nazionali presenti in sala: Orvieto Classico Torricella 2015 di Bigi, classico di nome e di fatto, fiorito, caldo, di buona struttura e abbastanza persistente. Per un Oscar nazionale mi sarei aspettata un po’ di mineralità in più. Mi sarebbe piaciuto fare il confronto con il Terre Vineate di Palazzone, Oscar Regionale e suo competitor per categoria, di cui ricordo la freschezza (l’annata era 2014), ma purtroppo non era in degustazione. Mi è piaciuto molto il cerasuolo d’Abruzzo Donna Bosco Rosé 2015 di Nestore Bosco, dal naso intenso, vinoso, di bacche rosse fresche, che tornano in bocca con bella persistenza e avvolgenza. Per non parlare del colore che è strepitoso, intenso limpido e luminosissimo (è il vino in apertura)…

La serata è partita con un il Roero Arneis di Filippo Gallino, dal naso erbaceo ed intenso, di discreto corpo, asciutto, sapido e dal finale amarognolo. Meritava un Oscar almeno regionale il Colli di Luni Vermentino Et. grigia 2015 Lunae Bosoni, che ho trovato molto bello, elegante al naso, con aromi delicati di biancospino che poi in bocca si ampliano con note agrumate, cedro su tutte, e marine. Lungo, avvolgente, piacevolissimo, non si direbbe proprio che costi (in cantina) 11,60 euro.

Poi vedo Cantina Tramin e mi fermo,  un buon pinot grigio non si rifiuta. E il Pinot Grigio 2015 Tramin conferma le aspettative, con un naso fine, intenso e minerale, e un frutto elegante al palato, con note lievemente tostate e piacevolmente amarognole. Piacevolissimo anche il Sauvignon Blanc 2015 della trentina Pravis, con evidenti note di salvia al naso, ed al palato si arricchisce con le foglie di pomodoro e si ammorbidisce con le note esotiche della passiflora. Voglio assaggiare anche il sauvignon che ha vinto l’Oscar regionale, ma prima incontro sul percorso il Soave doc Campolungo Villa Mattielli, di cui ricordo con piacere  una delicatissima rosa rosa che si sprigiona dal calice, e un bel sorso caldo e asciutto, con sentori di frutta estiva e una bella freschezza, perfetto abbinato con il Parmigiano Reggiano giovane che era in degustazione. Il Sauvignon Vigna Al Lago Tenuta Conte Romano, premiato dalla Guida, è stato proprio una bella scoperta. Per una bottiglia di prima fascia il vino è decisamente elegante, con tutte le note del Sauvignon blanc ma ben armonizzate, senza che nessuna prevalga sulle altre. Il colore freddo non deve ingannare, la gradazione alcolica è 14%! Il grechetto Propizio 2015 dell’azienda biologica Giangirolami era una vecchia conoscenza, e si conferma piacevolmente morbido, anche se rispetto ad altre annate che ho assaggiato questa mi sembra mancasse un po’ di freschezza.

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E poi, però, è arrivato lui: il Verdicchio dei Colli di Jesi metodo classico brut Riserva Ubaldo Rosi, di Colonnara. Da uve 100% verdicchio coltivate tra i comuni  marchigiani di Cupramontana e Apiro, sta sui lieviti 60 mesi, è lavorato completamente a mano e non doveva essere lì, non fa parte dei vini recensiti dalla Guida, perché questa non è una bottiglia da 13,00 euro. Bollicine fini, naso intenso, fiorito, gusto fresco e persistente, pulito, con erbe di macchia e mandorle tostate sullo sfondo, perfetto per concludere la serata. Il prezzo? 28,00 euro circa, e li vale tutti.

 

 

 

 

 

 

Il mio lavoro alla guest house Suites Farnese richiede anche una certa dose di ricerca. Della qualità sicuramente, ma anche delle tipicità, su cui spesso devo documentarmi in prima persona. Molte delle eccellenze della mia regione, il Lazio, sono ‘virtuali’:  appaiono sulle guide enogastronomiche e poi spariscono dalla circolazione. Cercarle, rintracciarle e scoprire il loro ‘habitat’, la terra che le nutre, i profumi, le tradizioni, le persone, quegli eroi del nostro tempo che le mantengono in vita nonostante tutto (e ci sarebbe da parlare a lungo) è sempre più un piacere e un arricchimento. Loreto Pacitti è una di queste scoperte. Vive e lavora nel meraviglioso angolo di natura della Valle di Comino, a Picinisco, minuscolo paesino in provincia di Frosinone. Tra le colline morbide e i pascoli grassi, si distingue Casa Lawrence, l’azienda di famiglia: un agriturismo (vero, c’è l’azienda agricola collegata) che deve il nome a D. H. Lawrence, lo scrittore inglese autore di romanzi celebri come Figli e Amanti, L’amante di Lady Chatterley, che in quella stessa casa soggiornò e trasse ispirazione per La ragazza perduta (1920) , ambientato proprio nella società rurale di Picinisco.

Proprio di Picinisco è la paternità di uno dei prodotti d’eccellenza laziali: il pecorino di Picinisco a latte crudo, che ormai viene prodotto da pochissimi casari, tra cui, appunto la famiglia di Loreto Pacitti. Loreto fa il pastore, tecnicamente, ha il suo gregge che cura, nutre con il fieno che viene coltivato all’interno dell’azienda, seleziona e munge. Con il latte, poi, sua cugina Romina (che è avvocato, ma ha scelto un’altra vita) realizza capolavori assoluti come, appunto, il pecorino di Picinisco Dop , la ricotta moscia (asciutta), le marzoline (presidio Slowfood), gli erborinati, le robioline etc. etc. e il magnifico Conciato di San Vittore, di cui è uno dei pochi detentori della ricetta originale.


Per condividere tanta ricchezza, Loreto ha aperto anche la Caciosteria, nella casa dei nonni, un ambiente autentico, schietto, caldo e confortevole, dove mangiare, bere, chiacchierare e scaldarsi alla brace del camino.

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La tavola della Caciosteria è magica. Basta sedersi e iniziano ad apparire cose buone. L’olio Evo della val Comino (il cultivar Marina è tipico della zona), da gustare “sugli alicetti” (al maschile nel dialetto locale) con il cipollotto fresco e un peperoncino che non perdona.

Mentre si discetta se preparare o no la ‘cacio e pepe’ col pecorino di Picinisco (e pare che ci sia una tecnica tutta particolare affinché non cagli e diventi gomma, “questione di temperatura” secondo Loreto), si stappano bottiglie: l’autoctono Maturano,  gradevole e schietto di frutta gialla, una buona struttura, e il Satur, cabernet di Atina, morbido e vellutato di frutta rossa, bacche e pepe, entrambi della cantina Cominium.

Sarà il vino, sarà l’atmosfera, ma alla cacio e pepe si finisce per preferire la specialità locale, il caciocavallo impiccato, una prelibatezza disarmante nella sua semplicità: man mano che il fondo si scioglie sulla brace, si affetta e si mangia come una bistecca.

impiccatoLoreto i cacicavalli non li produce, servono attrezzature che non ha. Li acquista in Molise freschi e li fa affinare. Stagionati da lui, aperti e ridotti a scaglie con il miele di sua produzione (ma quello è solo per gli amici e i clienti) sono un mondo a parte. Un parmigiano del sud, se mi è consentito.

Loreto e la sua famiglia accolgono allo stesso modo gli ospiti del ristorante di Casa Lawrence, che nel weekend riempiono la sala. Tutti i prodotti sono in vendita oltre che in degustazione, ed è impossibile non portarsi via qualcosa. Soprattutto dopo averla assaggiata.

E l’esperienza non finisce a tavola, anche solo guardarsi intorno è un viaggio nel tempo. Oggetti che forse nemmeno più sui libri, reminiscenze di usi nemmeno poi tanto antichi, ma che tanto rapidamente vengono dimenticati. La macina, sì proprio quella che dà la forma ai biscotti di una nota casa dolciaria, il tosta orzo, c’è perfino la zampogna con la pelle di pecora appesa al muro. Il tempo qui scorre con i suoi ritmi, che non sono gli stessi della città. Il formaggio viene stagionato con l’aria fresca, e l’umidità controllata da strumenti in via d’estinzione, come l’idrografo.

macinaCasa Lawrence dista un’ora e mezza da Roma, non è molto e vale la pena di una visita, per un pranzo rilassante e ritemprante. Anche la pasticceria del paese è famosa per i torroncini e abbiamo capito perché, vanno assaggiati. Pero’, per chi non vuole aspettare il fine settimana, una bella notizia: Loreto Pacitti è presente con i suoi fantastici prodotti tutti i sabati al Mercato Campagna Amica di Via di San Teodoro, a Roma. Andatelo a trovare, ne sarà felice.

loretopacittiP.s.: gli abbonati Sky lo vedranno a breve in tv nel reality A letto con il nemico, su Fox Life. Mentre ce lo raccontava, ancora rideva….

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Aprirà ufficialmente stasera, lunedì 14 settembre, la versione 2.0 di Enopolium, nato ristorante nel dicembre dello scorso anno e ora risto-bistrot con una formula menu divertente e originale: Stappo e Stecco, ovvero cibo e vino (o birra) abbinati ad hoc, che abbiamo avuto il piacere di assaggiare in anteprima.  Situato in pieno rione Prati, area che brulica di professionisti con la valigetta durante il giorno ma si svuota puntualmente con la chiusura di uffici e negozi, il nuovo Enopolium potrebbe diventare il riferimento per aperitivi e cene sfiziose e informali.

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Atmosfera giovane e arredamento hostaria industrial-chic fanno da preludio a un’infilzata – di nome e di fatto – di assaggi dal repertorio di punta dello chef Valentino (Todisco), ovvero “l’ingranaggio più piccolo dei tre del logo” – scherza Giampiero (Gigli) uno dei tre titolari, “ma non perché conti di meno, solo perché è il più basso”.

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e... conti

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e… conti

Da bravo padrone di casa, Valentino non dimentica di coccolare i suoi ospiti con un cocktail di benvenuto, uno Spritz all’ACE piacevole e dissetante, di un bell’arancio beneaugurale.

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E poi ecco che arrivano i protagonisti della serata, gli spiedi selezione dello chef, scelti all’interno di un menu pensato per accontentare davvero tutti i palati: carne, pesce, vegetariani e vegani, commensali attenti alle calorie, e pure al portafoglio: i piatti vanno da un minimo di 8 euro a un massimo di 18 (ma parliamo della tartare di manzo formato magnum). Noi ci siamo sfiziati con lo stecco di salmone e mela verde con salsa di panna acida ed erbette, il polpo arrostito con pomodorini e patatine in salsa verde, scamorzine affumicate, polpettine di cicoria con salsa di acciughe, pollo marinato nello yogurt e zucchine con salsa di yogurt alle erbe,  involtini di verdure grigliate (melanzane, zucchine e peperoni) con un ripieno ai pomodori secchi con salsa piccante. Porzioni generose, di due stecchi ciascuna.

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Il piatto unico del pranzo si compone secondo i propri gusti ed esigenze, ad un prezzo più che ragionevole, 10 euro (quasi una sfida alle leggi di mercato) abbinando tra carne, pesce, legumi, verdure cotte e crude, e cereali. Per gli irriducibili del panino, l’hamburger di Enopolium arriva corredato di ketchup, maionese e senape (perché non una salsa della casa?), e contorno di patatine, naturalmente su stecco.

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Ci abbiamo accostato Ilnini, ovvero Riesling, Sauvignon e Malvasia istriana, vino naturale e non indimenticabile di La Ganga wines. Non perché fosse l’abbinamento migliore, in realtà ci piaceva l’etichetta, per motivi del tutto futili. beewine

Ad oggi la carta dei vini e delle birre non colpisce, ma è da considerarsi ancora in progress. Intanto stasera si parte sul serio, con la presentazione in grande stile – a cura di Bee-Connection – alla stampa e al pubblico, che sarà l’unico vero giudice di questo progetto.

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Valentino e il suo vice, Carlos nelle cucine di Enopolium

 

Enopolium
Circonvallazione Trionfale 94, Roma
tel. 06 39720134
info@enopoliumroma.it

Tante belle storie spuntano per caso, tra le pieghe della quotidianità. Quella di Le Amantine fa parte a pieno titolo di questo gruppo. Una famiglia, una passione, le difficoltà inevitabili, ma un meritato e anche inaspettato lieto fine.

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Sabato 6 giugno 2015 presso l’hotel Rome Cavalieri si è tenuto l’Oscar del vino di Bibenda, evento annuale tra i più prestigiosi del settore enologico. E fin qui, niente di nuovo. Ma l’evento ha premiato anche il miglior olio EVO raccolto 2014. E qui la novità si chiama Anna Marina Gioacchini, che – la più incredula di tutti – è volata da Parigi a Roma felice anche solo per l’invito all’evento. Perché ad Anna (come preferisce farsi chiamare)  sarebbe andato bene anche il terzo posto. Sì, certo, si dice sempre così. Invece no, lei era seria.

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Perché in quelle bottiglie c’è molto più di un ‘prodotto’. In soli cinque anni, e a dispetto di vari inconvenienti, Anna è riuscita a riportare in vita l’uliveto cui suo nonno e suo padre Mario, scomparso da poco più di un anno, avevano dedicato un’esistenza. Oggi Anna, con le sue 2000 piante tra Leccino, Frantoio e Canino, che respirano l’aria antica tra Tuscania e Piansano, produce quello che è il miglior olio d’Italia per Bibenda e tra i migliori per la Guida agli extravergine del Gambero Rosso, che l’ha premiato con le tre foglie.

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“Mio nonno ha iniziato nel 1936, e mio padre di questo terreno (in località Le Mandrie – ndr) ne aveva fatto un bellissimo giardino, curato e accogliente. Prima di trasferirmi a Parigi, dove vivo, era un luogo di gioia, di giochi, di affetti.” ci racconta Anna. Poi però le cose sono cambiate. Con il passare degli anni, la tenuta ha sofferto divisione e abbandono. “Finché mio padre, quando si è ammalato, non mi ha lasciato l’uliveto, a me che ero la più lontana di tutti i figli e non sapevo niente di olivicultura. Mi sono dovuta per forza affidare a sedicenti professionisti, che hanno lucrato approfittando della mia assenza. Ma poi è arrivato ‘Momo’, un mio ex compagno di liceo”, all’anagrafe Girolamo Poscia, di professione agronomo. Stavolta si fa sul serio, iniziando dai collaboratori: qui entra in scena Roberto…

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Roberto è uno che se non ha foglie, radici e rami è un puro caso. Nato e cresciuto tra gli ulivi, li riconosce da lontano, sa dirti a colpo l’occhio se la pianta sta bene o se ha bisogno di qualcosa, e si meraviglia se non noti quello che per lui è lapalissiana evidenza. “Vede, come si fa a non riconoscere un Leccino da un Canino? Sono completamente diversi, per colore, per la forma delle foglie…” Se lo dice lui…

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Grazie al lavoro quotidiano di Roberto, l’uliveto è bello, pulitissimo, ordinato, le piante non hanno polloni, l’irrigazione (a gocciolatoio) è costantemente monitorata, così come la presenza o meno di parassiti, identificati per mezzo di un sistema meccanico antico quanto il mondo: la carta adesiva.

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Pulita. Come tutto il resto, appunto. “Noi facciamo una lotta mista, in parte chimica e in parte biodinamica – ci racconta Roberto – ma la verità è che la miglior cura è la prevenzione. Una pianta in salute difficilmente sviluppa parassiti. E la pianta sta bene se il terreno sta bene”. Amen.

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Le Amantine si pregiano però anche di un frantoio privato, che garantisce l’immediata molitura delle olive dopo la raccolta: “noi ogni sera spremiamo le olive del giorno, fino a raccolta finita” continua Roberto “non lasciamo che si formino muffe o che le olive irrancidiscano, che si sente subito nell’olio”. E tutti quelli che il frantoio interno non ce l’hanno? La faccia di Roberto scoraggia qualsiasi approfondimento. “Eh, ma anche come si raccolgono fa la differenza” precisa lui. “Noi usiamo le paperelle (bacchiatori che ricordano un becco – ndr) per preservare l’integrità di ogni oliva, ma c’è chi ancora usa i teli a terra, e sa le olive che stanno sotto a tutte le altre come si riducono?” Chiaro.

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Frutto di tutto questo lavoro sono Talea, Amantino e Unico, rispettivamente un blend di Frantoio e Leccino; Frantoio, Leccino e Canino; Frantoio in purezza, e proprio a quest’ultimo è andato il titolo campione italiano. Difficile dire perché a Unico e non a – che  so – Talea, per l’irruenza degli aromi che si sprigionano appena aperte tutte e tre le bottiglie; mandorla, nocciola, carciofo, miele, agrumi, frutta matura, sentori balsamici… . “Oltre al  naso, per la sua persistenza, probabilmente; – mi suggerisce Anna Marina – Unico è davvero importante, con un naso balsamico e elegante, eccezionalmente armonico e speziato al palato, e chiama carni rosse ma è perfetto anche sul pane abbrustolito. Talea piace alle ragazze, perché è dolce, fruttato, e rotondo, l’oro che incorona pietanze delicate e verdure. Amantino è un’esplosione di profumi e sapori, lunghissimo in bocca dalle note di mandorla dolce e frutta secca”.  Io li ho annusati, sorseggiati, risucchiati, spalmati, abbinati tutti e tre. E tutti regalano pensieri gioiosi, come le sfumature dell’arcobaleno. Meglio l’uno o l’altro? Questione di gusti, di momenti, di umori, di voglie e sensibilità. Con buona pace di Bibenda.

Vegan style. Diciamo che oggi è anche un po’ moda, molti millantano, ma qualcuno (sempre di più, in realtà) ci crede sul serio. Il che non implica una conversione tout court, s’intende, non è un regime assolutista. Vediamola piuttosto come un’alternativa, un modo di mangiare che amplia la prospettiva su un’incredibile varietà di alimenti. E la varietà, insieme alla qualità, è alla base del mangiare sano, chiedetelo anche al dottore….

2015-02-04 19.02.45Ecco perché Pane e Tempesta, forno creativo che ha acceso i fuochi poco più di un mese fa in quel di Monteverde, si è inventato l’ApeVegan, un aperitivo ‘vegano’ nel senso che ogni mercoledì dalle 18:30 l’assortimento sul bancone – già di per sé piuttosto pingue – prevede un bel po’ di cosine buone compatibili con una dieta senza proteine animali, e parliamo naturalmente di pizze, pani ma anche dolci.

2015-02-04 18.55.52L’artista della lievitazione, Patrizio, mi spiega che da loro si usano solo farine biologiche di alta qualità, selezionate per garantire una lunga lievitazione (cioè un minimo apporto di lievito nell’impasto) e quindi la digeribilità assoluta. Ma i grani non sono necessariamente i soliti. Oltre alle versioni integrale, con farine di farro e di segale, è partito il progetto pane del mese, la proposta, cioè, di un pane fatto con farine da grani rari, a volte anche in via di estinzione, perché meno redditizi del solito frumento. Si inizia questo mese con la tumminia (confesso, sono dovuta andare a informarmi…) un grano duro siciliano, che viene utilizzato per la preparazione del pane nero di Castelvetrano, di cui è in corso il riconoscimento come D.o.p.

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Nemmeno sulle pizze siamo banali, ci mancherebbe: stupenda la Guacamole con sedano e mandarino, e la sua versionealternativa con i chicchi di melograno. Che dire della sorprendente Fagiolini e pomodorini in agrodolce? Oppure dello strudel salato con Broccolo siciliano patata e semi di papavero?

patatebroccolipapaveroImbattibile l’opulenza gustativa della pizza rovesciata con Cipolle e pomodori, sorta di tarte-tatin rustica ma dai tratti aristocratici, nella sofficità, nel giusto equilibrio tra croccantezza, umidità e freschezza delle verdure, scottate quel tanto da esaltare succhi e sapori.

2015-02-04 19.17.28Naturalmente, anche la pasticceria è rigorosamente cruelty free, ed è preparata da Gabriella Franco e da Alice Chiara di Violamirtillo. Ed è talmente buona che all’ora dell’aperitivo, purtroppo, non ne era rimasta più….!

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Eclair con gelée di frutta tropicale e chantilly Eclair with tropical fruits gelée and chantilly

L’appuntamento più dolce della stagione si è svolto questa mattina a Roma presso la Città del Gusto: la guida Pasticceri e Pasticcerie 2015 ha incoronato anche quest’anno i suoi campioni. Rispetto alla passata edizione le sorprese sono state poche, anzi, nessuna. A conferma che l’arte bianca non si improvvisa, si sono aggiudicati le prestigiose Tre Torte i maestri di sempre: Iginio Massari (Pasticceria Veneto a Brescia), Andrea Besuschio (Besuschio ad Abbiategrasso), Gino Fabbri a Bologna, Luigi Biasetto a Padova, Andrea Dalmasso ad Avigliana (Torino), Pasquale Marigliano a Ottaviano (Napoli), Paolo Sacchetti (Nuovo Mondo, a Prato), Andreas Acherer a Brunico (BZ), Marco Rinella (Cristalli di Zucchero, a Roma), Davide Comaschi (La Martesana, Milano), Giuseppe Manilia (L’Orchidea a Montesano sulla Marcellana, SA), Pietro Macellaro (Pasticceria Agricola a Piaggine, SA) e Corrado Assenza (Caffè Sicilia, a Noto, SR).

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Paolo Sacchetti: i suoi cantucci fritti sono una gustosissima novità

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Andrea Besuschio ci ha sorpreso con una spettacolare pralina all’olio EVO

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Alessandro Dalmasso: gianduiotti da Oscar

Per quanto riguarda i premi speciali, invece, una bella soddisfazione constatare che ragazzi giovanissimi stanno dimostrando di avere numeri e idee per stare al passo dei grandi. E’ il caso di Gian Luca Forino, venticinquenne patron della pasticceria La Portineria di Roma (in via Reggio Emilia), locale che ha aperto da circa un anno e già insignito delle Due Torte, nonché del premio speciale Classici di Domani, con una rivisitazione della Sacher  che prevede consistenze più morbide e una gelatina di lampone al posto della confettura di albicocca. Anche il Pasticcere Emergente di quest’anno ha solo 22 anni: si tratta di Davide Verga, titolare dell’omonima pasticceria di Giussano (Milano), figlio d’arte, ma già vincitore nel 2103 – insieme a Gian Luca Forino – del Campionato Mondiale Juniores di pasticceria e cioccolateria. Con un inizio come questo, la pasticceria italiana può dormire sonni tranquilli.

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Notevole il salame di cioccolato di Verga – Verga’s wonderful chocolate salami

Anche la Guida, che annovera 570 locali,  ci ha riservato una bella sorpresa: quest’anno ci sono le ricette. Poche, sì, rigorosamente di base, sì, ma con un pizzico di fantasia chissà dove si potrà arrivare.

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

Gambero Rosso Ed., 284 pagg, 14,99 euro

E’ sempre interessante ascoltare cosa hanno da raccontare questi professionisti della dolcezza, che oggi hanno speso qualche parola per sottolineare alcuni concetti. Innanzitutto, che i problemi nutrizionali di oggi non sono dovuti al consumo di saccarosio, che per quanto raffinato è sempre più salutare dei dolcificanti chimici. Che la tendenza in pasticceria è quella di ridurre il quantitativo aggiunto di zuccheri e grassi, sfruttando invece le proprietà dei singoli alimenti, che devono quindi essere di ottima qualità. Che non c’è confine tra dolce e salato, come invece si pensa: qualsiasi cosa in natura è composta di sali e zuccheri, quindi non stupitevi se Corrado Assenza vi propone una crema pasticcera fatta col succo di pomodoro e non con il latte.Di certo, come ha chiosato Iginio Massari (fondatore, tra l’altro, dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani), “la pasticceria è emozione”, vale la pena rinunciarvi per una manciata di calorie?

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Impossibile resistere! Impossible to resist!

 

secchioCalda e croccante, senza glutine, non proprio amica della linea ma non si può pretendere tutto: la patatina fritta sa d’infanzia, di pranzo della domenica, di quelle piccole trasgressioni alle sane merende delle mamme, snobbate per l’untuosissimo sacchetto con sorpresa… Quanti ricordi. Ma invece di restare ancorati al passato, evolviamoci come si è evoluta la patatina fritta, che oggi si pregia del più fashionable appellativo di ‘street food’, ed è probabilmente di miglior qualità. Perché qualcosa di buono c’è anche nell’essere di moda, i paragoni incalzano, le classifiche (insensate, ma è solo una mia opinione) impazzano e le brutte figure sono dietro l’angolo. Insomma, anche per friggere due patate bisogna saperci fare.

C’è voluto un gruppo di imprenditori, Giovannino Glorio, Domenico Sciarria e i fratelli Ghislandi, Francesco e Raffaella, che nel settore un po’ di gavetta l’hanno fatta (lui è il proprietario del ristorante Pomodori Verdi Fritti a Casal Palocco, lei inventa format per il lancio di ristoranti e bistrot come titolare di Aprolocale) per inaugurare la prima ‘patatineria’ di Roma, forti di un esperimento estivo sul lungomare di Ostia, che ha fugato ogni dubbio residuo: i romani apprezzano la patata. Fries – Delicious Potatoes ha acceso i fornelli il 10 settembre, a via di Porta Cavalleggeri 19, che per l’occasione ha visto un via vai di gente che “solo per le prime del Ghione” come ha commentato un residente, riferendosi al celebre teatro nelle vicinanze.

stickInsomma, Fries ha funzionato a Ostia e funzionerà anche a Roma, perché la formula punta soprattutto sulla certezza della qualità, 100% made in Italy. Delle patate, innanzitutto, che arrivano dall’Emilia Romagna, dal viterbese e dall’Abruzzo, a seconda delle stagioni; sono coltivate nel rispetto dei cicli produttivi e dell’ambiente, con tecniche di agricoltura a lotta integrata. Della lavorazione, eseguita rigorosamente sul posto e a mano in ogni sua fase, dal taglio alla frittura in olio di arachide.Della guarnizione, che prevede ben 30 tipi di salse, in grado di accontentare ogni palato, dai sapori mediterranei oppure esotici, agrodolci o piccanti, speziate o delicate. E perfino 100% cruelty free, grazie alla collaborazione con la chef vegana, blogger e giornalista Alessandra Rotili, che proprio per Fries ha elaborato cinque salse vegan: maionese, salsa rosa, BBQ, salsa tartara e cheddar affumicato (la mia preferita).

salseE poiché la qualità va esaltata e comunicata, un supertestimonial bisognava aspettarselo: lo chef Arcangelo Dandini si è esibito in un ‘cacio e pepe’ al pecorino Falisco della Tuscia – particolarmente riuscito – che col calore delle patatine esprimeva tutto il suo aroma. Ma sarà solo il primo di una serie di maestri del gusto, chiamati a dare la loro versione gourmet di un classico senza tempo né confini. D’obbligo l’assaggio, che siano stick, chips o il divertentissimo tornado (una patata intera tagliata a spirale), magari abbinate a una birra artigianale, chiara o rossa, prodotta in esclusiva dal Birrificio Aurelio: ovviamente da Fries, via di Porta Cavalleggeri 19, dal lunedì alla domenica dalle 11:00 alle 23:00.