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Spaghettata ajo e ojo addio? Si improvvisava, metteva d’accordo tutti, era pronta in dieci minuti e costava niente. E le pastasciutte celebri del cinema? Le mani affondate nello scodellone comunitario in Miseria e Nobiltà, o l’Americano a Roma Nando Mericoni che col maccarone ci parlava proprio: “M’hai provocato e io me te magno”. Fino a pochi decenni fa, il grano era l’alimento per eccellenza, sano, sicuro, non suscitava né dubbi né diffidenze. Poi però qualcosa è cambiato, senza che nessuno se ne accorgesse, perché ci sono voluti tanti anni perché gli effetti fossero visibili e soprattutto misurabili in laboratorio.

I dati dell’AIC sono chiari, nell’ultimo triennio sono in aumento le diagnosi sia di morbo ciliaco, sia di allergie e intolleranze al glutine, così come – ma in realtà non esiste un test specifico – il numero di coloro che lamentano disturbi associati al consumo di grano: “I celiaci in Italia al 31.12.2014 risultano 172.197, quasi 8.000 in più rispetto al 2013 e 23.500 in più del 2012” (fonte: Celiachia, relazione annuale al Parlamento, dicembre 2015). In realtà l’AIC stima che le persone affette da morbo ciliaco (senza contare le allergie e le intolleranze, quindi) sono circa 600.000, solo che ancora non lo sanno.
Sono tanti. Eppure la gente si è nutrita anche solo di grano per secoli. Non era lo stesso grano, questo è certo. Dagli esperimenti con i raggi gamma degli anni 70 al CNEN alle coltivazioni transgeniche, la qualità è cambiata e individuare un fattore scatenante o più probabilmente un insieme di fattori è difficile. Nel dubbio, evito.

Per fortuna, alternative validissime esistono e sono sempre più alla portata di tutti (economicamente ma anche logisticamente). Il Gluten Free Days, la 2giorni a grano zero che si è svolta Roma il primo weekend di ottobre ha mostrato le facce sorridenti e appagate di chi, senza grano, non rinuncia proprio a niente. Dalle ‘imitazioni’ – concedetemi il termine – gluten free dei capisaldi della cucina nostrana, come i tortellini, il panettone, la pizza, alle varianti più creative.

Come la pasta fatta con la farina di legumi (ceci fagioli e lenticchie), di mais e riso, anche all’uovo, di Antonietta Cavicchioli del pastificio D’Alessio, una piccola azienda di Ardea (RM) che però ha in catalogo circa 40 tipi di pasta:”io non sono celiaca  – confessa Antonietta – ma sono diabetica, e la pasta integrale in commercio proprio non la sopporto, mi sembra di mangiare il cartone”; di qui, l’utilizzo di farine biologiche e trafilature al bronzo, lavorazioni artigianali per un prodotto che sia buono per tutti, non necessariamente di ‘ripiego’ per intolleranti o celiaci. Vietato rinunciare, per esempio al panettone tradizionale, perché la versione gluten free esiste, si chiama Pan&Ton e la fa Verde Irpinia (info@verdeirpinia.it), azienda dell’avellinese specializzata nei dolci da forno e nella biscotteria; i krumiri e le formelle alla nocciola su ricetta della signora Federica non sono secondi a nessuno. Ma vietato anche sentirsi ‘diversi’: le pizzette e le merendine di Francesca Pironi e Stefano Supplizi di SineGlù by l’Alternativa distribuite nelle scuole a ricreazione aiutano i bambini celiaci o intolleranti a non vedersi malati o discriminati perché non possono mangiare come i loro compagni.

Gli amanti della pasta fresca possono andare a colpo sicuro con Gustamente, una novità del salone, che recupera in versione rigorosamente gluten free le ricette più celebri della cucina emiliana e romagnola. Buone notizie anche sul fronte del cibo pronto, i semilavorati salvacena della siciliana Glorioso comprendono un ampio ventaglio di proposte, dalle cotolette panate alle crocchette, senza dimenticare le tipiche arancine, passando per le basi per pizza, prodotti di gastronomia e pasticceria. A proposito di pizza, Molino Caputo era presente con la sua Fioreglut, la miscela per ottenere la vera pizza napoletana ma senza glutine. A farla in diretta al Gluten Free Days è il campione di pizza beneventano Marco Amoriello, che per la sua ricetta utilizza anche la birra Peroni senza glutine.

Senzaltro è la linea gluten free di Laboratori Farmaceutici Benincasa (Lecce), che ha studiato, oltre ai prodotti già pronti o semilavorati, anche una nuova linea per gli appassionati dei fornelli, e che non comprende solo alimenti a base di farine, ma anche una serie di decorazioni certificate dal ministero della salute, perché l’occhio vuole la sua parte, ma con la celiachia non si può scherzare. Pasticceria artistica e senza fatica si trova infine da Napoleoni storica presenza su Roma; il titolare, Giancarlo Cavalieri, ha dedicato un secondo laboratorio interamente al gluten free, di cui si occupa il figlio Daniele, che durante la manifestazione impastava e infornava a ciclo continuo!

Non tutte le aziende presenti vendono direttamente al consumatore, spesso si appoggiano a rivenditori, ma qualcuno inizia ad aprirsi alla vendita online, e chi non ha modo di strutturarsi in tempi brevi può sempre rivolgersi a Sglutinati, lo (cito) “Shop online del gluten free”, un e-shop risolutivo: dalla scelta dei prodotti al pagamento e alla consegna, pensano a tutto loro. E chi ne ha diritto, può pagare anche con il buono ASL.

E poiché in un paese come il nostro il cibo ha un valore che va molto al di là del semplice fenomeno nutrizionale, va menzionata l’ Academia della onlus Casato Filo Della Rosa, già Women Ambassador per l’Expo 2015 e promotrice del Progetto Petronilla per il recupero delle ricette tradizionali italiane, che propone progetti formativi nel settore del food gluten free.

Infine, se la celiachia non va in vacanza, andare in vacanza con la celiachia è sempre meno un problema. Tour operator dedicati, come VacanzeSenzaGlutine.com pensano a tutto, dai pasti durante i trasferimenti all’alloggio in hotel e ristoranti sicuri, a prova di contaminazioni.

 

 

 

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Tante belle storie spuntano per caso, tra le pieghe della quotidianità. Quella di Le Amantine fa parte a pieno titolo di questo gruppo. Una famiglia, una passione, le difficoltà inevitabili, ma un meritato e anche inaspettato lieto fine.

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Sabato 6 giugno 2015 presso l’hotel Rome Cavalieri si è tenuto l’Oscar del vino di Bibenda, evento annuale tra i più prestigiosi del settore enologico. E fin qui, niente di nuovo. Ma l’evento ha premiato anche il miglior olio EVO raccolto 2014. E qui la novità si chiama Anna Marina Gioacchini, che – la più incredula di tutti – è volata da Parigi a Roma felice anche solo per l’invito all’evento. Perché ad Anna (come preferisce farsi chiamare)  sarebbe andato bene anche il terzo posto. Sì, certo, si dice sempre così. Invece no, lei era seria.

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Perché in quelle bottiglie c’è molto più di un ‘prodotto’. In soli cinque anni, e a dispetto di vari inconvenienti, Anna è riuscita a riportare in vita l’uliveto cui suo nonno e suo padre Mario, scomparso da poco più di un anno, avevano dedicato un’esistenza. Oggi Anna, con le sue 2000 piante tra Leccino, Frantoio e Canino, che respirano l’aria antica tra Tuscania e Piansano, produce quello che è il miglior olio d’Italia per Bibenda e tra i migliori per la Guida agli extravergine del Gambero Rosso, che l’ha premiato con le tre foglie.

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“Mio nonno ha iniziato nel 1936, e mio padre di questo terreno (in località Le Mandrie – ndr) ne aveva fatto un bellissimo giardino, curato e accogliente. Prima di trasferirmi a Parigi, dove vivo, era un luogo di gioia, di giochi, di affetti.” ci racconta Anna. Poi però le cose sono cambiate. Con il passare degli anni, la tenuta ha sofferto divisione e abbandono. “Finché mio padre, quando si è ammalato, non mi ha lasciato l’uliveto, a me che ero la più lontana di tutti i figli e non sapevo niente di olivicultura. Mi sono dovuta per forza affidare a sedicenti professionisti, che hanno lucrato approfittando della mia assenza. Ma poi è arrivato ‘Momo’, un mio ex compagno di liceo”, all’anagrafe Girolamo Poscia, di professione agronomo. Stavolta si fa sul serio, iniziando dai collaboratori: qui entra in scena Roberto…

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Roberto è uno che se non ha foglie, radici e rami è un puro caso. Nato e cresciuto tra gli ulivi, li riconosce da lontano, sa dirti a colpo l’occhio se la pianta sta bene o se ha bisogno di qualcosa, e si meraviglia se non noti quello che per lui è lapalissiana evidenza. “Vede, come si fa a non riconoscere un Leccino da un Canino? Sono completamente diversi, per colore, per la forma delle foglie…” Se lo dice lui…

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Grazie al lavoro quotidiano di Roberto, l’uliveto è bello, pulitissimo, ordinato, le piante non hanno polloni, l’irrigazione (a gocciolatoio) è costantemente monitorata, così come la presenza o meno di parassiti, identificati per mezzo di un sistema meccanico antico quanto il mondo: la carta adesiva.

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Pulita. Come tutto il resto, appunto. “Noi facciamo una lotta mista, in parte chimica e in parte biodinamica – ci racconta Roberto – ma la verità è che la miglior cura è la prevenzione. Una pianta in salute difficilmente sviluppa parassiti. E la pianta sta bene se il terreno sta bene”. Amen.

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Le Amantine si pregiano però anche di un frantoio privato, che garantisce l’immediata molitura delle olive dopo la raccolta: “noi ogni sera spremiamo le olive del giorno, fino a raccolta finita” continua Roberto “non lasciamo che si formino muffe o che le olive irrancidiscano, che si sente subito nell’olio”. E tutti quelli che il frantoio interno non ce l’hanno? La faccia di Roberto scoraggia qualsiasi approfondimento. “Eh, ma anche come si raccolgono fa la differenza” precisa lui. “Noi usiamo le paperelle (bacchiatori che ricordano un becco – ndr) per preservare l’integrità di ogni oliva, ma c’è chi ancora usa i teli a terra, e sa le olive che stanno sotto a tutte le altre come si riducono?” Chiaro.

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Frutto di tutto questo lavoro sono Talea, Amantino e Unico, rispettivamente un blend di Frantoio e Leccino; Frantoio, Leccino e Canino; Frantoio in purezza, e proprio a quest’ultimo è andato il titolo campione italiano. Difficile dire perché a Unico e non a – che  so – Talea, per l’irruenza degli aromi che si sprigionano appena aperte tutte e tre le bottiglie; mandorla, nocciola, carciofo, miele, agrumi, frutta matura, sentori balsamici… . “Oltre al  naso, per la sua persistenza, probabilmente; – mi suggerisce Anna Marina – Unico è davvero importante, con un naso balsamico e elegante, eccezionalmente armonico e speziato al palato, e chiama carni rosse ma è perfetto anche sul pane abbrustolito. Talea piace alle ragazze, perché è dolce, fruttato, e rotondo, l’oro che incorona pietanze delicate e verdure. Amantino è un’esplosione di profumi e sapori, lunghissimo in bocca dalle note di mandorla dolce e frutta secca”.  Io li ho annusati, sorseggiati, risucchiati, spalmati, abbinati tutti e tre. E tutti regalano pensieri gioiosi, come le sfumature dell’arcobaleno. Meglio l’uno o l’altro? Questione di gusti, di momenti, di umori, di voglie e sensibilità. Con buona pace di Bibenda.

Vegan style. Diciamo che oggi è anche un po’ moda, molti millantano, ma qualcuno (sempre di più, in realtà) ci crede sul serio. Il che non implica una conversione tout court, s’intende, non è un regime assolutista. Vediamola piuttosto come un’alternativa, un modo di mangiare che amplia la prospettiva su un’incredibile varietà di alimenti. E la varietà, insieme alla qualità, è alla base del mangiare sano, chiedetelo anche al dottore….

2015-02-04 19.02.45Ecco perché Pane e Tempesta, forno creativo che ha acceso i fuochi poco più di un mese fa in quel di Monteverde, si è inventato l’ApeVegan, un aperitivo ‘vegano’ nel senso che ogni mercoledì dalle 18:30 l’assortimento sul bancone – già di per sé piuttosto pingue – prevede un bel po’ di cosine buone compatibili con una dieta senza proteine animali, e parliamo naturalmente di pizze, pani ma anche dolci.

2015-02-04 18.55.52L’artista della lievitazione, Patrizio, mi spiega che da loro si usano solo farine biologiche di alta qualità, selezionate per garantire una lunga lievitazione (cioè un minimo apporto di lievito nell’impasto) e quindi la digeribilità assoluta. Ma i grani non sono necessariamente i soliti. Oltre alle versioni integrale, con farine di farro e di segale, è partito il progetto pane del mese, la proposta, cioè, di un pane fatto con farine da grani rari, a volte anche in via di estinzione, perché meno redditizi del solito frumento. Si inizia questo mese con la tumminia (confesso, sono dovuta andare a informarmi…) un grano duro siciliano, che viene utilizzato per la preparazione del pane nero di Castelvetrano, di cui è in corso il riconoscimento come D.o.p.

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Nemmeno sulle pizze siamo banali, ci mancherebbe: stupenda la Guacamole con sedano e mandarino, e la sua versionealternativa con i chicchi di melograno. Che dire della sorprendente Fagiolini e pomodorini in agrodolce? Oppure dello strudel salato con Broccolo siciliano patata e semi di papavero?

patatebroccolipapaveroImbattibile l’opulenza gustativa della pizza rovesciata con Cipolle e pomodori, sorta di tarte-tatin rustica ma dai tratti aristocratici, nella sofficità, nel giusto equilibrio tra croccantezza, umidità e freschezza delle verdure, scottate quel tanto da esaltare succhi e sapori.

2015-02-04 19.17.28Naturalmente, anche la pasticceria è rigorosamente cruelty free, ed è preparata da Gabriella Franco e da Alice Chiara di Violamirtillo. Ed è talmente buona che all’ora dell’aperitivo, purtroppo, non ne era rimasta più….!

Arancino con cuore di ragù, dello chef Davide Francesco Cannillo

Mai più cibo di serie B. Già con la prima edizione della Guida allo Street Food le ghiottonerie ‘da passeggio’, come si diceva un tempo, hanno visto riconosciuto il loro status gastronomico. Ancor più oggi, con la seconda edizione, e oltre 100 indirizzi in più, il cibo da strada si presenta con un curriculum di tutto rispetto. Complice – forse – anche il momento storico, si respira un’atmosfera ricchissima di fermenti e di storia. C’è sicuramente la voglia di recuperare i sapori d’infanzia, iniziando dalle materie prime, e magari reinventarli per venire incontro al gusto e alle esigenze della contemporaneità. Molti continuano l’esperienza di famiglia, ma sono tanti anche quelli che hanno fatto il ‘salto nel buio’, si sono buttati nel settore per passione o per la necessità di avere un’occupazione. Gli uni e gli altri, se i risultati sono quelli che arricchivano i banchi e l’aria di profumi e colori sulla terrazza della Città del Gusto di Roma, beh, hanno la nostra più sentita gratitudine.

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Street Food 2015 by Gambero Rosso Publishing

Dev’essere stato difficile per il panel di giurati in redazione decidere chi premiare. Ventuno nomi su 400, ciascuno con la propria particolarità, progetti diversissimi tra loro, non sono uno scherzo. Ma ogni regione ha prodotto il suo campione, legato – in generale –  alle tradizioni del territorio: come la Gofreria Piemonteisa a Torino, il Kalamaro Piadinaro a Riccione, il Lampredotto di Lorenzo Nigro a Firenze, le Pallette di Giorgio ad Ascoli Piceno, il ‘panuozzo’ dei Fratelli Mascolo a Gragnano, e così via.  Quest’anno però ci sono anche due premi speciali, il ‘Panino dell’anno‘ e lo ‘Street Food da Chef‘. Il primo se l’è aggiudicato un negozio che degli ingredienti per i panini ha fatto una filosofia imprenditoriale: si chiama, appunto, Generi Alimentari da Panino e sta a Modena. Oltre alle materie prime sceltissime, il negozio si distingue anche per gli abbinamenti originali e molto azzeccati tra gli ingredienti. Per quanto riguarda il secondo, invece, è uno chef come Pino Cuttaia del ristorante La Madia di Licata, due stelle Michelin, ad aver intuito le potenzialità del tradizionalissimo arancino, espresse alla massima potenza da un ragù di triglia con finocchietto selvatico, tutti sapori della sua splendida Sicilia.

L’invito, quindi, se ce ne fosse ancora bisogno, è soprattutto quello di visitare i mille angoli d’Italia quanto più possibile, per assaporare l’infinita e multiforme varietà di una gastronomia che tutto il mondo ci invidia. E per dirla col poeta, “il naufragar, m’è dolce in questo mare”.

 

 

Gabriele Bonci e Antonio Menconi

C’era un’atmosfera da villaggio vacanze, oggi al Circolo degli Artisti, a Roma. L’edizione estiva di Street Food in Circolo si è aperta con un bel po’ di pubblico già nel pomeriggio, a dispetto della giornata calda e delle spiagge così vicine alla capitale. Nei giardini del Circolo degli Artisti si passeggia, ci si ferma presso gli stand che propongono specialità della tradizione gastronomica italiana, dalle più note, come la pizza fritta della napoletana Donna Regina alle meno battute, almeno al centro sud, come le tielle di MoZao (da pronunciare rigorosamente in dialetto emiliano) . C’era chi puntava dritto in una direzione ben precisa, e chi invece si aggirava curioso, farfalleggiando di postazione in postazione, in cerca di ispirazione o solo indeciso su cosa scegliere per iniziare l’assaggio.

arancini, pizza e cannoli

Sicilianedde, rosticceria siciliana

Sicilianedde rappresentava una splendida tentazione, con quel trionfo di arancine e cannoli dal ripieno candido, che ti accoglievano alla fine del vialetto a mo’ di benvenuto. Particolarmente bello era il passaggio, vedere come tutti chiedevano, parlavano, ridevano, non soltanto gli avventori ma gli stessi espositori, curiosi di scambiarsi informazioni, assaggiare il prodotto del collega. Sì, perché qui non si parla di concorrenza, certe parole è meglio lasciarle alla freddezza dei manuali di marketing. Invece largo all’abbondanza, al colore, al gusto, al piacere di coesistere senza sovrapporsi. Solo così una star degli impasti lievitati come Gabriele Bonci può accostarsi allo stand di Dall’Antò e convenire con uno dei titolari, Antonio Menconi, che non c’è un motivo logico per cui la pizza è diventata così popolare mntre le farinate di ceci no, emettendo nel contempo sonori mugolii di sentito piacere. “Oh, ciao, ho saputo che hai aperto un nuovo punto” “Beh, a che punto sei col tuo progetto?” “Tieni assaggia, dimmi se è meglio di quella che hai provato in negozio”… brani di ordinaria conversazione tra attori in un teatro in cui va in scena la qualità condita da un bel po’ di divertimento.

Coming Soon: Mariolina

Coming Soon: Mariolina

Marzia e il suo compagno passano di stand in stand lasciando i loro biglietti: Mariolina, la loro ravioleria, aprirà a fine giugno a via Panisperna. Sono emozionati, abbastanza spaventati, perché il rischio è notevole, come in tutte le imprese commerciali, ma il progetto c’è e anche i partner giusti: il Pastificio Secondi fornirà Mariolina di ravioli pensati in esclusiva da potersi assaggiare solo lì, e da nessun’altra parte. La voglia di scambiarsi esperienze si respirava insieme ai profumi, moltissimi, che da qualunque direzione solleticavano il naso.

La difficile operazione della 'giratura'

La  ‘giratura’

Come quello della legna su cui un bel pezzo di manzo era sospeso per essere affumicato ‘in diretta’ , presso lo stand di Bottega Liberati, storica macelleria in zona Tuscolana, che ha proposto per l’occasione un kebab di pura pecora – pork free – e un wurstel fatto con il 70% di magro di maiale allevato allo stato brado e il 30% di grasso di maiale di cinta senese, impastati con il metodo dello shock termico, per non aggiungere addensanti, o altri additivi.

Passione Pizza

Passione pizza – impasti per ogni lievitazione

Antonino Esposito, un nome un programma: Ahum, il nome del suo locale a Sorrento, e Piacere pizza, il programma che lo chef sorrentino ha condotto su Arturo e Alice insieme a ‘o professore Fabrizio Mangoni. E ora anche un libro, anzi due: Passione pizza, il primo, è un autentico compendio dell’arte pizzaiola napoletana, comprensivo dei vari tipi di impasti a seconda del forno e del tempo di lievitazione, più una nutrita serie di suggerimenti per le farciture, dalle classiche con la pummarola ‘n goppa margherita, marinara, capricciosa etc.  a quelle più ‘trasgressive’ con gorgonzola, prosciutto e fichi, dalle preparazioni salate alle versioni dolci e a quelle tipiche delle feste comandate (tipo il casatiello). Fantasie di pizza, presentato al pubblico lunedì 2 dicembre nei locali di Molto – Libreria con cucina (presso l’Illy shop a via due Macelli a Roma), spinge l’acceleratore sulla creatività, e dà libero sfogo all’estro di un professionista come Antonino, che alla pizza ha dedicato tutta la vita. Impasti alla zucca, al pistacchio, al cioccolato, pizze per spiedini, per cannoli, struffoli di pizza (che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare) con tanto di zuccherini colorati e lacrime di miele, sono solo alcune delle proposte incluse nel volume.

Poco lievito di birra mantiene l'impasto idratato

Sì al lievito di birra, ma poco

Ma la chiacchierata con Antonino ha potuto anche chiarire alcuni punti interessanti, oltre a ribadire l’importanza socioeconomica del cornicione, che scartato dai signori – perché privo di condimento – andava a sfamare i poveri di Napoli.
Primo. Va bene usare il lievito madre, ma aggiunto di pochissimo lievito di birra (più compatibile con i tempi di cottura abbreviati della pizza). Secondo. La quantità di sale è in relazione alla quantità d’acqua e non di farina (perchè in cottura evapora e lascia la giusta sapidità all’impasto). Terzo. Che va bene anche la farina doppiozero, anzi, che è meglio non usare troppe farine ‘pregiate’ perché l’eccesso di proteine appesantisce l’impasto.

Ora non resta che seguire le ricette, spiegate passo passo (gli impasti hanno anche i passaggi illustrati con foto), e scoprire se siete tra quelli che la pizza la fanno… o che se la fanno fare.

Info:
Passione pizza – Gruppo LT Multimedia editore, 225 pp, 18 euro
Fantasie di pizza – Gruppo LT Multimedia editore, 227 pp. 18 eur0