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Evoca la semplicità – cosa c’è di più naturale di un fiore?-, ma anche un’infinità varietà di colori, forme e profumi il nome dell’unico ristorante dichiaratamente flexiteriano della capitale, che ha festeggiato il suo primo compleanno puntando all’esaltazione della versatilità delle sue proposte, da cui il termine ‘flexiteriano’: flessibile e vegetariano. Ma anche crudista, vegano e tradizionale. Perché negli ultimi tempi organizzare  una cena tra più persone sta diventando complicato, e in ogni tavolata c’è sempre qualcuno con la faccia triste davanti all’insalata verde.

 

Ecco perché l’elogio della flessibilità in cucina è una carta di sicuro vincente, perché premia la socialità nel rispetto  delle scelte di vita di tutti. “Rispetto” è l’altra parola chiave del progetto Fiore, declinato nel senso della stagionalità, della preferenza data ad aziende che operano in regime biologico, della qualità e della tipicità. Fa piacere la presenza in carta – e per l’occasione anche in sala – di nomi importanti  della gastronomia italiana, come la piemontese Castagna o l’abruzzese Fracassa per comporre taglieri di salumi e formaggi che non si dimenticano (quel gorgonzola al cucchiaio scoperchiato in diretta era commovente). Rispetto della materia prima stessa, con tecniche di cottura non invadenti: il fritto a bassa temperatura, per esempio, mai superiore ai 140° per non modificare le qualità dell’olio, il vapore, la (bellissima) piastra di sale dell’himalaya, che rilascia gradualmente il calore e insieme ad esso sapidità e oligoelementi preziosi, le marinature e le essicazioni, tipiche della cucina crudista gustosa e salutare, ma senza dimenticare la tradizione: padelle, forno e tegami, per intingoli, sughetti e arrosti (e la porchetta la fanno in casa!).

 

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Casalinga è anche la produzione di erbe aromatiche e alcuni ortaggi, nella stupenda terrazza in cui sedersi a pranzo e a cena, oppure per l’aperitivo. Un déhor raffinato e degno senza auto che sfiorano le sedie, gas di scarico, rumori e passanti, un mondo a parte di 250 metri quadri protetti da salvie di varie razze, varietà di menta, basilico, rosmarini, finocchi cavoli e melanzane, pomodori, timo e dragoncello, che al tramonto profumano l’aria persino nella centralissima via Boncompagni.

 

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Dietro a un progetto così complesso nella sua versatilità dovevano esserci menti e mani capaci: la cucina è affidata a Matteo Cavoli, executive chef giovane ma con una solida esperienza maturata al Convivio Troiani subito dopo il diploma presso l’Alma di Gualtiero Marchesi; la direzione è affidata a Giulio Vallorani, manager di lungo corso (Gran Caffè Meletti di Ascoli Piceno, Convivio Troiani), che per questo locale ha scelto personale giovane ma qualificato. E tutti si muovevano effettivamente con grande padronanza e sincronia, erano in grado di raccontare ciò che stavano servendo senza dimenticare il sorriso e la cordialità.

 

Fiore propone un menu stagionale per il pranzo e la cena diviso nei vari stili alimentari, crudista, mediterraneo, vegetariano, che comprende anche i dolci, gli smoothies, e le bevande, e non prevede una formula ‘degustazione’. Il prezzo medio è di 12,00/13,00 euro per piatto (sui dolci siamo intorno agli 8,00/10,00 che diventano circa 6,00 per gli infusi e le tisane). Per l’aperitivo invece c’è un menu a parte che prevede taglieri di salumi e formaggi dalla bottega gastronomica (ne parlo tra poco), oppure selezioni di miniporzioni crudiste, crostini misti con pani dal forno I Santi, al prezzo medio di 10,00/15,00 euro, cocktail a 10,00 euro circa, vini al calice a 6,00/7,00 euro (con qualche proposta che si trova raramente in mescita, come lo champagne Roederer e il Cervaro della Sala di Antinori, che costano però qualcosa in più).

Quasi tutto ciò che si assaggia da Fiore si può portare anche a casa: parte del progetto è una bottega gastronomica, piena di quei prodotti per lo più a km 0 che Fiore ha selezionato per sé ma che trovano degnissimo posto sulla tavola di tutti i giorni, o per una cena tra amici. Qualche nome? Oltre naturalmente a Fracassa e Castagna: D’Ascenzo (formaggi a latte crudo di pecora delle campagne della Sabina), olio EVO Biologico Cervo Rampante, di Farfa, pasta Monograno FelicettiGrisciano da Accumoli e Fausti da Norcia per i prosciutti (aziende che si stanno riprendendo dopo le devastazioni del terremoto dell’agosto scorso), il pane del forno de I santi Sebastiano e Valentino, protettori dell’arte bianca, e altre importanti referenze.

Una bella presenza, quella di Fiore, nella forma e nella sostanza, in una città come Roma, che sempre più sembra puntare sul food per il rilancio delle economie commerciali, ma che spesso dietro alle vetrine tirate a lucido ha poco da offrire. Non è questo il caso, la scelta è vasta, di qualità e nessuno stile alimentare è penalizzato: la stagione è appena cominciata, stasera ceniamo insieme in terrazza?

Fiore  – Aperto tutti i giorni
Via Boncompagni 31/33, 00187 Roma
T. +39 06 4202 0400
http://www.fiore.roma.it
info@fiore.roma.it
https://www.facebook.com/fiorecrudoevapore/?fref=ts

Non di solo pane vive l’uomo, anzi, qualche volta farne a meno apre un mondo di sapori. Per molti un pasto senza pasta e pane è un’eresia, eppure con un pizzico di apertura mentale e di curiosità ci si imbatte in realtà come Solo Crudo, il vegan raw bistrot in zona Prati, che dopo un esordio – diciamo così – ‘tester’ in un chioschetto a viale Parioli, e un bel successo di pubblico, l’anno scorso fa il salto e apre il ristorantino. Non tanti coperti, ma quelli giusti: venticinque/trenta, quello che serve per garantire la redditività senza ingolfare la cucina, piccola e a vista. Personalmente trovo che esistano almeno 5 motivi per fare un tentativo:

  1. Un pranzo crudista vegano non è apostasia: a cena una carbonara non ve la nega nessuno.
  2. Basta un piatto principale e un dessert per alzarsi sazi, gratificati, e svegli: niente ‘abbiocco’ post-prandiale, nemmeno in una barbosissima riunione di lavoro: il cibo crudo è energetico.
  3. Si fa il pieno di vitamine, aminoacidi e grassi buoni. La cucina crudista usa ingredienti di prima scelta, Solo Crudo in particolare anche biologici e bio sostenibili.
  4. Anche l’occhio ha la sua parte: composizione, colore e consistenze nel piatto rendono il pasto un’esperienza sensoriale completa.
  5. Gourmet non significa costoso: con una quindicina di euro si mangia e si fa una bella figura con gli ospiti (niente paura, per il caffè – tostato – si va in deroga ai 42°).

Per un battesimo crudista, quale migliore occasione del nuovo menu di primavera, in cui l’estro dello chef  Riccardo Rossetti, giovane ma già con una discreta esperienza in cucine blasonate in mezzo mondo (tra cui il tristellato Kitcho, a Kyoto), si è espresso con creatività, mixando mediterraneo e tropici, reinterpretando classici della cucina asiatica, nostrana e carabica, e ha alleggerito le preparazioni dalla frutta secca, utilizzando tecnica e marinature per ottenere le texture desiderate dai vari ingredienti.

 

Siamo partiti da un tris di antipasti: una tartare di pomodori verdi e kiwi, fresca e acidula, arricchita dalle note pungenti e sapide dei pomodori secchi e dalla cremosità di un formaggio di anacardi. Il fiore di zucca ripieno, più italiano non si può, si sposa benissimo con il pesto trapanese e la salsa all’origano, mentre il carpaccio di asparagi con formaggio di anacardi, salsa di avocado e sale nero colpisce per intensità e equilibrio gustativo. Il sushi non poteva mancare, ovviamente raw: senza riso, sostituito da julienne di zucchine, con ripieno di carote e verdure di stagione.

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Cannellone di radicchio su besciamella di mandorle e cacio e pepe con carciofi

Tra i primi piatti in menu (da provare gli spaghetti di daikon) abbiamo assaggiato due novità, la cacio e pepe con carciofi cotti a bassa temperatura, cui il formaggio di anacardi conferisce la cremosità del pecorino mantecato, e il cannellone di radicchio, dal gusto complesso e ricco, con besciamella di mandorle e taboulé di avocado e mela verde.

Grande varietà anche tra i secondi, tra giardini di verdure marinate saporite e leggere, un interessantissimo felafel di fave (!), quindi secondo la tradizione più severa, ma crude: la tecnica c’è e si vede, perché è croccante fuori, tenero dentro speziato e saporito come quello comune, che però è fritto. Il taco sbagliato è stato una vera sorpresa. Nato da un esperimento fallito, sarà il mio piatto per la nuova stagione, gustoso, ricco e gratificante.

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Diversamente brownie, Millefoglie crudista e la spettacolare mousse di lime

Anche per quanto riguarda i dessert le novità sono molto interessanti: per gli amanti del cioccolato, il brownie di fave di cacao crudo si arricchisce di due mousse al cioccolato e nocciole, tritate e intere. Il millefoglie è di cialde di frutta esotica essiccate (ananas e kiwi), con crema pasticcera crudista, che dona morbidezza. Per la mousse di lime e avocado, standing ovation: morbida, setosa, fresca, abbinata alla cialda di sesamo e a una salsina di mango… da non stancarsi mai.

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La millefoglie  e il diversamente brownie

Bene, ora so cosa ordinare per i prossimi tre mesi, prima cioè che l’estate porti un nuovo menu, visto che la stagionalità è alla base della cucina crudista. Bravi tutti:  Solo Crudo si conferma una bella alternativa al solito cibo.

Solo Crudo
Via Federico Cesi 22
00193 Roma
06 88974793
info@solocrudo.com

Aperto il lunedì dalle 19:00 a mezzanotte (la cucina chiude alle 23:00) e dal martedì alla domenica anche a pranzo: 11:00 – 16:00 e 19:00 – 24:00

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dsc_4185Ha inaugurato col botto il Mercato Centrale, nuovo spazio gourmet all’interno della Stazione Termini, che finalmente realizza il progetto pensato negli anni Quaranta dall’architetto Angiolo Mazzoni. La sua ‘cappa’ marmorea, dopo quasi ottant’anni, sovrasta un ristorante, come da progetto originale, ma secondo un concetto di ristorazione fluida, in cui la stessa sala è servita da cucine diverse, che qui si chiamano botteghe, di rusticana memoria, a sancire un ritorno all’elementare. L’idea, ha dichiarato il patron Umberto Montano alla conferenza stampa di presentazione, è di ripartire dall’ingrediente per ritrovare l’eccellenza, senza troppi cedimenti mondani. Per questo sulle insegne – tutte uguali – i nomi più famosi della gastronomia della capitale sono scritti in corpo più piccolo rispetto all’essenza del piatto: i Formaggi, il Tartufo, il Pesce, la Pizza e via dicendo. Botteghe monotematiche per andare a colpo sicuro.

Di mondanità però ce n’era anche troppa all’apertura, il 5 ottobre scorso, tanto che si faceva fatica a passare: gli spazi sono esteticamente belli, tortora nero e vetro che fa glamour – pure il panino si merita un po’ di charme – anche se le aree di transito potevano essere più ampie. La bottega di Gabriele Bonci, accanto all’entrata su via Giovanni Giolitti 36, è un’ottima pubblicità, il profumo dei suoi lievitati si sente già da piazza dei Cinquecento, e la fila all’ingresso ne è prova. I colleghi all’interno però non sono certo da meno, in tutto 16 botteghe, compreso il ristorante del bistellato Oliver Glowig, che però si trova sul piano rialzato, a dominare sul resto. Si spazia dal pesce (freschissimo della famiglia Galluzzi) al tartufo (Luciano Savini), dalla carne di Roberto Liberati (Bottega Liberati) ai formaggi di Beppe Giovale (Beppe e i suoi formaggi, da molti anni baluardo caseario al ghetto ebraico) ai carciofi e funghi di Alessandro Conti e Gabriele La Rocca, passando per la pasta fresca (Egidio Michielis, il Ristorantino), la frittura (Pastella, a Montesacro), il Trapizzino di Stefano Callegari, la pizza di Stefano Rizzuto, specialità siciliane (Carmela Pannocchietti) e l’isola vegana e vegetariana (Marcella Bianchi). Da bere, una bella Moretti in versione bionda, doppio malto e rossa (ma c’è anche la cugina sarda Ichnusa) e a chiudere un espresso a cura di Franco Mondi (Mondicaffè).

La bottega di Beppe Giovale inoltre ospita anche le farinate, i necci di castagne e i testaroli di Antonio Menconi (Dall’Antò, che chiuse improvvisamente nell’agosto 2015), da provare almeno una volta nella vita.

I prezzi sono quanto di più variabile si possa immaginare. Una cena da Glowig non costerà certo come un trapizzino, ma in generale i singoli piatti costano tra i 5 e i 15 euro, aggiungeteci una birra e un caffè e la serata è fatta.

Ammesso che non vi interessi ascoltare chi vi sta di fronte, perché è impossibile. L’acustica del posto è raccapricciante. I bellissimi soffitti a volta creano un effetto cattedrale che impasta e amplifica qualunque suono, caratteristica che non sembra essere stata presa in considerazione dagli autori del progetto, ma che mette seriamente alla prova gli avventori. Peccato.

Mercato Centrale alla Stazione Termini
Via Giovanni Giolitti 36
http://www.mercatocentrale.it
Aperto tutti i giorni dalle 7:00 alle 24:00 (ma le cucine potrebbero chiudere prima)

 

L’abbiamo fatto: una giornata a parlare, mangiare e giocare con il cioccolato, quello buono. Con l’aiuto di un esperto, Giovanni ‘Nanni’ Stecca, poco glamour ma molta sapienza, di quelle costruite pezzetto pezzetto, provando, cercando e sperimentando, assaggiando e chiedendo umilmente pareri, di quelle che non si appannano con il tempo, anzi. L’abbiamo fatto ed è stato bellissimo! Una mattina trascorsa a imparare quello che nessuno ci aveva mai detto sul cioccolato, sulle sue varietà, sui processi di lavorazione che nel corso di circa due secoli hanno portato al cioccolato come lo conosciamo oggi. Van Houten, Caffarel, Lindt, Nestlè, Fry : a loro dobbiamo invenzioni come il gianduia, il cioccolato al latte, il concaggio, il cioccolato formato ‘tavoletta’.
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Degustare un buon cioccolato non si discosta molto dall’esperienza analoga con una buona bottiglia di vino. Anche la terminologia presenta diverse somiglianze. Si parla di terroir, di cru, di grand cru anche per il cioccolato, e non ci sorprende, data l’origine ‘agricola’ dell’alimento, che quindi acquisice dal suolo e dall’esposizione sentori, aromi, profumi che la successiva lavorazione potrà o meno esaltare.

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Si valuta il colore, la consistenza, il rumore (lo ‘snap’) allo spaccare la tavoletta (la napolitain, che altro non è se non la ‘dose’ da degustazione: a differenza del vino il cioccolato si degusta anche con le orecchie!) prima ancora di accostare il naso e iniziare l’analisi olfattiva, e finalmente gustativa.

Bellissima la sequenza, che va a sfatare i luoghi comuni più diffusi sul cioccolato (ad esempio che una tavoletta al 90% è più pregevole di una al 72%, diciamo), attraverso un percorso che si rivela soprattutto a ritroso. Al culmine, cioè con quell’Amedei N°9, si ritorna al primo assaggiato (una marca di facile reperibilità), comunemente ritenuto di qualità medio/alta, e tutto è improvvisamente chiarissimo. La qualità è un’altra cosa, soprattutto ha un altro sapore. Anche qui, come per il vino…

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E grazie Nanni Stecca, per avermi rivelato Amedei, che da profana non conoscevo, nonché per la produzione propria dello stesso Stecca, che al prestigioso marchio non era per nulla inferiore. Perché siamo sempre lì, tutto è nella ricerca della materia prima e nella pazienza in lavorazione, senza saltare passaggi e dedicando il giusto tempo. Porcelana, Chuao, criollo da ora in poi faranno parte del mio bagaglio culturale e spero anche della mia dispensa.

Con lo spirito innalzato da tanta bontà, si procede alla fase di manipolazione del cioccolato stesso: fare le praline acquista ora un che di sacrale. Dal temperaggio del cioccolato (buono) alla creazione di piccoli mondi, croccanti sotto i denti e scioglievoli al palato. Si ottengono non senza pazienza, ma ripagano del tempo e dell’attenzione. Rhum, Grand Marnier, nocciola nobile di Alba, solo gli abbinamenti migliori per esaltare il cacao pregiato. Che meraviglia…

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p.s.
Con il Nanni ci rivediamo a breve, per la lezione sulle uova di pasqua. Quest’anno le faccio io!