Archivio degli articoli con tag: veggie

Il mio lavoro alla guest house Suites Farnese richiede anche una certa dose di ricerca. Della qualità sicuramente, ma anche delle tipicità, su cui spesso devo documentarmi in prima persona. Molte delle eccellenze della mia regione, il Lazio, sono ‘virtuali’:  appaiono sulle guide enogastronomiche e poi spariscono dalla circolazione. Cercarle, rintracciarle e scoprire il loro ‘habitat’, la terra che le nutre, i profumi, le tradizioni, le persone, quegli eroi del nostro tempo che le mantengono in vita nonostante tutto (e ci sarebbe da parlare a lungo) è sempre più un piacere e un arricchimento. Loreto Pacitti è una di queste scoperte. Vive e lavora nel meraviglioso angolo di natura della Valle di Comino, a Picinisco, minuscolo paesino in provincia di Frosinone. Tra le colline morbide e i pascoli grassi, si distingue Casa Lawrence, l’azienda di famiglia: un agriturismo (vero, c’è l’azienda agricola collegata) che deve il nome a D. H. Lawrence, lo scrittore inglese autore di romanzi celebri come Figli e Amanti, L’amante di Lady Chatterley, che in quella stessa casa soggiornò e trasse ispirazione per La ragazza perduta (1920) , ambientato proprio nella società rurale di Picinisco.

Proprio di Picinisco è la paternità di uno dei prodotti d’eccellenza laziali: il pecorino di Picinisco a latte crudo, che ormai viene prodotto da pochissimi casari, tra cui, appunto la famiglia di Loreto Pacitti. Loreto fa il pastore, tecnicamente, ha il suo gregge che cura, nutre con il fieno che viene coltivato all’interno dell’azienda, seleziona e munge. Con il latte, poi, sua cugina Romina (che è avvocato, ma ha scelto un’altra vita) realizza capolavori assoluti come, appunto, il pecorino di Picinisco Dop , la ricotta moscia (asciutta), le marzoline (presidio Slowfood), gli erborinati, le robioline etc. etc. e il magnifico Conciato di San Vittore, di cui è uno dei pochi detentori della ricetta originale.


Per condividere tanta ricchezza, Loreto ha aperto anche la Caciosteria, nella casa dei nonni, un ambiente autentico, schietto, caldo e confortevole, dove mangiare, bere, chiacchierare e scaldarsi alla brace del camino.

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La tavola della Caciosteria è magica. Basta sedersi e iniziano ad apparire cose buone. L’olio Evo della val Comino (il cultivar Marina è tipico della zona), da gustare “sugli alicetti” (al maschile nel dialetto locale) con il cipollotto fresco e un peperoncino che non perdona.

Mentre si discetta se preparare o no la ‘cacio e pepe’ col pecorino di Picinisco (e pare che ci sia una tecnica tutta particolare affinché non cagli e diventi gomma, “questione di temperatura” secondo Loreto), si stappano bottiglie: l’autoctono Maturano,  gradevole e schietto di frutta gialla, una buona struttura, e il Satur, cabernet di Atina, morbido e vellutato di frutta rossa, bacche e pepe, entrambi della cantina Cominium.

Sarà il vino, sarà l’atmosfera, ma alla cacio e pepe si finisce per preferire la specialità locale, il caciocavallo impiccato, una prelibatezza disarmante nella sua semplicità: man mano che il fondo si scioglie sulla brace, si affetta e si mangia come una bistecca.

impiccatoLoreto i cacicavalli non li produce, servono attrezzature che non ha. Li acquista in Molise freschi e li fa affinare. Stagionati da lui, aperti e ridotti a scaglie con il miele di sua produzione (ma quello è solo per gli amici e i clienti) sono un mondo a parte. Un parmigiano del sud, se mi è consentito.

Loreto e la sua famiglia accolgono allo stesso modo gli ospiti del ristorante di Casa Lawrence, che nel weekend riempiono la sala. Tutti i prodotti sono in vendita oltre che in degustazione, ed è impossibile non portarsi via qualcosa. Soprattutto dopo averla assaggiata.

E l’esperienza non finisce a tavola, anche solo guardarsi intorno è un viaggio nel tempo. Oggetti che forse nemmeno più sui libri, reminiscenze di usi nemmeno poi tanto antichi, ma che tanto rapidamente vengono dimenticati. La macina, sì proprio quella che dà la forma ai biscotti di una nota casa dolciaria, il tosta orzo, c’è perfino la zampogna con la pelle di pecora appesa al muro. Il tempo qui scorre con i suoi ritmi, che non sono gli stessi della città. Il formaggio viene stagionato con l’aria fresca, e l’umidità controllata da strumenti in via d’estinzione, come l’idrografo.

macinaCasa Lawrence dista un’ora e mezza da Roma, non è molto e vale la pena di una visita, per un pranzo rilassante e ritemprante. Anche la pasticceria del paese è famosa per i torroncini e abbiamo capito perché, vanno assaggiati. Pero’, per chi non vuole aspettare il fine settimana, una bella notizia: Loreto Pacitti è presente con i suoi fantastici prodotti tutti i sabati al Mercato Campagna Amica di Via di San Teodoro, a Roma. Andatelo a trovare, ne sarà felice.

loretopacittiP.s.: gli abbonati Sky lo vedranno a breve in tv nel reality A letto con il nemico, su Fox Life. Mentre ce lo raccontava, ancora rideva….

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Tante belle storie spuntano per caso, tra le pieghe della quotidianità. Quella di Le Amantine fa parte a pieno titolo di questo gruppo. Una famiglia, una passione, le difficoltà inevitabili, ma un meritato e anche inaspettato lieto fine.

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Sabato 6 giugno 2015 presso l’hotel Rome Cavalieri si è tenuto l’Oscar del vino di Bibenda, evento annuale tra i più prestigiosi del settore enologico. E fin qui, niente di nuovo. Ma l’evento ha premiato anche il miglior olio EVO raccolto 2014. E qui la novità si chiama Anna Marina Gioacchini, che – la più incredula di tutti – è volata da Parigi a Roma felice anche solo per l’invito all’evento. Perché ad Anna (come preferisce farsi chiamare)  sarebbe andato bene anche il terzo posto. Sì, certo, si dice sempre così. Invece no, lei era seria.

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Perché in quelle bottiglie c’è molto più di un ‘prodotto’. In soli cinque anni, e a dispetto di vari inconvenienti, Anna è riuscita a riportare in vita l’uliveto cui suo nonno e suo padre Mario, scomparso da poco più di un anno, avevano dedicato un’esistenza. Oggi Anna, con le sue 2000 piante tra Leccino, Frantoio e Canino, che respirano l’aria antica tra Tuscania e Piansano, produce quello che è il miglior olio d’Italia per Bibenda e tra i migliori per la Guida agli extravergine del Gambero Rosso, che l’ha premiato con le tre foglie.

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“Mio nonno ha iniziato nel 1936, e mio padre di questo terreno (in località Le Mandrie – ndr) ne aveva fatto un bellissimo giardino, curato e accogliente. Prima di trasferirmi a Parigi, dove vivo, era un luogo di gioia, di giochi, di affetti.” ci racconta Anna. Poi però le cose sono cambiate. Con il passare degli anni, la tenuta ha sofferto divisione e abbandono. “Finché mio padre, quando si è ammalato, non mi ha lasciato l’uliveto, a me che ero la più lontana di tutti i figli e non sapevo niente di olivicultura. Mi sono dovuta per forza affidare a sedicenti professionisti, che hanno lucrato approfittando della mia assenza. Ma poi è arrivato ‘Momo’, un mio ex compagno di liceo”, all’anagrafe Girolamo Poscia, di professione agronomo. Stavolta si fa sul serio, iniziando dai collaboratori: qui entra in scena Roberto…

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Roberto è uno che se non ha foglie, radici e rami è un puro caso. Nato e cresciuto tra gli ulivi, li riconosce da lontano, sa dirti a colpo l’occhio se la pianta sta bene o se ha bisogno di qualcosa, e si meraviglia se non noti quello che per lui è lapalissiana evidenza. “Vede, come si fa a non riconoscere un Leccino da un Canino? Sono completamente diversi, per colore, per la forma delle foglie…” Se lo dice lui…

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Grazie al lavoro quotidiano di Roberto, l’uliveto è bello, pulitissimo, ordinato, le piante non hanno polloni, l’irrigazione (a gocciolatoio) è costantemente monitorata, così come la presenza o meno di parassiti, identificati per mezzo di un sistema meccanico antico quanto il mondo: la carta adesiva.

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Pulita. Come tutto il resto, appunto. “Noi facciamo una lotta mista, in parte chimica e in parte biodinamica – ci racconta Roberto – ma la verità è che la miglior cura è la prevenzione. Una pianta in salute difficilmente sviluppa parassiti. E la pianta sta bene se il terreno sta bene”. Amen.

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Le Amantine si pregiano però anche di un frantoio privato, che garantisce l’immediata molitura delle olive dopo la raccolta: “noi ogni sera spremiamo le olive del giorno, fino a raccolta finita” continua Roberto “non lasciamo che si formino muffe o che le olive irrancidiscano, che si sente subito nell’olio”. E tutti quelli che il frantoio interno non ce l’hanno? La faccia di Roberto scoraggia qualsiasi approfondimento. “Eh, ma anche come si raccolgono fa la differenza” precisa lui. “Noi usiamo le paperelle (bacchiatori che ricordano un becco – ndr) per preservare l’integrità di ogni oliva, ma c’è chi ancora usa i teli a terra, e sa le olive che stanno sotto a tutte le altre come si riducono?” Chiaro.

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Frutto di tutto questo lavoro sono Talea, Amantino e Unico, rispettivamente un blend di Frantoio e Leccino; Frantoio, Leccino e Canino; Frantoio in purezza, e proprio a quest’ultimo è andato il titolo campione italiano. Difficile dire perché a Unico e non a – che  so – Talea, per l’irruenza degli aromi che si sprigionano appena aperte tutte e tre le bottiglie; mandorla, nocciola, carciofo, miele, agrumi, frutta matura, sentori balsamici… . “Oltre al  naso, per la sua persistenza, probabilmente; – mi suggerisce Anna Marina – Unico è davvero importante, con un naso balsamico e elegante, eccezionalmente armonico e speziato al palato, e chiama carni rosse ma è perfetto anche sul pane abbrustolito. Talea piace alle ragazze, perché è dolce, fruttato, e rotondo, l’oro che incorona pietanze delicate e verdure. Amantino è un’esplosione di profumi e sapori, lunghissimo in bocca dalle note di mandorla dolce e frutta secca”.  Io li ho annusati, sorseggiati, risucchiati, spalmati, abbinati tutti e tre. E tutti regalano pensieri gioiosi, come le sfumature dell’arcobaleno. Meglio l’uno o l’altro? Questione di gusti, di momenti, di umori, di voglie e sensibilità. Con buona pace di Bibenda.

L’abbiamo fatto: una giornata a parlare, mangiare e giocare con il cioccolato, quello buono. Con l’aiuto di un esperto, Giovanni ‘Nanni’ Stecca, poco glamour ma molta sapienza, di quelle costruite pezzetto pezzetto, provando, cercando e sperimentando, assaggiando e chiedendo umilmente pareri, di quelle che non si appannano con il tempo, anzi. L’abbiamo fatto ed è stato bellissimo! Una mattina trascorsa a imparare quello che nessuno ci aveva mai detto sul cioccolato, sulle sue varietà, sui processi di lavorazione che nel corso di circa due secoli hanno portato al cioccolato come lo conosciamo oggi. Van Houten, Caffarel, Lindt, Nestlè, Fry : a loro dobbiamo invenzioni come il gianduia, il cioccolato al latte, il concaggio, il cioccolato formato ‘tavoletta’.
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Degustare un buon cioccolato non si discosta molto dall’esperienza analoga con una buona bottiglia di vino. Anche la terminologia presenta diverse somiglianze. Si parla di terroir, di cru, di grand cru anche per il cioccolato, e non ci sorprende, data l’origine ‘agricola’ dell’alimento, che quindi acquisice dal suolo e dall’esposizione sentori, aromi, profumi che la successiva lavorazione potrà o meno esaltare.

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Si valuta il colore, la consistenza, il rumore (lo ‘snap’) allo spaccare la tavoletta (la napolitain, che altro non è se non la ‘dose’ da degustazione: a differenza del vino il cioccolato si degusta anche con le orecchie!) prima ancora di accostare il naso e iniziare l’analisi olfattiva, e finalmente gustativa.

Bellissima la sequenza, che va a sfatare i luoghi comuni più diffusi sul cioccolato (ad esempio che una tavoletta al 90% è più pregevole di una al 72%, diciamo), attraverso un percorso che si rivela soprattutto a ritroso. Al culmine, cioè con quell’Amedei N°9, si ritorna al primo assaggiato (una marca di facile reperibilità), comunemente ritenuto di qualità medio/alta, e tutto è improvvisamente chiarissimo. La qualità è un’altra cosa, soprattutto ha un altro sapore. Anche qui, come per il vino…

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E grazie Nanni Stecca, per avermi rivelato Amedei, che da profana non conoscevo, nonché per la produzione propria dello stesso Stecca, che al prestigioso marchio non era per nulla inferiore. Perché siamo sempre lì, tutto è nella ricerca della materia prima e nella pazienza in lavorazione, senza saltare passaggi e dedicando il giusto tempo. Porcelana, Chuao, criollo da ora in poi faranno parte del mio bagaglio culturale e spero anche della mia dispensa.

Con lo spirito innalzato da tanta bontà, si procede alla fase di manipolazione del cioccolato stesso: fare le praline acquista ora un che di sacrale. Dal temperaggio del cioccolato (buono) alla creazione di piccoli mondi, croccanti sotto i denti e scioglievoli al palato. Si ottengono non senza pazienza, ma ripagano del tempo e dell’attenzione. Rhum, Grand Marnier, nocciola nobile di Alba, solo gli abbinamenti migliori per esaltare il cacao pregiato. Che meraviglia…

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p.s.
Con il Nanni ci rivediamo a breve, per la lezione sulle uova di pasqua. Quest’anno le faccio io!

 

 

Vegan style. Diciamo che oggi è anche un po’ moda, molti millantano, ma qualcuno (sempre di più, in realtà) ci crede sul serio. Il che non implica una conversione tout court, s’intende, non è un regime assolutista. Vediamola piuttosto come un’alternativa, un modo di mangiare che amplia la prospettiva su un’incredibile varietà di alimenti. E la varietà, insieme alla qualità, è alla base del mangiare sano, chiedetelo anche al dottore….

2015-02-04 19.02.45Ecco perché Pane e Tempesta, forno creativo che ha acceso i fuochi poco più di un mese fa in quel di Monteverde, si è inventato l’ApeVegan, un aperitivo ‘vegano’ nel senso che ogni mercoledì dalle 18:30 l’assortimento sul bancone – già di per sé piuttosto pingue – prevede un bel po’ di cosine buone compatibili con una dieta senza proteine animali, e parliamo naturalmente di pizze, pani ma anche dolci.

2015-02-04 18.55.52L’artista della lievitazione, Patrizio, mi spiega che da loro si usano solo farine biologiche di alta qualità, selezionate per garantire una lunga lievitazione (cioè un minimo apporto di lievito nell’impasto) e quindi la digeribilità assoluta. Ma i grani non sono necessariamente i soliti. Oltre alle versioni integrale, con farine di farro e di segale, è partito il progetto pane del mese, la proposta, cioè, di un pane fatto con farine da grani rari, a volte anche in via di estinzione, perché meno redditizi del solito frumento. Si inizia questo mese con la tumminia (confesso, sono dovuta andare a informarmi…) un grano duro siciliano, che viene utilizzato per la preparazione del pane nero di Castelvetrano, di cui è in corso il riconoscimento come D.o.p.

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Nemmeno sulle pizze siamo banali, ci mancherebbe: stupenda la Guacamole con sedano e mandarino, e la sua versionealternativa con i chicchi di melograno. Che dire della sorprendente Fagiolini e pomodorini in agrodolce? Oppure dello strudel salato con Broccolo siciliano patata e semi di papavero?

patatebroccolipapaveroImbattibile l’opulenza gustativa della pizza rovesciata con Cipolle e pomodori, sorta di tarte-tatin rustica ma dai tratti aristocratici, nella sofficità, nel giusto equilibrio tra croccantezza, umidità e freschezza delle verdure, scottate quel tanto da esaltare succhi e sapori.

2015-02-04 19.17.28Naturalmente, anche la pasticceria è rigorosamente cruelty free, ed è preparata da Gabriella Franco e da Alice Chiara di Violamirtillo. Ed è talmente buona che all’ora dell’aperitivo, purtroppo, non ne era rimasta più….!

secchioCalda e croccante, senza glutine, non proprio amica della linea ma non si può pretendere tutto: la patatina fritta sa d’infanzia, di pranzo della domenica, di quelle piccole trasgressioni alle sane merende delle mamme, snobbate per l’untuosissimo sacchetto con sorpresa… Quanti ricordi. Ma invece di restare ancorati al passato, evolviamoci come si è evoluta la patatina fritta, che oggi si pregia del più fashionable appellativo di ‘street food’, ed è probabilmente di miglior qualità. Perché qualcosa di buono c’è anche nell’essere di moda, i paragoni incalzano, le classifiche (insensate, ma è solo una mia opinione) impazzano e le brutte figure sono dietro l’angolo. Insomma, anche per friggere due patate bisogna saperci fare.

C’è voluto un gruppo di imprenditori, Giovannino Glorio, Domenico Sciarria e i fratelli Ghislandi, Francesco e Raffaella, che nel settore un po’ di gavetta l’hanno fatta (lui è il proprietario del ristorante Pomodori Verdi Fritti a Casal Palocco, lei inventa format per il lancio di ristoranti e bistrot come titolare di Aprolocale) per inaugurare la prima ‘patatineria’ di Roma, forti di un esperimento estivo sul lungomare di Ostia, che ha fugato ogni dubbio residuo: i romani apprezzano la patata. Fries – Delicious Potatoes ha acceso i fornelli il 10 settembre, a via di Porta Cavalleggeri 19, che per l’occasione ha visto un via vai di gente che “solo per le prime del Ghione” come ha commentato un residente, riferendosi al celebre teatro nelle vicinanze.

stickInsomma, Fries ha funzionato a Ostia e funzionerà anche a Roma, perché la formula punta soprattutto sulla certezza della qualità, 100% made in Italy. Delle patate, innanzitutto, che arrivano dall’Emilia Romagna, dal viterbese e dall’Abruzzo, a seconda delle stagioni; sono coltivate nel rispetto dei cicli produttivi e dell’ambiente, con tecniche di agricoltura a lotta integrata. Della lavorazione, eseguita rigorosamente sul posto e a mano in ogni sua fase, dal taglio alla frittura in olio di arachide.Della guarnizione, che prevede ben 30 tipi di salse, in grado di accontentare ogni palato, dai sapori mediterranei oppure esotici, agrodolci o piccanti, speziate o delicate. E perfino 100% cruelty free, grazie alla collaborazione con la chef vegana, blogger e giornalista Alessandra Rotili, che proprio per Fries ha elaborato cinque salse vegan: maionese, salsa rosa, BBQ, salsa tartara e cheddar affumicato (la mia preferita).

salseE poiché la qualità va esaltata e comunicata, un supertestimonial bisognava aspettarselo: lo chef Arcangelo Dandini si è esibito in un ‘cacio e pepe’ al pecorino Falisco della Tuscia – particolarmente riuscito – che col calore delle patatine esprimeva tutto il suo aroma. Ma sarà solo il primo di una serie di maestri del gusto, chiamati a dare la loro versione gourmet di un classico senza tempo né confini. D’obbligo l’assaggio, che siano stick, chips o il divertentissimo tornado (una patata intera tagliata a spirale), magari abbinate a una birra artigianale, chiara o rossa, prodotta in esclusiva dal Birrificio Aurelio: ovviamente da Fries, via di Porta Cavalleggeri 19, dal lunedì alla domenica dalle 11:00 alle 23:00.

Magie della Natura Valbona nei gusti peperone, carciofo e spinaci

Magie della Natura Valbona nei gusti peperone, carciofo e spinaci

Uno strano aggettivo, ‘efficace’, riferito alla cucina. Creativa, destrutturata, molecolare, tradizionale, autoriale e così via: l’arte cibaria è stata chiamata in molti modi diversi ma ‘efficace’ uno proprio non se lo aspetta. Che bisogno c’era di confondere le idee a un pubblico che mai come oggi è bombardato di impiattamenti e spadellamenti su ogni mezzo in qualunque momento? E poi, cosa sono quelle tortine colorate variamente  abbinate, disposte con nonchalance sul tavolo della sala, roba che si mangia? “Non solo si mangia, ma è anche buona” mi legge nel pensiero la mia vicina di sedia, e ora sì, sono davvero curiosa. Intanto, lo chef in casacca nera dall’altra parte del tavolo (quello con le tortine) ne mette una rossa in una ciotola, aggiunge acqua, mescola un po’ e versa la cremina ottenuta in un bicchierino da finger (una verrina, d’accordo), ci mette su due crostini di pane toscano, una foglia di basilico e annuncia: ” La pappa col pomodoro!”
La pappa col pomodoro, una Magia di Valbona

Come la pappa col pomodoro? In un minuto e mezzo da quella cosina? Eh, ma ora la assaggio e… è la pappa col pomodoro! Ma il trucco c’è, e non si vede perché è, appunto, efficace. Lo ‘chef’, infatti, è Paolo Barichella, propugnatore e pioniere di un concetto di cucina più innovativo che nuovo: la cucina efficace, che ha – efficacemente – presentato a Roma mercoledì 4 giugno, presso Assaggi d’Autore, nell’ultima tappa del tour partito da Milano il 19 maggio scorso . “Non si tratta di risparmiare tempo, per quello ci sono già i fast food“, mi spiega, “ma di godersi ogni minuto, prendere il meglio che ogni esperienza può darci. E questo vale anche per chi non ha tempo  o voglia di cucinare”. E già, mica si può essere tutti cuochi. “Però a tutti piace mangiare bene” continua Barichella, che ha applicato i tools del più evoluto design all’esperienza del cibo. Non parlo volontariamente di ‘cucina’, perché la cucina efficace non è un libro di ricette o una filosofia più o meno chiusa sul mangiar sano, bene, etico etc. Si tratta di scoprire come arrivare alla massima gratificazione del palato e degli occhi a seconda delle proprie esigenze. Si capisce quindi che non c’è una formula magica valida per tutti. E tuttavia, la magia in qualche modo c’entra: partner della performance di Barichella è Valbona, un’azienda friulana che da oltre 50 anni lavora ortaggi selezionati per farne conserve (sottolio e sottaceto, 100% italiani) e che si è proposta sul segmento del fresco con le Magie della Natura, Si tratta di piccoli flan, sformatini di verdure fresche, pronti da gustare. Sono disponibili in confezioni da due vasetti di 85 grammi ciascuno, contengono pochissime calorie, nessun additivo, e si può scegliere tra spinaci, peperoni, pomodoro e basilico, carciofi e verdure dell’orto. Tanto versatili da poter diventare anche ingrediente di preparazioni più complesse (ma solo all’apparenza: la pappa col pomodoro insegna!) da presentare su un buffet raffinato: semplici, buoni e anche d’effetto. Eh, sì: proprio efficaci.

P.s.
dimenticavo: sono addensati con agar agar, quindi sono perfetti per vegani e vegetariani!

Sì, d’accordo, ha un sacco di proprietà, è ricca in antiossidanti,  vitamine del gruppo B, acqua, sali minerali, e povera di calorie. Ma diciamolo: la rapa rossa bollita è un po’ insipida e sa tanto di dieta dopofeste. Anche quel gusto dolciastro non la aiuta. Però in questa versione è una stuzzicante e fresca novità, in grado di sorprendere piacevolmente i commensali (testata personalmente su palati difficili e non amanti dell’ortaggio in questione). Anche se, va detto, decisamente meno dietetica ….

Barbabietola sfiziosa con crostini croccanti al timo

RapaQuesta dose basta per otto coppette (o verrine da finger)

per la mousse:
300 gr. rapa rossa già bollita
125 gr. mascarpone
1 cucchiaio olio EVO
1 cucchiaino di salsa di soia
succo di mezzo limone
un mazzetto di erba cipollina
sale
pepe

per i crostini
pane raffermo casareccio affettato
un mazzetto di timo sfogliato
olio EVO

Schiacciare bene le rape tenendo la loro acqua, e frullarle bene con il mascarpone, in modo da ottenere una crema liscia e leggermente montata, aggiungere l’olio a filo e continuare a frullare. Regolare di sale e di pepe, aggiungere il succo di limone poco alla volta, assaggiando fino a raggiungere l’acidità desiderata. Procedere allo stesso modo con la salsa di soia: potrebbe volercene meno di un cucchiaino. In ultimo, tritare finemente l’erba cipollina, lasciandone qualche filo per la decorazione. Coprire con pellicola e conservare in frigo per una mezz’ora.

Intanto, preparare i crostini togliendo via la crosta dal pane raffermo e tagliando la mollica a dadini. Saltarli in una padella calda, appena sporcata con un filo d’olio e una parte delle foglie di timo. Quando sono dorati ( ma non fritti!) versarli in una ciotola e cospargerli con il timo fresco.

A questo punto, non resta che montare la mousse con i crostini e decorare a piacere con l’erba cipollina. Io ho usato una coppetta perché era l’unica scelta ‘trasparente’ che avevo a disposizione, e visto che il colore qui è un elemento importante vale la pena esaltarlo.

Bisogna servirlo subito, appena montato, perché l’umidità della mousse ‘bagna’ il crostino. Lo scetticismo dei miei ospiti è scomparso alla prima cucchiaiata.