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Stretto tra due denominazioni giganti come il Brunello di Montalcino e il Chianti Classico, ma con una storia di tutto rispetto, il Vino Nobile di Montepulciano grazie a imprenditori come i Sacchet e gli Zaccheo dell’azienda Carpineto, si riappropria della visibilità che merita. Con circa 200 ettari a vigneto, suddivisi su cinque Tenute (Appodiati),  Carpineto è una realtà importante nella Toscana del vino. In particolare, per gli appodiati di Montalcino, 53 ettari di cui 10 piantati a Sangiovese grosso e Montepulciano  (65 ha coltivati a Prugnolo gentile, il nome locale per l’uva Sangiovese), che danno vita alle denominazioni più importanti dell’azienda, il Brunello  di Montalcino docg e il Vino Nobile di Montepulciano Riserva docg.Quest’ultimo in particolare sta regalando grandi soddisfazioni agli eredi dei fondatori, in quanto unico Nobile di Montepulciano presente nella top 100 di Wine Spectator con 93/100 e per ben due volte consecutive (2010 e 2011). “Ci abbiamo creduto e i risultati sono arrivati” afferma con orgoglio Antonio Michael Zaccheo, figlio di quel Mario che nel 1967 fondò l’azienda insieme a Giancarlo Sacchet, miglior enologo italiano  e nel 2005 anche miglior enologo mondiale, recentemente scomparso. Ci credono nel Nobile a tal punto da farne il protagonista di una verticale guidata dal sommelier Paolo Lauciani, presso la Nuova Villa dei Cesari a Roma: Nobile Riserva 2011, 2010 e 1989 più il Nobile Riserva 2001 Cru Poggio Sant’Enrico, un vino prodotto solo in grandi annate, e destinato a lunghi invecchiamenti. A corona della verticale, abbiamo assaggiato anche il Brunello di Montalcino docg 2012 e due annate di Farnito (2012 e 2000), Cabernet Sauvignon igt, premiato con le Super Tre Stelle (ovvero punteggi superiori a 94/100) nell’edizione 2017 della Guida Oro I Vini di Veronelli.

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Paolo Lauciani e Antonio Michael Zaccheo

Nei calici, un rubino pieno e deciso – grazie alla presenza di un 10% di uve autoctone, canaiolo su tutte -che si esprime con un frutto maturo e dolce, e spiccate note di viola nell’annata 2011; le note speziate virano sulla dolcezza e il legno (botte di rovere) risulta ben dosato: unico indizio, i tannini un po’ polverosi, dovuti alla relativa gioventù di questo vino, che colpisce comunque per finezza e freschezza. Con la 2010 i toni si fanno complessivamente più scuri, e l’intensità  aumenta. Prugna cotta, pout pourri, balsamicità da sottobosco e tostature – caffè, cioccolato –  anice, liquerizia… man mano che il tempo passa si aprono nuovi suggestivi spiragli. Al sorso l’iniziale morbidezza lascia presto la scena alla freschezza che sembrerebbe un marchio di fabbrica: i vigneti ben esposti ma riparati e a un’altitudine di circa 500 metri evidentemente beneficiano di un clima particolarmente favorevole. Notevole la persistenza. Il 1989 – e parliamo di un vino di 28 anni – si presenta già con un colore che risente della maggiore evoluzione, più scarico e con sfumature arancio, e sicuramente più chiuso al primo contatto. Perché si esprima ha bisogno di tempo: un frutto meno spiccato ma fine, un naso molto pulito, in cui emergono sentori di pomodoro e speziature dolci. Il sorso è piacevole, non c’è la sferzata nè il tannino delle prime due bottiglie, qui è tutto più garbato, e sul finale si fa strada un che di rosa appassita. Nel Cru Poggio Sant’Enrico torna la consueta freschezza, anche se questo particolare vino matura in barrique, a causa dell’esposizione del vigneto, a sud proprio sulla cima del colle, che donerebbe alle uve una particolare carica polifenolica. Il 2001 ancora ha tempo davanti a sè: il Poggio Sant’Enrico è un sangiovese in purezza, pensato per un appeal internazionale, ed ecco che il frutto è l’amarena, è la mora, e la balsamicità ricorda le foglie di mirto fresche. Il palato è intenso, con una bella coerenza olfattiva,  i tannini – nonostante gli anni – sono ancora lievemente astringenti; intense note chinate dopo qualche tempo nel calice.

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Il Nobile di Montepulciano docg Riserva 1989: il colore è aranciato per la lunga evoluzione

Con il Brunello ci spostiamo a Montalcino, in località Rogarelli, a 500 metri sul livello del mare; fossili marini, rocce, calcare e galestro, alberese e argille contribuiscono all’eleganza olfattiva dei vini prodotti in questa zona. Tre anni in botte grande e poi bottiglia, senza altri trattamenti. Il naso è molto pulito e di un’intensità composta di fiori e frutti rossi, di rosa canina e  grafite, note boscose fresche di felci e muschio bagnato. Tutto si ripresenta al sorso, morbido, carezzevole di tannini ben dosati, in cui le note acidule della fragolina di bosco e altre ferruginose si stemperano in una sapidità che dona lunghezza. Sono 14% ma non si direbbe.

Dal Sangiovese, passiamo al Cabernet Sauvignon, altro vitigno spigoloso. La selezione Farnito viene da piante che danno – quando va bene – 2/3 di bottiglia per pianta: le uve invecchiano in botti piccole, di cui un terzo nuove, e le altre di secondo, terzo e quarto passaggio, quindi in bottiglia per almeno altri otto mesi. L’annata 2012 è ‘in fieri’: tannini ancora graffianti, anche se intensità e profumi si presentano con decisione: ciliegia, pepe e noce moscata, ma anche liquerizia e caffè. Con la bottiglia successiva, vendemmia 2000, si intravede il futuro. I tannini ci sono, ma accompagnano il sorso, non lo frenano, anzi danno forza espressiva alle note di peperone, le tostature di caffè e cioccolato, il pepe nero e il fuoco di camino. Un vino di grande piacevolezza e di struttura, che per la totale assenza di note amare si presta bene all’abbinamento con gli arrosti, i brasati e le braci.

Carpineto – Grandi vini di Toscana
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Tra grignolini, belloni, cesanesi, grechetti, merlot e dolcetti, ma anche nebbioli in versione Barbera, malvasie, cerasuoli e altri impossibili da elencare in modo esaustivo, si è svolta la degustazione Bere Bene 2017, la guida del Gambero Rosso ai vini (buoni) da bere tutti i giorni e non solo nelle occasioni speciali, perché costano al massimo 13,00 euro. Al di là delle considerazioni economiche (rispettabili), questi banchi d’assaggio lasciano la scena a vini dai nomi meno altisonanti, che però – pur nei propri limiti espressivi – sanno regalare piacevoli sensazioni. Tante le referenze in degustazione, anche se tra queste erano poche le cantine vincitrici degli Oscar Regionali – e solo 2 su 9 quelle insignite dell’Oscar Nazionale – ad aver dato bottiglie per l’assaggio. Peccato, perché sarebbe stato interessante capire l’eccellenza pur in una medesima fascia di prezzo.

Inizierei a questo punto dagli unici due Oscar Nazionali presenti in sala: Orvieto Classico Torricella 2015 di Bigi, classico di nome e di fatto, fiorito, caldo, di buona struttura e abbastanza persistente. Per un Oscar nazionale mi sarei aspettata un po’ di mineralità in più. Mi sarebbe piaciuto fare il confronto con il Terre Vineate di Palazzone, Oscar Regionale e suo competitor per categoria, di cui ricordo la freschezza (l’annata era 2014), ma purtroppo non era in degustazione. Mi è piaciuto molto il cerasuolo d’Abruzzo Donna Bosco Rosé 2015 di Nestore Bosco, dal naso intenso, vinoso, di bacche rosse fresche, che tornano in bocca con bella persistenza e avvolgenza. Per non parlare del colore che è strepitoso, intenso limpido e luminosissimo (è il vino in apertura)…

La serata è partita con un il Roero Arneis di Filippo Gallino, dal naso erbaceo ed intenso, di discreto corpo, asciutto, sapido e dal finale amarognolo. Meritava un Oscar almeno regionale il Colli di Luni Vermentino Et. grigia 2015 Lunae Bosoni, che ho trovato molto bello, elegante al naso, con aromi delicati di biancospino che poi in bocca si ampliano con note agrumate, cedro su tutte, e marine. Lungo, avvolgente, piacevolissimo, non si direbbe proprio che costi (in cantina) 11,60 euro.

Poi vedo Cantina Tramin e mi fermo,  un buon pinot grigio non si rifiuta. E il Pinot Grigio 2015 Tramin conferma le aspettative, con un naso fine, intenso e minerale, e un frutto elegante al palato, con note lievemente tostate e piacevolmente amarognole. Piacevolissimo anche il Sauvignon Blanc 2015 della trentina Pravis, con evidenti note di salvia al naso, ed al palato si arricchisce con le foglie di pomodoro e si ammorbidisce con le note esotiche della passiflora. Voglio assaggiare anche il sauvignon che ha vinto l’Oscar regionale, ma prima incontro sul percorso il Soave doc Campolungo Villa Mattielli, di cui ricordo con piacere  una delicatissima rosa rosa che si sprigiona dal calice, e un bel sorso caldo e asciutto, con sentori di frutta estiva e una bella freschezza, perfetto abbinato con il Parmigiano Reggiano giovane che era in degustazione. Il Sauvignon Vigna Al Lago Tenuta Conte Romano, premiato dalla Guida, è stato proprio una bella scoperta. Per una bottiglia di prima fascia il vino è decisamente elegante, con tutte le note del Sauvignon blanc ma ben armonizzate, senza che nessuna prevalga sulle altre. Il colore freddo non deve ingannare, la gradazione alcolica è 14%! Il grechetto Propizio 2015 dell’azienda biologica Giangirolami era una vecchia conoscenza, e si conferma piacevolmente morbido, anche se rispetto ad altre annate che ho assaggiato questa mi sembra mancasse un po’ di freschezza.

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E poi, però, è arrivato lui: il Verdicchio dei Colli di Jesi metodo classico brut Riserva Ubaldo Rosi, di Colonnara. Da uve 100% verdicchio coltivate tra i comuni  marchigiani di Cupramontana e Apiro, sta sui lieviti 60 mesi, è lavorato completamente a mano e non doveva essere lì, non fa parte dei vini recensiti dalla Guida, perché questa non è una bottiglia da 13,00 euro. Bollicine fini, naso intenso, fiorito, gusto fresco e persistente, pulito, con erbe di macchia e mandorle tostate sullo sfondo, perfetto per concludere la serata. Il prezzo? 28,00 euro circa, e li vale tutti.

 

 

 

 

 

 

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E’ il trentesimo compleanno per la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, tempo di consuntivi e osservazioni. In trent’anni i vini maturano, le tecniche si affinano, gli enologi cambiano, si susseguono le generazioni così come le mode in cantina e iuin vigna. Barrique, anfora, giara, lieviti autoctoni, selezionati, antichi vitigni riscoperti e riproposti, una continua evoluzione lega ogni stagione di questo trentennio. In senso positivo, per fortuna: la qualità del vino italiano è aumentata molto, è la sintesi dei curatori della nuova Vini d’Italia 2017, Marco Sabellico, Elenora Guerini e Gianni Fabrizio, anche se la percezione non è tale. A fronte di una grande capacità produttiva non c’è altrettanta capacità comunicativa, e il nostro miglior prodotto se ne va all’estero per quote che sfiorano l’80%. Consorzi e cooperazione tra piccoli e medi vignaioli sono ancora viste con diffidenza, e a torto, perché laddove c’è stata comunicazione di territorio (la Toscana in primis, ma anche la Puglia, il Veneto) si sono visti anche i risultati economici.

Raccontare il buono, educare i consumatori e dare visibilità ai produttori: ecco le sfide – ambiziose – della Guida Vini d’Italia 2017, che si impegna anche sotto un altro importante aspetto, la sostenibilità ambientale, partecipando al progetto Equalitas, voluto da Unione Italiana Vini e FederDoc, con il professor Attilio Scienza a capo del comitato scientifico; già lanciato in occasione del Vinitaly, è un marchio che racchiude in sé i parametri più significativi che misurano la sostenibilità ambientale, per definire un criterio unico di valutazione. In collaborazione con il Gambero Rosso, presso l’Università di Siena, partirà anche un master in Wine Sustainability, per formare le nuove leve.

Nell’ambito di uno scenario così vivace, oltre naturalmente ai 439 premiati con i Tre Bicchieri, sono stati selezionati 15 vini cui sono andati i premi speciali per altrettante categorie, premi che hanno tenuto in considerazione anche parametri come la sostenibilità e il rapporto qualità prezzo oltre alle caratteristiche intrinseche delle bottiglie. Alcune scelte sono state quanto meno audaci, come le Bollicine dell’anno per la prima volta in assoluto assegnate a un prosecco, il Valdobbiadene Extra Dry Giustino B. 2015 di Ruggeri. Un colore molto delicato, brillante e un perlage cremoso schiudono frutti bianchi, morbidezza, intensità e freschezza. Eccellente nel suo genere, ma un po’ difficile capire come sia passato in testa rispetto a grandi metodi classici che pure erano in degustazione. Anche il Rosso dell’anno, andato al Gioia del Colle Primitivo Muro Sant’Angelo Contrada Barbatto 2013 di Chiaromonte, ha premiato un vino di personalità e struttura, ma decisamente ancora giovane, che tra un paio d’anni si sarebbe espresso più pienamente. Il bianco dell’anno è un Verdicchio dei castelli di Jesi Classico Superiore Misco 2015 della Tenuta di Tavignano, intenso, sapido, con bel corpo e persistenza, un premio “al Verdicchio e anche alle Marche, per ribadire che non c’è solo Villa Bucci”, ha dichiarato Jens Priewe, della stampa tedesca, che ha consegnato la targa.

Bianco anche il Miglior rapporto qualità prezzo, andato al Pecorino 2015 di Agricola Tiberio, dal bouquet agrumato e balsamico, un bel corpo, fresco, e con un gradevole finale amarognolo, un  bel vino nella fascia intorno ai 10 Euro. Bianco anche per la cantina sostenibile: Roccafiore, i cui vigneti si estendono sulle colline intorno a Todi, che ha scelto pratiche non invasive e il rispetto dei vitigni autoctoni. Il suo Grechetto Fiorfiore 2014 intenso, sapido con garbate note fumé, è stato molto convincente. La Cantina emergente è invece nella vicina Toscana, ed è Istine, con due vigneti a Radda in Chianti e uno a Gaiole in Chianti, coltivazioni bio e l’affinamento in botti grandi: il loro Chianti classico Riserva 2013 Levigne è stato una bella sorpresa: il sangiovese in purezza  che si esprime in tutte le direzioni, freschezza, corpo, un bel colore brillante, ma anche toni scuri e sanguigni, un vino ricco, che non stanca. La Cantina dell’anno è una colonna del Franciacorta: Bellavista, quasi un premio a quarant’anni di carriera e di belle bolle.

Il top però, è in Liguria: il Viticoltore dell’anno, Aimone Vio, che tra le varie proposte della sua azienda agricola biologica, BioVio, che è anche agriturismo, ha stupito il panel – e all’assaggio è chiaro perché – con il suo fantastico pigato doc Bon in da bon 2015, dalle vigne nella zona delle Marixe, la “più vocata per il pigato”, ribadisce Aimone, mentre tiene in mano la bottiglia come fosse un bebé, con mani ruvide e attente. Quel calice di oro chiaro, con lievi riflessi verdolini, racconta di erbe di macchia, di brezza marina, di mattine di sole e notti fresche, al palato è pieno, avvolgente e non ti lascia più. Proprio una bottiglia che non si dimentica facilmente.

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Vini d’Italia 2017
Gambero Rosso Editore984 pp
30,00 euro

Se c’è una cosa che ho imparato durante questo anno di degustazioni, è che non ci si finisce mai di stupire per le sfumature che un vitigno riesce ad offrire, anche a costo di sbagliare. Anche a costo di sembrare demodé. “Chianti classico” non suonerà figo come “Sassihaia” (come si sente spesso pronunciare) o “Amarone della Valpolicella” ma è proprio un gran bel vino. Grazie a Enoclub Siena e a Riserva Grande, che hanno organizzato Un gallo, un territorio, molte anime, dedicato al Chianti classico in versione base, Riserva e Gran Selezione (a seconda delle cantine), nei saloni del Radisson Blu di Roma.

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Una domenica è un po’ poco per apprezzare tutte le cantine che hanno messo a disposizione le bottiglie (per lo più vendemmie 2011 e 2012),  e peccato che solo pochi produttori fossero effettivamente presenti per raccontare i propri vini (gli altri si sono affidati a validi sommelier per la degustazione), ma alcune etichette si sono comunque imposte su altre, naturalmente secondo il gusto personale. Le segnalazioni che seguono, quindi, non hanno alcuna pretesa di autorevolezza, ma sono ciò che la memoria ha conservato dopo una piacevolissima giornata di degustazioni.

Ho iniziato con Bibbiano, azienda di Castellina in Chianti, con vigneti esposti a Sud Ovest e Nord Est. Bibbiano Chianti Classico (versione base) molto piacevole, fresco e fruttato, da uve Sangiovese 95% e Colorino 5% di tutti i vigneti aziendali, vinificato in acciaio e cemento, e affinato 3 mesi in bottiglia. La riserva, il Montornello, è invece un cru, 100% Sangiovese, fa la malolattica in barriques di rovere francese per 18 mesi, e poi è affinato in bottiglia per 4 mesi. Ovviamente più importante del precedente, con aromi più profondi e scuri, più spezie, ma forse meno originale.  Riserva anche Castello di Lamole Le Stinche, annata 2011, da uve vendemmiate e selezionate a mano. Vinificato con fermentazione a vaso aperto e poi affinato 18 mesi in tonneaux di rovere. Molto morbido, speziato, con sentori intensi di sottobosco.

Lamole-le-stincheOrmanniOrmanni  Chianti Classico Gran Selezione 2010 è stato una bella sorpresa; mi ci sono avvicinata incuriosita dal fatto che la bottiglia fosse praticamente intonsa, snobbata dal pubblico, e mi aspettavo un vino ‘piacione’. Invece a me è piaciuto, l’ho trovato intenso, sfaccettato, caldo e morbido e i suoi ben 20 mesi di barrique – che c’erano – non erano per niente invadenti. Castello di Selvole è stata un’altra piacevole sosta, presente all’evento in entrambe le versioni Classico e Gran Selezione.  Il primo invecchia 7 mesi in barrique e botti più grandi (tonneau?), ed è un bel rubino con note di frutti rossi, ematiche, ma anche fresco; il secondo solo in barrique francesi per 18 mesi più altri 6 in bottiglia, il colore è più profondo, i profumi acquistano anche tostature e cuoio.

Altra bella bottiglia, arrivato quasi di straforo sul banco d’assaggio, stappato lì per lì, ma davvero intenso il Chianti Classico Le Cinciole, azienda di Panzano in Chianti a viticoltura biologica. Il loro Chianti è affinato per 12 mesi in barrique francesi, ma ben dosate perché il risultato è equilibrato, di bella beva, con le note caratteristiche del vitigno e una bella struttura per essere versione base.

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Da segnalare anche il Chianti Classico Cigliano, a San Casciano in Val di Pesa, con le note tipiche della docg e una punta di austerità in più. Montevertine non è un Chianti Classico Docg – è un IGT – ma ne ha tutte le caratteristiche, a partire dall’uvaggio: Sangiovese 90%, Canaiolo e Colorino a completare. Invecchiato 24 mesi in botti di rovere e 3 mesi in bottiglia si presenta con note di bacche rosse, lieve tostatura, e una speziatura dolce. Bella morbidezza e persistenza.

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Finisco con Monterotondo Chianti Classico Vaggiolata 2012 e Riserva 2011, ma solo perché è l’ultimo della giornata: niente barrique, qui entrano solo botti grandi di rovere di Slavonia, che lasciano molto spazio alle note tipiche. C’è la frutta rossa, c’è il sottobosco, ci sono sentori ematici e di cuoio, enfatizzati nella Riserva, più scura e persistente. E dopo tutto questo bere (quanto precede non è che una piccola selezione), come non dedicare un po’ di spazio a chi si preoccupa di portare in tavola specialità locali come tradizione comanda. A cominciare dalla mozzarella di bufala del Caseificio Paolella, impresa familiare in quel di Fondi (ma loro sono di origine casertana), che ancora produce con metodi tradizionali, con latte dell’agro pontino certificato. Le specialità sarde dei Fratelli Lostia, direttamente da Alghero, che Laura è ben felice di raccontare col sorriso e una scaglia di Fiore in punta di coltello, perché un assaggio vale più di mille parole (la citazione non era proprio così ma rende l’idea).

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Estremamente varie le proposte di Sapori Unici, affinatori in quel di Latina (che presto andremo a trovare), in particolare la toma friulana affinata in vinacce di Cartizze, più delicata e discreta rispetto alle quelle più comunemente usate (spesso rosse) e il blu di capra. Ottimi i prodotti de Il Cipressino, azienda a conduzione familiare in quel di Montalcino, di cui ho assaggiato farina di ceci e lenticchie, che sono stati rapidamente trasformati in farinata (o cecina, come si dice da quelle parti) e zuppa davvero saporiti.

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Altra bella scoperta il Fondanello, un pomodoro color verde/oro, simile al Torpedino ma più tondeggiante, che si adatta benissimo sia alle insalate che ad essere trasformato in sughi. Fa parte delle eccellenze offerte da Decant, insieme alla salsiccia dell’Antica Salumeria Monacelli , tipica del territorio fondano, e al basilico di Forcina.

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Aprirà ufficialmente stasera, lunedì 14 settembre, la versione 2.0 di Enopolium, nato ristorante nel dicembre dello scorso anno e ora risto-bistrot con una formula menu divertente e originale: Stappo e Stecco, ovvero cibo e vino (o birra) abbinati ad hoc, che abbiamo avuto il piacere di assaggiare in anteprima.  Situato in pieno rione Prati, area che brulica di professionisti con la valigetta durante il giorno ma si svuota puntualmente con la chiusura di uffici e negozi, il nuovo Enopolium potrebbe diventare il riferimento per aperitivi e cene sfiziose e informali.

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Atmosfera giovane e arredamento hostaria industrial-chic fanno da preludio a un’infilzata – di nome e di fatto – di assaggi dal repertorio di punta dello chef Valentino (Todisco), ovvero “l’ingranaggio più piccolo dei tre del logo” – scherza Giampiero (Gigli) uno dei tre titolari, “ma non perché conti di meno, solo perché è il più basso”.

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e... conti

Da sinistra: Giampiero, Vincenzo ed Enrico, rispettivamente vino, cucina e… conti

Da bravo padrone di casa, Valentino non dimentica di coccolare i suoi ospiti con un cocktail di benvenuto, uno Spritz all’ACE piacevole e dissetante, di un bell’arancio beneaugurale.

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E poi ecco che arrivano i protagonisti della serata, gli spiedi selezione dello chef, scelti all’interno di un menu pensato per accontentare davvero tutti i palati: carne, pesce, vegetariani e vegani, commensali attenti alle calorie, e pure al portafoglio: i piatti vanno da un minimo di 8 euro a un massimo di 18 (ma parliamo della tartare di manzo formato magnum). Noi ci siamo sfiziati con lo stecco di salmone e mela verde con salsa di panna acida ed erbette, il polpo arrostito con pomodorini e patatine in salsa verde, scamorzine affumicate, polpettine di cicoria con salsa di acciughe, pollo marinato nello yogurt e zucchine con salsa di yogurt alle erbe,  involtini di verdure grigliate (melanzane, zucchine e peperoni) con un ripieno ai pomodori secchi con salsa piccante. Porzioni generose, di due stecchi ciascuna.

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Il piatto unico del pranzo si compone secondo i propri gusti ed esigenze, ad un prezzo più che ragionevole, 10 euro (quasi una sfida alle leggi di mercato) abbinando tra carne, pesce, legumi, verdure cotte e crude, e cereali. Per gli irriducibili del panino, l’hamburger di Enopolium arriva corredato di ketchup, maionese e senape (perché non una salsa della casa?), e contorno di patatine, naturalmente su stecco.

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Ci abbiamo accostato Ilnini, ovvero Riesling, Sauvignon e Malvasia istriana, vino naturale e non indimenticabile di La Ganga wines. Non perché fosse l’abbinamento migliore, in realtà ci piaceva l’etichetta, per motivi del tutto futili. beewine

Ad oggi la carta dei vini e delle birre non colpisce, ma è da considerarsi ancora in progress. Intanto stasera si parte sul serio, con la presentazione in grande stile – a cura di Bee-Connection – alla stampa e al pubblico, che sarà l’unico vero giudice di questo progetto.

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Valentino e il suo vice, Carlos nelle cucine di Enopolium

 

Enopolium
Circonvallazione Trionfale 94, Roma
tel. 06 39720134
info@enopoliumroma.it

A nebbiolo vine in the Langhe area, Piemonte, Italy

A nebbiolo vine in the Langhe area, Piemonte, Italy

Il ritorno alla terra tanto paventato dai catastrofisti della penultima ora si sta avverando in questa generazione, ma in un senso che probabilmente non avevano previsto: il recupero della storia e della manualità. Stiamo assistendo alla rivincita del contadino che è in noi, alla rinascita di quella parte del ‘genoma’ umano legato alle stagioni, ai ritmi lunari, ai ricordi ancestrali. Una delle tante conseguenze, quella che ci tocca più da vicino, riguarda il rinnovato interesse per le antiche professioni da parte di molti giovani, una fra tutte il ‘vignaiolo’. Qualcuno terreni, bottaie, vigneti, li ha anche ereditati. Ma per altri è stata una strada intrapresa per curiosità e passione.  A questi ‘pionieri’ under 45 si rivolge in particolare Vinum ad Hoc, distributore che ha come mission “individuare attraverso la ricerca vini di qualità” per i quali “terra, luce, acqua e aria sono tutti elementi da ritenere fondamentali”: il messaggio è chiaro, non può esistere la qualità del prodotto senza qualità dell’ambiente e delle tecniche di produzione. Di recente abbiamo avuto la fortuna di partecipare presso il Suites Farnese Design Hotel insieme ai rappresentanti di Riserva Grande di Marco Cum a una degustazione di alcuni dei vini selezionati da Vinum ad Hoc, presentati da Paolo Frezza, tutti caratterizzati da una forte personalità di prodotto e da grande attenzione alla presentazione estetica. Come sempre accade, alcuni più di altri ci hanno colpito, pur restando su un livello qualitativo molto alto.

Terre Basaltiche. Trento Doc di Maso Bergamini

Terre Basaltiche. Trento Doc di Maso Bergamini

Ci è piaciuto il Trento Doc Terre Basaltiche di Maso Bergamini, un blanc de blanc riserva 2009, sboccato nel 2013, prodotto con lieviti autoctoni, dal perlage fine, persistente e piacevole.

Dal Trentino passiamo in Piemonte, dove ci ha decisamente sorpreso il Ficorosa dell’azienda Il Chiosso, un nebbiolo in purezza vinificato rosé, che si presenta al bicchiere con un color buccia di cipolla ambrato di grande eleganza, impressione confermata dal naso ampio, complesso e dal gusto intenso e persistente.
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Della stessa azienda segnaliamo anche il Fara D.o.c. 2007 (Nebbiolo, Uva rara e Vespolina) e il Ghemme D.o.c. g. 2007 (Nebbiolo e Vespolina), affinato in botti grandi di rovere francese per 24 mesi più altri 12 in bottiglia. Si presenta con un bellissimo color rosso intenso e rivela grande struttura, complessità e persistenza al naso e al gusto.

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Il Ghemme D.o.c.g. nel bicchiere

Stessa regione ma caratteristiche diverse per il Ca’ d’Matè e il Prünent, i vini delle Cantine Garrone  che Vinum ad Hoc ha selezionato per la degustazione e che pure sono stati molto apprezzati. Il primo, un Nebbiolo 50%, Croatina 20% e Prünent 10%, prende il nome dalla cantina in cui viene effettuato l’invecchiamento, la ‘Casa di Matteo’, mentre il secondo è un Prunent vinificato in purezza. Entrambi trascorrono 10 mesi in botti di rovere prima dell’imbottigliamento e della messa in commercio.

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Fara, Ca’d’Matè, Prunent e Ghemme

Dulcis in fundo, ma solo perché è il luogo deputato, un passito che ha lasciato tutti a bocca aperta: il Vino Santo di Gino Pedrotti, prodotto con l’uva autoctona per eccellenza della Valle dei Laghi, la Nosiola, lasciata appassire su graticci fino alla Settimana Santa (da cui il nome Vin Santo) e poi spremuta. Incredibile il bouquet di profumi sprigionati dal calice, ed eccellente la persistenza al palato. Questo è un vino che non si dimentica facilmente.

il Vino Santo di Gino Pedrotti

il Vino Santo di Gino Pedrotti

 

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Si è conclusa ieri la kermesse enologica organizzata da Luca Maroni e ospitata presso il complesso monumentale di Santo Spirito in Saxia a Roma. Molti, come sempre, i produttori e i distributori ansiosi di raccontare le proprie battaglie per la visibilità in un settore così pesantemente minacciato da politiche economiche e industriali soffocanti. Nell’aria c’è la preoccupazione di non riuscire a reggere la pressione del mercato, e non tanto per un problema di competitività, perché non mancano certo competenze e passione, quanto per la mancanza di regole e direttrici che sostengano scelte qualitative molto più costose e meno redditizie sul breve periodo.

Oreste Molinari e lo stemma del Consorzio Frascati Doc Docg

Oreste Molinari  del Consorzio  Tutela Frascati Doc – Docg

Alla degustazione erano presenti grandi realtà italiane ma anche esponenti di consorzi e rappresentanti di quella ‘filiera corta’ di cui si parla tanto e bene nelle redazioni di magazine e quotidiani, nelle dichiarazioni di intenti di associazioni e partiti, ma che poi stringono – a quanto pare – molto poco in termini di agevolazioni, appoggio e politiche agricole. Eppure i dati pubblicati dai vari Enit, Istat, Wto, Bit eccetera dicono tutti la stessa cosa, che l’unico settore in grado di fare reddito oggi in Italia è quello turistico abbinato all’offerta enogastronomica di qualità. Di food italiano ‘cheap’ è pieno il mondo, lo testimoniano i kit per vino e mozzarella che spopolano in nordeuropa e oltreoceano. Chi viene qui si aspetta qualcosa in più. Ma a quanto pare tutto lo sforzo è demandato ai singoli produttori. Oreste Molinari, membro del CdA del Consorzio Tutela Frascati Doc – Docg nasce come fornaio e pasticcere e per le paste secche per cui è giustamente noto usa solo vino Frascati Doc – Docg. Si è sfogato con noi lamentando il totale disinteresse della Regione Lazio (nella persona dell’assessore all’agricoltura Sonia Ricci) sorda alle istanze dei consorziati. Comunicazione, visibilità, iniziative di sostegno, costituirebbero un segnale positivo, d’incoraggiamento ad andare avanti nonostante il momento di crisi, le difficoltà etc. Invece sono tanti i viticoltori dei Castelli Romani che hanno deciso di estirpare i vigneti per incassare il contributo (circa 8000 euro/ha), e molti di quei terreni sono stati cementificati in un batter d’occhio. “Nella zona dei Castelli siamo pieni di appartamenti vuoti, sicuramente non c’è emergenza abitativa” – incalza Molinari – “mentre per organizzare in modo decente la partecipazione a manifestazioni come Vinitaly che per tanti rappresenta la vetrina più importante a livello internazionale non ci sono risorse né tempo. Il consorzio ha minacciato di utilizzare gli spazi di altre regioni quest’anno, per protestare contro le condizioni espositive in cui la Regione Lazio ci ha costretti l’anno scorso. Ad oggi ancora non sappiamo che tipo di finanziamenti sono stati stanziati per la prossima edizione, mancano meno di due mesi e non c’è niente di organizzato e sicuramente chi non si chiama Fontana Candida o Principe Pallavicini non dispone di decine di migliaia di euro per poter essere presente al Vinitaly.” Più che una lagnanza, è un appello al senso di responsabilità dei governatori regionali, affiché agiscano per sfruttare finalmente un bene comune secondo le grandi potenzialità che offre.